Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
2.
Uljana era in strada. Le orecchie le fischiavano. Aveva la bocca salata. Aprì i pugni e si accorse di essersi spezzata un’unghia. Qualcosa le martellava e si rivoltava nel petto.
Davanti a lei incombeva la faccia deforme, rossa come una barbabietola, di Tatjana: quegli occhietti porcini, cattivi e stupidi, sotto le ciglia bianchicce, i denti gialli e radi; il polso le bruciava là dove l’avevano stretta le sue dita unte, nella sua presa tenace, come per colpa del panace. E il suo odore — acido, fetido — le si appiccicava ancora addosso, non si disperdeva.
Lì, nell’appartamento, Uljana era semplicemente rimasta di stucco, aveva semplicemente fatto la sua brava, umanissima figura di merda davanti a quell’assalto, a quell’odio che non aveva né provocato né meritato. Non aveva avuto né le parole per difendersi, né la faccia tosta, né il tempo. E adesso, cercando di riprendere fiato, si raccontava che aveva soltanto deciso di non abbassarsi al livello della madre di Saša, al suo schifoso mercato, ai colpi bassi e sleali — e che era rimasta al di sopra di tutto. Ma si sentiva come se l’avessero imbrattata, quasi violentata. Come se avesse perso alla cieca qualcosa di molto importante, forse l’onore, forse la speranza — e solo adesso avesse scoperto che quella era la posta in gioco.
E c’era qualcosa di particolarmente schifoso nel fatto che Tatjana avesse voluto umiliarla proprio davanti alle fotografie di suo figlio, e che lui non fosse riuscito a proteggere Uljana da sua madre. E quelle accuse… Ma lei ci era andata per i soldi, forse?
Che soldi?
Aveva solo bisogno di non sentirsi sola in tutto questo. Aveva bisogno di sentirsi dire che almeno adesso, con il bambino di Saša dentro di sé, l’accettavano. Da sola aveva paura di tenerlo; voleva essere sicura che al mondo intero non fosse l’unica ad aver bisogno di quel bambino, che per ora era appena un’ombra del futuro, solo una vaga sensazione sotto lo stomaco, senza occhi né sorriso, e che come documento aveva soltanto due righe blu — eppure era già pronto a dissodare e riorganizzare tutta la vita di Uljana a modo suo.
Uljana le aveva portato quel semino fra le mani, trattenendo il respiro; non aveva ancora fatto in tempo a dirlo alla sua mamma, la prima a saperlo era stata la madre di Saša: accettatelo, Tatjana Nikolaevna! Come una gatta che porta ai padroni i gattini appena nati. E invece della benedizione, eccoti un secchio di lordura. Subito a parlare di soldi. E poi: «E adesso che hai intenzione di fare?» Un bel suggerimentino, per le ritardate. Ma non è una stronza?
Alla fine pensò a Saša. Lo chiamò. Niente, non rispondeva.
Uljana e Saša non avevano mai parlato di figli; Saša era ancora imberbe, e chiamava Uljana la sua prima storia seria, senza sembrare immaginare come finiscono di solito storie del genere.
Saša è un bravo ragazzo. Era difficile prenderlo proprio sul serio, perché aveva tre anni meno di lei, perché non aveva un vero lavoro — spostare roba tonda, trasportare roba piatta, ecco la nostra occupazione — e come istruzione aveva la scuola e l’istituto professionale; non era un principe in BMW, uno di quelli che ispirano stabilità. In fondo, l’unica cosa buona che aveva era che non era cattivo… E come aveva fatto, con quel suo carattere mite, a firmare per andare in guerra? Sua madre l’aveva convinto a forza.
Uljana doveva davvero fare un figlio a un ragazzino così?
E se lui era lì, morto, allora doveva?
Se di lui, di Saša, fosse rimasto soltanto questo — questa metà che cresceva dentro di lei, e nient’altro? Se non l’avessero mai trovato? O se l’avessero trovato e gliel’avessero rispedito a casa in un sacco nero? E allora?
Intanto Uljana camminava per strada, alla cieca, senza meta, scartando all’ultimo momento le persone e le macchine. Aveva del tempo libero: non pensava che la conversazione con la suocera sarebbe finita così presto. Le gambe la portarono da sole al centro commerciale: lì di solito si consolava con qualcosa.
Sulla piazza c’era un carretto dei gelati. La venditrice, intontita dal sole, serviva pigramente la fila. A Uljana venne all’improvviso una voglia irresistibile di cioccolato, per addolcire l’amarezza. Strano: di solito era indifferente allo zucchero, e invece adesso era come se qualcuno l’avesse presa per la collottola e l’avesse messa in fila.
Chiamò Saša.
Lo sguardo le si fermò su un enorme cartellone pubblicitario, il primo che accoglieva tutti davanti al centro commerciale. Era blu, come lo sfondo di un telegiornale in tv, e anche lì sventolava il tricolore. In primo piano c’era un ragazzo in una specie di mimetica da film, che guardava lontano, oltre Uljana, con occhi bellissimi. Probabilmente era bello tutto intero, ma il viso era nascosto da un passamontagna, sopra il quale portava un casco di lusso con occhiali antipolvere, come quelli delle forze speciali americane nei film. Dove l’avevano trovato? Nelle foto di Saša i soldati erano equipaggiati tutti in modo diverso, alla buona.
Sul manifesto c’erano anche delle scritte, che invitavano a unirsi ai propri compagni, e una cifra: 5500000, rubli, e solo per il primo anno di servizio. Il belloccio teneva in mano un fucile automatico, anche quello speciale, anche quello bello.
