Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
12.
Uljana si svegliò con la sensazione di aver sognato qualcosa di meraviglioso, qualcosa di magico; cercò di afferrare quel sentimento per la coda e, quando ci riuscì, capì: ma non era stato un sogno! La sua nuova supercapacità era comparsa proprio il giorno prima e oggi non era ancora svanita, era ancora lì con lei. Grazie mille allo zio Maksim per averla aiutata a dimostrare il teorema. Ieri Uljana l’aveva visto correre in giro col culo per aria e aveva creduto nelle proprie forze. Aveva capito che il suo piano poteva funzionare.
Aveva buttato giù una bozza con l’aiuto della chat, poi l’aveva trasferita nelle note del telefono e infine l’aveva ricopiata a mano, per non dovergli dare il cellulare durante la conversazione. E adesso Uljana aveva un foglio a quadretti piegato in due, come quelli dei compiti in classe, e sul foglio c’era il suo tema:
«Alla Direzione dell’FSB della Russia per la città di Mosca.
Denuncia.
Io, Tsareva Uljana Konstantinovna, titolare del passaporto numero questo e quello, rilasciato da tal dei tali in data tale, residente a questo indirizzo, desidero segnalare i fatti di corruzione ed estorsione da me riscontrati presso la Filiale n. 3 dell’istituto federale statale di bilancio “3° Ospedale Militare Centrale A. A. Višnevskij” del Ministero della Difesa della Federazione Russa, situata all’indirizzo: Regione di Mosca, città di Odintsovo, via Maršal Birjuzov, 1.
Dichiaro che, nei miei confronti, la direzione dell’ospedale, e in particolare il vicedirettore sanitario Kovalev Artur Ivanovič, probabilmente con il consenso e la partecipazione del direttore sanitario Timofeev Aleksej Alekseevič, sta estorcendo una tangente di 1.000.000 (un milione) di rubli per celebrare il matrimonio tra me e il mio fidanzato, partecipante all’operazione militare speciale, gravemente ferito durante una missione di combattimento e attualmente in cura presso la suddetta Filiale n. 3 dell’Istituto federale statale di bilancio “Ospedale Clinico Militare Centrale A. A. Višnevskij”, Lazarenko Aleksandr Vital’evič. Benché, in qualità di fidanzata di un partecipante all’operazione militare speciale, io abbia diritto, ai sensi dell’articolo 27 della Legge federale n. 143-FZ “Sugli atti di stato civile”, a registrare il matrimonio il giorno stesso della richiesta, quando mi sono rivolta a Timofeev A. A. per chiedergli di provvedere, lui ha rifiutato, adducendo come motivo l’indisponibilità dell’ufficio di stato civile e del personale ospedaliero, e in seguito ha preteso una tangente in cambio del permesso e dell’assistenza per la registrazione del matrimonio.
Mentre i nostri combattenti, tra cui il mio fidanzato Lazarenko A. V., rischiano la vita e versano sangue affinché gli obiettivi dell’operazione militare speciale siano raggiunti, come ha ordinato il nostro presidente Putin V. V., gente come Kovalev A. I. e Timofeev A. A. ci succhia il sangue e pretende soldi dalle famiglie dei partecipanti all’operazione. Sono incinta di Lazarenko A. V. e ho pieno diritto di essere registrata come sua legittima moglie, per crescere suo figlio, ma Kovalev A. I. mi nega questo diritto. È una prepotenza in un ospedale dipartimentale del Ministero della Difesa e un caso di corruzione scandaloso.
Chiedo che venga avviata immediatamente un’indagine nei confronti di Kovalev A. I. e Timofeev A. A. e che siano puniti con tutto il rigore della legge. Allego alla presente denuncia i file delle registrazioni delle conversazioni con le persone citate e la mia ecografia uterina.
Distinti saluti, Tsareva U.»
Non era riuscita a scrivere a mano al primo tentativo: dalla scuola non scriveva quasi più, le dita avevano perso l’abitudine. Cominciava, sbagliava tutto, accartocciava il foglio e ricominciava. Poi si era sciolta la mano e le era venuto meglio; nella versione finale aveva sbagliato le lettere solo un paio di volte, ma non era grave: le aveva ripassate sopra, calcando di più.
Comunque faceva un’impressione seria, autorevole. Uljana la rileggeva e, ogni volta che notava le lettere «FSB» nell’intestazione, un leggero brivido le correva per tutto il corpo.