Cinque milioni e cinquecentomila, lesse Uljana con la voce interiore. Ma quanto sarebbe, in pratica? Con quattro milioni puoi comprarti un appartamento, se ti accontenti di uno semplice e in periferia, e viverci tranquilla per tutta la vita. E se invece li dividi per settantamila, il suo reddito mensile, contando le mance, quanto fa? Sette per sette quarantanove, sette per otto cinquantasei… Ottanta mesi. Quindi dovrebbe lavorare come una schiava per sette anni? Vengono sette. E una guardia qualsiasi, che al massimo prende trentamila al mese, ci metterebbe addirittura una quindicina d’anni.
Eccoli, i soldi. Un sacco di soldi. Salve, Tatjana Nikolaevna.
— Signora, sta facendo aspettare la fila — disse severa la gelataia.
Uljana si riscosse. Non ce l’aveva con lei. Davanti si era impantanata una vecchietta, incapace di contare i suoi spiccioli. Fissava il palmo rugoso, solcato da righe: lì c’erano monetine tonde, bianche e gialle.
— Nonna, cosa vuoi? Ti aiuto io — si offrì Uljana.
— Mi si confondono — ammise impotente la vecchia. — Vorrei un «Sovetskoye», quello nel bicchiere. Da cento rubli.
Come una gazza col becco, Uljana pescò con le unghie le monete dal pugno della vecchia, ci aggiunse cinque rubli di tasca sua e la rese felice. Poi arrivò il suo turno.
— Un cono al cioccolato, un Magnum.
Leccava quel cono; l’aria odorava di gasolio bruciato e lillà, il vento tiepido muoveva le fronde di betulla, il sole non era feroce, ma gentile. In giornate così sembrava che valesse la pena vivere. Il gelato faceva quello che doveva fare: congelava un po’ e addolciva.
— Ma vaffanculo e basta, — disse Uljana, rivolgendo l’ultima parola del litigio all’immaginaria Tatjana Nikolaevna. — Partorirò solo per farti dispetto.
• • •
Il commissariato militare era in via Čeljuskincev, oltre la recinzione e gli abeti, e a vederlo sembrava un normale edificio di quattro piani, costruito con mattoni biancastri e marroni. Non aveva niente di solenne né di minaccioso. Anche la recinzione era bassa e trasparente, saldata con sottili sbarre di ferro, come se delimitasse semplicemente un parco. Era il commissariato militare provinciale, quello dei pezzi grossi. Quello cittadino, in via Mal’ceva, malandato e sudicio, Tatjana l’aveva già spremuto fino all’ultima goccia: lì continuavano a fare orecchie da mercante. L’avevano mandata qui, un piano più su.
Accanto al cancello spiccava solo un manifesto: «Credo in me stesso, penso al futuro, servo la Russia!», con quattro combattenti in giubbotti antiproiettile e strani caschi dotati di occhiali quadrati, simili a quelli da motociclista. Il manifesto era blu, le uniformi verdi, la bandiera rossa, ma la pioggia aveva scolorito tutto, facendolo diventare azzurro e rosa; i volti dei soldati erano ormai indistinguibili, come nelle fotografie in bianco e nero della guerra di due guerre fa.
Sul portico fumavano e facevano i gradassi dei ragazzotti rasati; fumavano e scherzavano degli omoni panciuti, in corte giacchette verdi con le spalline; una madre di qualcuno, con la faccia rigata di lacrime, guardava in silenzio nel vuoto; era arrivata tutta una famiglia per salutare un uomo dalla faccia consumata dall’alcol: bambini biondi e spaventati, una donna corpulenta e cupa, tutti zitti.
Tatjana si fece strada fra tutti senza tanti complimenti, lungo il percorso ormai battuto. Al piantone disse con tono deciso che doveva andare in segreteria; in segreteria disse che aveva già presentato una domanda, quando erano passate tre settimane dalla scomparsa di Saška, e che aveva già parlato con il vicecommissario, quindi adesso doveva vedere il commissario in persona. Le risposero subito che dal commissario non poteva andare, ma il vice l’avrebbe ricevuta di nuovo, visto che era venuta fin lì.
Si orientò a memoria nei corridoi color beige — leggermente rosati, come se qualcuno avesse versato una goccia di sangue nella vernice; salì al piano superiore, si sedette in fila e si mise a guardare manifesti e ritratti. Putin, giovane, aggrottava la fronte in un berretto da marinaio con paraorecchie; una schiera di fanti di marina gridava «Urrà!» senza emettere un suono; le guardie al parata del Cremlino tendevano la punta del piede. In un angolo era accostato un manichino rachitico, con la maschera antigas e un’uniforme come quella che aveva Saška quando si erano salutati — larga come un sacco; e quella mimetica ridicola non avrebbe mimetizzato proprio niente. Evidentemente l’avevano messo lì per bellezza.
Davanti a Tatjana, in fila, sedevano delle donne, tutte in qualche modo simili a lei. Robuste, paonazze, venute dagli orti. L’aria odorava di cipolla e sudore femminile. Una aveva una busta ai piedi, da cui spuntava una bottiglia di cognac; un’altra una scatola di cioccolatini. Tatjana era venuta a mani vuote. Non aveva intenzione di corrompere nessuno. Le spettava tutto comunque.
La chiamarono.
L’ufficio era rivestito di impiallacciatura; alle spalle del vice c’era Putin in giacca e cravatta, con la bandiera sullo sfondo, diventato un uomo fatto — erano passati almeno quindici anni dal berretto da marinaio. Le scrivanie sembravano banchi di scuola; a una sedeva il vicecommissario in persona: giallastro, nervoso, baffuto; all’altra un altro militare, rasato e più giovane, più paffuto e roseo: anche il vice aveva il suo vice. Davanti al baffuto la scrivania era libera; il rasato sedeva davanti a un computer con lo schermo nero, che dal retro sembrava qualcosa di simile a una lapide.
— Quando ha presentato la domanda? — chiese il baffuto.
Certo, dopo dieci giorni lui si era già dimenticato tutto — di Tatjana e di chi fosse venuta a chiedere notizie. Lei invece se lo ricordava benissimo.
— È passato un mese — disse lei. — E anche di più.
— Lazarenko? — ripeté il rasato, battendo sui tasti neri.
— Lazarenko Aleksandr Vital’evič. Al telefono non dicono niente.
— Non ci sono ancora informazioni, compagno tenente colonnello — spiegò il rasato al suo superiore, non a Tatjana. — Ecco, l’ultima cosa che risulta è che il ventinove maggio duemilaventicinque è partito per una missione di ricognizione e combattimento nei pressi dell’abitato di Časiv Jar, con le unità di fanteria motorizzata della Seconda Armata, vale a dire…
— Questo lo so già. Ma cosa gli è successo? Cos’è successo, insomma?
— Le sto leggendo quello che c’è scritto qui.
— E anche al reparto non dicono niente, capisce?
— Se non hanno niente da dire, cosa vuole che le dicano?
— Che è vivo.
— Be’, ecco… — il tenente colonnello allargò le braccia.
— Oppure, se gli è successo qualcosa, che lo dicano lo stesso! Non sapere, così, è dura, capisce?
— Sì, sì, capiamo.
Il vice del vice si alzò, si stiracchiò, frugò in un cassetto e trovò un accendino di plastica rosso; fece scattare la rotella e l’odore della pietra focaia si diffuse nell’aria.
— Pausa sigaretta, Pavel Semënyč?
— Sì, un minuto — gli fece l’occhiolino il superiore.
— Ma che modo è questo di trattarmi? — protestò Tatjana. — Io vi ho affidato mio figlio!
— Ascolti… Tatjana… Nikolaevna… — consultò il foglio. — È la guerra, perché fa come una bambina? Crede che non lo stiamo cercando? Lo stiamo cercando. Quando lo troveremo, glielo faremo sapere. C’è chi aspetta anche sei mesi, e non fa storie, porta pazienza. E qualcuno aspetta pure di più!
Anche lui cominciò ad alzarsi, facendo capire a Tatjana che la conversazione era finita, ma lei rimase seduta ostinatamente; non poteva andarsene così. Perdendo fiducia nella propria fermezza, si agitò:
— Be’, allora almeno mi può dare un certificato, magari?
— Che certificato vuole?
— Che risulta disperso. Al fondo mi hanno detto che senza un certificato non possono fare niente.
— Per ora non risulta disperso — rispose il tenente colonnello, tirando fuori dal taschino il pacchetto di sigarette e annusando il tabacco con impazienza. — A quale fondo si riferisce?
— Per riscuotere l’assicurazione.
— Ah… sì. L’assicurazione — sorrise senza allegria, come se Tatjana l’avesse subito deluso. — Capisco. E le serve con urgenza?
— Il fatto è che abbiamo un mutuo, — a quel punto Tatjana cominciò a parlare a raffica. — Saša, Aleksandr, doveva mandarci ogni mese dei soldi, appena prendeva la paga. Adesso è iniziato il secondo mese. Noi abbiamo fatto tutti i conti, capisce? Bisogna pagare, la banca li pretende… Se avessimo un certificato, almeno potremmo riscuotere l’assicurazione e chiudere il mutuo. Come facciamo ad aspettare sei mesi?
— Si fanno il mutuo e poi frignano — scosse il capo, contrariato, il rasato. — Soldini di qua, soldini di là… Lui laggiù sta compiendo il suo dovere! Nei confronti del Paese, tra l’altro!
— Lo so che è un dovere, mica sto dicendo… Siamo orgogliosi!
— Appunto. E noi per ora non possiamo darle niente — il tenente colonnello allargò le braccia. — Nessun certificato. Perché suo figlio non è disperso, è irreperibile.
— Ma non è la stessa cosa? — gridò Tatjana, convinta che la stessero prendendo in giro.
— Sono due cose diverse! — alzò la voce anche il rasato. — C’è una procedura. È scomparso, sì, ma il certificato si può rilasciare solo se non l’hanno trovato. E finché lo stanno cercando non possiamo rilasciarlo. Lo stanno ancora cercando, è chiaro? Loro laggiù lo cercano ancora, e voi qui avete già messo una croce su vostro figlio!
— Non l’ho fatto! Non l’ho fatto e non lo sto facendo!
— E allora è tutto a posto. Bene così — disse conciliante il baffuto.
— E io cosa dovrei fare? — chiese Tatjana, smarrita e supplichevole.
— Be’… — il tenente colonnello era già sulla porta, l’aveva già aperta e invitava Tatjana con un gesto a uscire. — Se non vuole aspettare che ce ne occupiamo noi, può rivolgersi al tribunale. Ma anche quello non sarà rapido.
— Ho mandato mio figlio, capisce? — si arrese del tutto lei.
— Ma certo che ha mandato suo figlio — il baffuto abbassò gli angoli della bocca. — Qui sono tutti figli di qualcuno!
• • •
Fumavano di nuovo, ciascuna la sua sigaretta aromatica, e guardavano le croci lontane oltre il fiume; il cielo terso non finiva da nessuna parte, sull’avenue, dietro le case, rombavano le macchine, e l’aria aveva quella temperatura piacevole in cui si poteva dimenticare il corpo idiota, che ha sempre freddo o suda, e pensare di essere soltanto un’anima senza involucro. A Vologda un tempo così capitava al massimo per un mese all’anno, ed era un gran peccato passarne le ore in cantina.
Kris non era capace di restare arrabbiata a lungo. Già il giorno dopo la sua memoria si era azzerata, e lei era tornata a raccontare a Uljana il resoconto della giornata.
— Insomma, mi ha invitata alla dacia — raccontava. — Per il fine settimana. Tipo, per conoscere i suoi genitori.
— Wow. Sul serio?
— Hai presente?
— Be’, che progressi! Tra l’altro, per i Toro l’oroscopo prevede un buon mese sul fronte romantico. L’ho guardato per te.
— Sputa, va’.
Uljana disse obbediente «sputo, sputo, sputo», sorrise a Kristinka e le passò una mano tra i capelli corvini. Anche a lei non riusciva mai di restare arrabbiata con Kris a lungo.
— Ma non è un po’ tonto?
— In che senso?
— Be’, tipo… Dice: «Dimmi se ti serve qualcosa…»
— Senti… Almeno si interessa. C’è del materiale, ci si può lavorare.
— Be’, speriamo, dai.
— Amen!
Kristina rise e fece il segno della croce per scherzo, verso il gruppo di croci della chiesa della Dormizione, dall’altra parte del fiume.
Kristina aveva venticinque anni, Uljana trenta. Cinque anni in più di incastri sbagliati con gli uomini, di puzzle che non si erano composti per un motivo o per l’altro: torti immeritati, promesse non mantenute, inganni non perdonati, speranze deluse. Cinque anni in più per credere che stavolta funzionerà davvero, che una persona incontrata per caso si rivelerà quella giusta, che questa stupida e interminabile fase da crisalide finirà e arriverà finalmente l’agognata fase della farfalla. Ma la gioia da cucciolo di Kristinka, la sua infantile prontezza ad azzerare con un colpo di spugna tutte le delusioni passate e a credere di nuovo che stavolta sì, stavolta sarà tutto vero, contagiò anche Uljana, che si sentì intenerita ed emozionata per l’amica. Non c’era invidia. C’era solo il desiderio che almeno a una di loro due andasse bene, come si deve.
Finirono di fumare. Chiamò Saša.
Rimasero ancora un po’ lì, ciascuna immersa nel proprio telefono.
— YouTube non funziona proprio — si lamentò Uljana.
— Nonna, ma dai — Kristinka distolse lo sguardo dal suo. — Non hai una VPN? Te la installo io. YouTube volerà, e potrai usare tutti i siti proibiti. E poi ti metto un’IA americana, una chat. Cerca tutto quello che Yandex non ti fa trovare, e i piedipiatti non lo scoprono. Perché questi adesso vieteranno proprio tutto: niente più porno, niente Instagram, solo Gosuslugi e basta. E siamo fottuti.
— Ci hanno già rotto i coglioni, sul serio — concordò Uljana, porgendole il telefono.
Kristina tocchettò qualcosa con i polpastrelli da gatta, tenendo gli artigli retratti, poi fece una «o» con le labbra: si era concentrata.
— Che Paese vuoi impostare? — chiese. — Tipo, da dove ti colleghi?
— Purché non la Russia?
— Scegliti un Paese normale, che so. Gli Stati Uniti? La Francia?
— Ah… — rifletté Uljana. — Facciamo la Francia.
— Ottima scelta — disse Kris, con una zaffata di melone. — Fatto, considera che sei già lì. Teletrasportata.
— Pensa se si potesse davvero fare. Un attimo… e sei a Parigi.
— A Parigi? Col cazzo — disse Kristinka. — Non in questa vita.
— Be’, allora per ora mi accontento — Uljana riprese il telefono, rimesso a posto da Kristina. — Merci mille.
La giornata era tutta vuota, i venerdì d’estate sono sempre così; chi è più alla buona va in campagna, negli orti, a zappare e annaffiare; chi ha soldi e potere sfoga la propria rabbia sugli animali nelle riserve e nelle tenute di caccia. D’inverno, quando fuori fa schifo ed è tutto buio, i saloni di bellezza fanno scorta di grasso.
Ma verso le sette la porta sbatté al piano di sopra e sulla scala risuonarono dei passi: il passo di pietra di un uomo ubriaco. Uljana girò la testa e vide delle scarpe laccate. Lucide. Dovevano essere un quarantasei.
Poi una testa pesante si infilò nella cantina, come una volpe che sbircia nella tana dei topi di campagna. Annusò l’aria e allargò le labbra grasse in un sorriso smisurato: o almeno così pareva. La bocca era grande. Alla testa piacque quello che vide lì dentro.
In giacca e cravatta. La camicia gli faceva una campana sulla pancia. Rasato.
— Buonasera, bellezze! — lo disse in modo tale che veniva voglia di rispondergli «Agli ordini!», benché fosse in borghese.
Sembrava allegro, ma era impossibile unirsi a quella sua allegria. Forse perché gli occhi non ridevano, forse perché quella spensieratezza era comprensibile solo a lui. Kristinka sorrise educatamente, Uljana no. Il quartiere era centrale, tutt’intorno c’erano un sacco di istituzioni, e non in tutte lavorava gente perbene.
— Mi farei un massaggino. Ho la schiena bloccata. Me lo fate? — mosse le spalle in modo da far risaltare i muscoli; aveva spalle da lottatore.
— La schiena costa mille e settecento — disse Uljana. — Completo, tremila. Con riscaldamento, tremilasettecento.
— Allora facciamo completo, con riscaldamento, il massimo — ghignò, rivolgendosi proprio a Kristina e senza più guardare Uljana. — Però scaldami per bene.
Kris saltò giù dal divano e infilò il telefono nella tasca della sua tutina da lavoro. Le stava benissimo, seguiva alla perfezione tutte le sue curve, anche se era seria, anzi quasi austera, come si addice al personale medico.
— Prego, mi segua nella sala massaggi — miagolò. — C’è un piccolo spogliatoio, può svestirsi e salire sul lettino.
Il cliente si fece largo oltre il bancone di Uljana, investendola con una miscela pesante di sudore, alito alcolico e fumo di sigaretta rancido, penetrato nei vestiti: era vestito decorosamente, ma puzzava come un autista di marshrutka. Passò di nuovo in rassegna la reception con lo sguardo, attento, come se stesse memorizzando tutto: bene, lì l’ingresso, lì il telefono, gli ambulatori uno, due, tre… Poi s’infilò nella sala massaggi senza aggiungere altro.
Uljana rimase dietro il bancone, al computer. Sollevò la cornetta e chiamò il capo.
— Anatolij Sergeevič? Ah, sì. Uljana. Ecco, un altro. Tremilasettecento, tutto intero. Quindi oggi fanno dodicimila, solo oggi. Eh, è così. E che ci posso fare? Sì. È estate, dai. E comunque! Lo capisco. Lo chiudo, sì. Va bene.
Quando un cliente paga tremilasettecento, non gli costa niente lasciarne trecento di mancia. La divideranno a metà con Kris, come al solito. Roba da niente, certo, ma pur sempre qualcosa. Per un gelato.
Uljana cominciò a muovere il mouse sullo schermo senza uno scopo. Poi digitò: «il mio ragazzo è sparito nella SVO cosa fare». Comparvero un mucchio di risposte, le prime dieci erano tutte uguali tranne una: «Come contattare un combattente della SVO disperso o irreperibile. Procedura da seguire».
Procedura da seguire. Procedura da seguire. Perché proprio procedura? Perché quella parola strana e meccanica per una situazione del genere? Per tranquillizzare, forse? La procedura era questa: accertatevi che il combattente sia davvero disperso e non semplicemente senza comunicazioni. Aspettate un mese o sei settimane. Chiamate i numeri verdi del Ministero della Difesa… il Fondo di sostegno ai partecipanti alla SVO… il commissariato militare… Sarà necessario il certificato di matrimonio se a rivolgersi è la moglie, oppure il certificato di nascita se sono i genitori…
I genitori o la moglie. E lei, per Sasha, chi era?
Nessuno.
E allora, in fondo, oltre la porta chiusa della sala massaggi, si udì un acuto strillo soffocato. Uljana si staccò dalle istruzioni inutili e tese l’orecchio. Di nuovo. Uno strillo da ragazza.
Uljana si alzò. Dietro quella porta chiusa stava succedendo qualcosa che non avrebbe dovuto succedere, questo era certo.
— Kris? — chiamò. — Tutto a posto?
Lei non rispose e Uljana balzò da dietro il banco, entrando nel corridoio. Ma proprio allora la porta della sala massaggi si spalancò da sola e Kristina schizzò fuori, con la faccia stravolta e gli occhi sbarrati.
— Diglielo, Uljan! Diglielo!
Si precipitò da Uljana e le si aggrappò, cercando riparo come una bambina dalla mamma. Dietro di lei sbucò il cliente: enorme, con una peluria rossa sul petto e sulla pancia da tamburo, le gambe come pilastri d’elefante e il cazzo eretto che dondolava come gomma. Il cazzo era puntato contro tutte e due. Uljana mise Kristina dietro di sé e si piazzò a sbarrare il corridoio.
— Signore! Si vesta immediatamente! — gli ordinò Uljana con severità e freddezza, come una maestra d’asilo.
— Ma dai, sciocchina, ti sei spaventata? — disse il cliente a Kristina, guardando attraverso Uljana, senza neanche accorgersi di lei. — Su, ti aggiungo un altro migliaio, così ci divertiamo di più!
— Diglielo, Uljan! Digli che qui non siamo una cazzo di sega! — chiese Kristina senza fiato.
— Si rivesta e se ne vada, — scandì Uljana.
— Ma che cosa ho chiesto? Solo di darmi una segatina, Cristo santo. E voi subito a fare storie.
Non se ne andava, rideva di loro, ghignava, e il cazzo non gli si ammosciava davanti alla severità di Uljana; anzi, sembrava che lo eccitasse ancora di più.
E per lo spavento, o per la sua arroganza, o perché le guardava tutte e due apertamente come carne da macello, Uljana gli urlò contro così forte che le si tappavano le orecchie.
— Mettiti subito i pantaloni e vattene! Qui non è un bordello, hai capito o no?!
— E come sarebbe? Ovunque è un bordello, e qui invece no?
Il cliente fece un altro passo verso di loro. Kris non resistette e scappò dietro il banco. Uljana incrociò le braccia sul petto e rimase ferma. La rabbia di essere stata scambiata ancora una volta per una puttana non le permetteva di arretrare.
— Vuole che chiami la polizia?!
La cosa lo divertì ancora di più.
— La polizia te la faccio chiamare io, stupida gallina. E pure l’ispettorato sanitario. Vi faccio chiudere questa baracca in un attimo. Niente più casetta per voi, andrete a lavorare sulla statale.
Lei afferrò il telefono, fece finta di prendere la linea e schiacciò qualche tasto, emettendo dei bip. Solo allora lui si girò e sparì nel vano della porta. Uljana si voltò verso Kristina: non aver paura, ce la faremo, ne abbiamo viste e sistemate di peggio. Kristinka le sorrise, miseramente e con gratitudine, ma non aveva fretta di uscire da dietro il banco, finché non fosse tutto finito davvero.
E invece non era affatto finita.
Quello ricomparve nel corridoio. Di nuovo nudo. E in mano teneva un libretto rosso, il tesserino, e lo sventolava in faccia a Uljana. Sul tesserino c’era la sua faccia e lettere che saltellavano: a quanto pare era un governatore, qualcosa dell’amministrazione, timbri, firme.
— Sai leggere? Leggi.
Uljana non riusciva a leggere quei segni, le si erano sciolti e impastati davanti agli occhi. Ma il senso non veniva nemmeno da quelli: veniva dall’aquila sulla copertina, dall’aquila sul timbro, dalla parola «amministrazione», dalla faccia tosta di quel tizio e dalla sua sfrontatezza.
— Allora, ci credi? — le schioccò il tesserino davanti al naso.
— Davvero non possiamo offrire questi servizi qui, — disse piano Uljana, con la gola stretta. — Davvero.
— E adesso ascolta. Se non ti fossi messa a fare la dura, cara, magari me ne sarei anche andato. Ma adesso non me ne vado. Se lei non vuole, — il cliente squadrò Uljana con aria valutativa, — puoi sostituirla tu, per così dire. Ti do il permesso. Hai un minuto per pensarci.
Si girò; i glutei molli e cascanti si misero a ondeggiare con aria importante mentre lui tornava indietro senza fretta. Il lettino da massaggio scricchiolò sotto i suoi cento chili.
— È un casino, — sussurrò Uljana, lanciando un’occhiata a Kristinka.
— Ma chi è, questo?
— Chi vuoi che sia! Perché fai la bambina? Viene da lassù! — indicò in alto con un cenno.
Si voltò tutta verso Kristina e la fissò. Con un tesserino del genere, quello poteva certo far chiudere il loro salone. E anche peggio. In quel caso, rivolgersi alla polizia sarebbe stato davvero inutile. Restava solo da sperare che gli passasse la voglia di mettersi a trafficare. Ma dagli occhi infossati, dalle labbra spesse piegate in un sorriso, Uljana capiva che non gli sarebbe passata. Quello ci aveva preso gusto: voleva umiliarle.
— Kris… — Uljana inclinò la testa.
— Che «Kris»? Che «Kris»?! — sussurrò lei disperata. — Non lo faccio! Non voglio! È disgustoso!
— È disgustoso, — convenne Uljana. — Mica dico che non lo sia. Ma allora per noi è finita, Kristina. Siamo fottute.
L’aveva detto ad alta voce, e solo allora lo capì davvero, e fu davvero spaventata. Ma che ci voleva, pensò all’improvviso Uljana. Lui chiedeva solo… Poteva anche andarci e segarglielo alla svelta, perché fare la verginella? E se le avessero chiuse davvero? Allora che? Dove sarebbe andata? Come avrebbe pagato l’affitto? Chi avrebbe avuto pietà di lei, di Uljana?
Impotenza, ecco cosa provava. Era come mettersi sui binari davanti a un merci lanciato a tutta velocità, con cento vagoni e diecimila tonnellate, che ti fischia per avvertirti ma non si fermerà di certo. Uljana sapeva che i treni, anche quando investono qualcuno, non si fermano: non ha senso. Sbam, e avanti: alla stazione laveranno via tutto. E poi era stata Kristinka a metterla sui binari.
Scema.
— Non lo faccio! Non sono una puttana!
— Ragazze! — tuonò l’uomo dalla sala massaggi. — Mi raffreddo-o!
Kristinka scoppiò a piangere.
— E neanch’io sono una puttana, — sospirò Uljana.
Con la mano sinistra sulla pancia, si mosse verso il corridoio, lo percorse con le gambe di legno e si fermò sulla soglia della sala massaggi. Guardò quelle carni stravaccate, quei bargigli cascanti, quegli occhi annegati nel grasso. Le venne la nausea dalla repulsione; persino la paura se n’era andata.
— Per oggi abbiamo finito di lavorare, — disse sottovoce, ma con tono definitivo, e schiacciò l’interruttore, spegnendo la luce. — Mettiti i pantaloni e fuori.
Almeno così si sentì una persona.
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Tatjana entrò per prima, Vitalja dietro. Girò la testa a destra e a sinistra, pensava che avrebbe dovuto lottare per il turno, ma non c’era nessuno. Il totem con lo schermo per ritirare i numeretti se ne stava inutilmente a prendere polvere. Era di quel rosso acceso aziendale, come il bancone con l’impiegata, la cravattina civettuola dell’impiegata, simile a quella dei pionieri, e lo stemma della banca sopra la sua testa. Il soffitto era basso, sporco, di polistirolo, diviso in quadrati, e al posto di uno c’era un buco quadrato spalancato.
L’impiegata si annoiava, trafficava col telefono.
— Allora! Signorina, — la salutò Tatjana. — Mi chiamano in continuazione dalla vostra banca, e mi mandano messaggi. Dicono che ho pagamenti arretrati. Oggi mi hanno già chiamato solo due volte!
— Me li fa vedere?
Consegnò il telefono a quella ragazzina tutta rossa e le mostrò gli sms minacciosi della banca. Lei li lesse.
— Ah. Allora deve andare là, all’ufficio mutui.
L’ufficio era tutto lì: una scrivania rossa e due sedie di plastica. Per Vitalja dovettero prendere una terza sedia dall’ufficio dei prestiti al consumo. Arrivò un’altra ragazzina uguale, finì di masticare il panino e si sedette. Controllò il passaporto, frugò tra alcune carte, aprì il tablet.
— Allora, avete già due mesi di ritardo. Da noi è tutto automatico, capisce. Perciò vi mandano i messaggi.
Anche la sua voce era automatica, e Tatjana capì, con il suo infallibile intuito, che erano venuti per niente. Ma bisognava pur provare.
— Nostro figlio è nella SVO, — le raccontò Tatjana.
Lei non disse niente, si limitò ad aspettare che Tatjana proseguisse.
— Paghiamo con la sua paga. Ma i soldi tardano. È sparito!
— Mi dispiace, — rispose la ragazza con indifferenza, — ma gli interessi di mora continuano a maturare. E la segnalazione che siete cattivi pagatori è già finita nel Registro dei crediti. Fa tutto il computer. Se superate i tre mesi, la questione andrà alla commissione.
— Che commissione?
— Beh, per decidere cosa fare dell’appartamento. Finché non avete saldato tutto, l’appartamento non è considerato vostro. È della banca. Se non riuscite a pagare le rate mensili, o vi chiederanno di versare subito tutto il debito residuo del mutuo, oppure vi porteranno via l’appartamento per via giudiziaria.
Quell’intuito che Tatjana aveva, capace di cogliere la minima oscillazione nella voce — mezzo tono più su, mezzo tono più giù — le permetteva di capire, prima ancora che il pensiero prendesse forma, chi delle due avesse più potere. E se l’altra ne aveva anche solo un pochino di più, Tatjana, senza neppure rendersene conto, cominciava subito a fare la servile. Ma se era lei ad avere un grammo di potere in più, doveva farne apparire una tonnellata, per schiacciare l’altra persona, e se serviva anche annientarla del tutto. Così le aveva insegnato la vita, fin da bambina. Chiunque si possa piegare, bisogna piegarlo subito, senza tante storie, altrimenti saranno sempre gli altri a piegare te. E se invece hanno piegato te, devi scaricare subito il peso su qualcun altro, come una tessera del domino che ne fa cadere un’altra, altrimenti non ti liberi di quella pressione bruciante, e continuerà a dolere, a scottare; e così ci si ammala in un attimo!
— E quanto ci resta da pagare, almeno? — chiese con voce lamentosa.
— Ma avete appena cominciato.
La ragazza aprì l’app della calcolatrice sul tablet e cominciò a picchiettare con un dito. Tatjana la seguiva con apprensione.
— Tre milioni novecent quindicimila trecentocinquantasei rubli. Se saldate tutto subito, adesso. Se tirate avanti, aumenterà.
— Ma non possiamo restituirli… E da dove li tiriamo fuori?
— Non lo so. In teoria, avete ancora tempo prima della pensione. Potete dividervi la cifra in due, ottantamila al mese a testa. Li guadagnerete, — fece spallucce quella stronza.
— Oddio. Oddio! E lui dovrebbe guadagnarne ottantamila? — Tatjana indicò il silenzioso Vitalja, come se lo stesse contrattando al mercato degli uccelli. — Ma chi lo vuole, lui! Non l’hanno mai preso da nessuna parte nemmeno per trentamila!
La ragazza squadrò Vitalja e, a quanto pare, diede ragione a Tatjana. Poi guardò il buco nel soffitto e trovò una soluzione:
— Beh, tra l’altro potete arruolarlo anche voi nella SVO. Con il primo pagamento saldate il debito e vi coprite subito per un anno, poi vedrete il da farsi.
Vitalja sbatté le palpebre e si rimpicciolì.
— Avete perso ogni vergogna… — guardò la moglie, come a chiederle conferma.
— Tu intanto stai zitto, — gli disse Tatjana.
Lo zittì con uno scatto, come faceva per abitudine quando lui si intrometteva senza permesso, ma poi sentì pungerle sotto le costole un piccolo stiletto di pietà, pietà per Vitalja e per sé stessa, e paura di perdere ormai tutto nella vita.
— E i bambini senza padre? Ne abbiamo ancora due.
— Beh, allora arrangiatevi.
— Non si potrebbe fare in modo che per ora non chiamino?
— Gliel’ho detto, è tutto automatico.
La gente entrava e usciva. La porta sbatteva. Qualcuno borbottava lì accanto, cercava anche lui di convincere i robot. La lampadina fece din e si accese un numero. Il tempo era scaduto.
— Il prossimo, — disse l’impiegata.
Vitalja riuscì a stento ad aspettare la sua sigaretta, tanto era agitato.
— Che stronza cattiva, — disse tossendo.
— Ma non ti manderò mica al diavolo, — lo compatì Tatjana. — Accidenti, sembra una truffa alla «MMM».
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Il sole era sceso dietro i tetti, la terra ancora ardeva lungo il perimetro, mentre dall’alto la copriva già un coperchio blu. Uljana stava alla finestra della cucina, guardava il tramonto, il cortile, i garage a conchiglia, la giostra rotta, i ragazzini che scolavano birraccia nella sabbiera. Guardava e tagliava l’insalata.
La cucina era di cinque metri quadri: lì l’armadietto, lì il lavello, lì un tavolino per due. Non c’era spazio per muoversi. Per fortuna la finestra si affacciava sul mondo sconfinato, e per fortuna lei non ci stava troppo in basso.
Tagliava pomodori, cipolla, aneto e cetrioli. I cetrioli venivano dall’orto della madre e questo faceva risparmiare parecchio: quelli comprati ormai costavano quasi quanto la carne, per qualche squilibrio in agricoltura. In quell’insalata c’era tutto l’orto della madre; tra i prodotti del negozio, solo la panna acida e il sale. Una cenetta economica.
Tagliava e parlava proprio con la madre. O meglio, parlava? Come al solito, il discorso andava in una sola direzione.
— Ecco, è successo questo, — raccontava la madre in vivavoce. — Ad Alevtina Il’inična è venuto un colpo di radicolite, non riesce a zappare da sola, così sono andata ad aiutarla da vicina, tutta piegata in due, e sul momento sembrava che andasse bene, sai, Uljash, ma poi sono rientrata e mi si è fatto buio davanti agli occhi, mi sono aggrappata al tavolo, pensavo di cadere, a stento sono arrivata al divano, poi ho preso il valocordin, il no-spa, e piano piano mi sono ripresa, adesso sono qui che guardo «Campo dei miracoli», ci sono quei ragazzi in divisa, a uno hanno messo in palio una macchina. Li guardo e penso al tuo Sasha, quando tornerà magari finirà anche lui in televisione…
Uljana tagliava e tagliava, chiedendosi se dirle o no della gravidanza, dirglielo o non dirglielo, e all’improvviso le venne voglia di mancare il cetriolo e tagliarsi via un dito. Si fermò persino per un secondo, immaginando il sangue che sarebbe schizzato fuori, poi riprese a tagliare a rondelle bianche, tac, tac, tac; infine allontanò il coltello da sé.
— Mamma…
— E i Morozov, i Morozov, te l’ho raccontato? La loro figlia per poco non annegava: sono andati al fiume, sono entrati in acqua, ma c’erano tronchi alla deriva che galleggiavano proprio in superficie, non li vedevi, e uno l’ha colpita in testa; Arkadij si è girato un attimo e quella già se la portava via la corrente, l’ha raggiunta a malapena, grazie a Dio, e l’ha trascinata a riva, poi in qualche modo si è ripresa… I Gornostajev invece il loro Kostja l’hanno perso proprio così, ricordi i Gornostajev? Lui però era ubriaco, è entrato in acqua, da sobrio magari ce l’avrebbe fatta a uscire, ma avevano bevuto così tanta vodka, e l’acqua a maggio è ancora gelida, perché ci è andato? L’hanno seppellito proprio il Nove maggio, è capitato nel giorno della festa, te l’avevo raccontato, no? O non conosci i Gornostajev?
— Mamma.
— Eh? Che c’è, Uljash? Tesoro mio.
— Niente. Oggi al lavoro è stata una giornata di merda. Vado, va bene? Ho voglia di farmi una doccia.
— Sì, vai, vai.
— E poi ho litigato con Tatjana. Tatjana Nikolaevna. La madre di Sasha.
— Oh. E stavolta che cosa non vi siete divise?
— Io… Sono passata a vedere se c’erano novità. E lei ha subito cominciato a sparare…
— Beh… Ma mandala a fanculo, chi se ne frega. Non ti vuole bene e pazienza. E non metterti troppo a fare la servile con lei.
— Ma non lo faccio. Faccio la servile. Insomma… Se lo sogna che io faccia la servile.
— Va bene.
— Va bene.
Non glielo disse. Voleva sentirsi sollevata, ma aveva paura dei consigli. I consigli di sua madre erano così: appiccicosi come le profezie delle zingare. Non li vuoi, eppure poi fai come dicono. E Uljana desiderava essere indipendente, lo aveva sempre desiderato.
Prese il coltello con esitazione, finì di tagliare l’insalata e la inghiottì senza masticare: i cetrioli le graffiavano la gola. Non accese nemmeno la televisione, non aveva la forza di ascoltare tutta quella roba. Chiamò Sasha. Entrò nell’unica stanza — letto, poltrona, poster con i gatti — e si sfilò la maglietta insieme al reggiseno, tirandoli sopra la testa. Aprì l’anta dell’armadio, dove c’era uno specchio a figura intera. Si guardò nuda, dubbiosa. Si toccò il seno piccolo. Immaginò come si sarebbe gonfiato allattando. Passò un dito sul ventre incavato. Strano. Impossibile immaginarlo. Ma non si poteva, cazzo, riprodursi per gemmazione o qualcosa del genere?
• • •
Il telefono cominciò a squillare un’ora prima della sveglia. Uljana non se l’aspettava, così la prima volta non rispose e lo buttò soltanto sul pavimento. Ma non la smetteva: vibrò una seconda volta, poi una terza. Finalmente si riscosse e lo cercò a tentoni.
«Anatol. Serg. 7 NEBO Padrone». E una chiamata persa da lui.
— Sì, Anatolij Sergeevič?
— Che cazzo hai combinato?!
Quando arrivò al lavoro, era già tutto finito. I poliziotti se n’erano andati, i pompieri pure; accanto al seminterrato sigillato erano rimasti seduti sul marciapiede Kristinka e Anatolij Sergeevič. Il capo era tutto paonazzo, come se fosse appena uscito dal bagno turco; Kristinka aveva il mascara colato, dopo la sfuriata.
— Chi era quello? Chi avete cacciato?! — le urlò addosso appena Uljana apparve nel cortile.
— Non… Non l’ha detto, l’ha solo mostrato. Un libretto rosso. Un tesserino. Una specie di Direzione dei controlli.
— Sei scema?!
— E che cosa avrei dovuto fare? Sa che cosa voleva? Sa che cosa?! — Uljana spalancò gli occhi.
— E allora?! Sarebbe la prima volta, forse?!
— E se fosse una provocazione? — le venne in mente una spiegazione. — Per poi sbatterci dentro… Ho pensato…
— Hai pensato? Non ti pago per pensare! Tu! Mi! Dovevi! Chiamare! Lo sai che multa mi hanno rifilato? E si rifiutano di trattare! Una provocazione, porca puttana!
— E perché ci tratta come merda? — non riuscì più a trattenersi Uljana.
— Ma perché! Perché per loro siamo merda, punto! Voi e io! Sei nata ieri, per caso?! E perché hai deciso di fare tutto questo a spese mie, eh? Adesso non riuscirò mai più a levarmeli di torno! Magari me li faccio ridare da voi?
— Non abbiamo tutti quei soldi, Anatolij Sergeevič — Kristinka ricominciò a piangere.
— Be’, almeno venite con me alla polizia? Devo ancora chiarire la faccenda, magari lì mi darete una mano… La storia della merda, delle provocazioni! Non volete?!
Uljana taceva, Kris singhiozzava. Anatolij Sergeevič annuì amaramente: era chiaro, chi è che ne aveva voglia.
Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, ma non riuscì ad accendere subito. Se ne stava seduto a guardare l’asfalto crepato, le formiche. Le ragazze restavano in silenzio, scambiandosi occhiate. Alla fine finì di fumare e lanciò il mozzicone con uno scatto delle dita.
— Siete tutte e due licenziate, andate a fanculo.