Fino a quel momento Uljana non aveva mai fatto paura a nessuno, non ne era capace. Ma il giorno prima aveva imparato. E, a dire il vero, era una sensazione fottutamente fantastica. Ti faceva sentire come se nella vita potessi ottenere qualsiasi cosa. Era quasi felicità. O come farsi tre shot di tequila uno dopo l’altro.
Adesso dei moscoviti a Uljana non gliene fregava proprio un cazzo. Al mattino non si era nemmeno degnata di salutarli. Che se ne stessero lì a trafficare, se volevano; che la odiassero, se volevano.
Uljana correva verso la metropolitana e si staccava dall’asfalto.
E guardava tutti i passeggeri della metro con aria da dura. Molti, persino gli uomini, quando incrociavano il suo sguardo, si ritiravano in sé stessi come lumache a cui si sia dato un colpetto sulle antenne. Prima capitava spesso che Uljana sognasse di diventare invisibile; adesso che facessero pure gli invisibili gli altri.
A lei, adesso, non faceva paura niente: né che la madre di Saša fosse già in arrivo da qualche parte, né che Artur Ivanovič non le credesse. Ora era in grado di affrontare tutto, e tutto era alla sua portata. Una sensazione pazzesca, come una strega sulla scopa.
Dlin! Le scrisse Kristinka: «Indovina un po’».
Uljana si sentiva così piena di energia che chiamò subito Kris. Voleva condividere tutto, voleva attaccare anche Kristinka alla corrente elettrica. Avviò direttamente una videochiamata. Kris non era ancora truccata, aveva il viso un po’ gonfio per il sonno — o per le lacrime. Era seduta nella sua cucina, con una maglietta da uomo enorme.
— Ciaoooo!
— Come stai? — le sorrise Kristinka.
— Alla grande.
— Oh! Alla grande? E Saša come sta? — chiese Kris.
— Andrà tutto bene, — dichiarò Uljana con sicurezza. — L’hanno operato.
Perché poteva condividere la sua forza anche con lui. Costringere i medici a guarirlo.
— Beh, forte. E io, insomma… ho saputo una cosa.
— Sentiamo.
— Anatolij Sergeevič ha chiuso davvero il salone e l’ha messo in vendita. Per bancarotta. Con tutta la roba, le attrezzature, tutto quanto.
— Ma dai!
— Eh, proprio così. È andato tutto a puttane.
— Beh, tanto per cambiare ha finito di licenziare gente.
— Più o meno.
— Ti ricordi come ci urlò addosso, quella volta?
— Eccome se me lo ricordo. E senza nemmeno una liquidazione.
— Gli è tornato indietro il karma, quindi?
— Direi di sì.
— E quanto lo vende?
— Tre e sette, mi pare. Tre milioni. Un botto.
— Sì, un botto, certo… Però era un’attività decente.
— Una volta, — le ricordò Kris, ridacchiando.
All’improvviso Uljana si immaginò di tornare da Mosca a casa da vincitrice, ormai una persona diversa, e di comprarsi il suo vecchio salone di massaggi. Non per starci seduta a fissare per giorni quell’oceano blu chimico, ma per esserne la padrona. Quello sì che sarebbe stato un colpo di scena. Che svolta!
— E tu, come va lì? — chiese a Kristinka. — Che fine ha fatto il tuo tipo?
— Che bruci all’inferno, — cercò di sorridere lei.
— Amen, — le sorrise a sua volta Uljana. — È la sua maglietta, quella?
— E di chi, se no?
— Tesoro mio.
— Tu sei la mia.
— E col lavoro, come va?
— Che dire… Cerchiamo.
— Non ti preoccupare. Li faremo neri tutti quanti. Li faremo neri e poi li asciugheremo, — le promise Uljana, e diede un bacio allo schermo per salutarla.
Posò il telefono e guardò fuori dal finestrino. L’autobus era rimasto imbottigliato nel traffico. Erano fermi allo svincolo con la MKAD. Un milione di auto in una direzione e un milione nell’altra. Il climatizzatore rotto risucchiava nell’abitacolo i gas di scarico dalla strada. Quel fumo dolciastro le dava la nausea.
E pensò che avrebbe guardato Anatolij Sergeevič dritto in faccia. Dirgli: «Sono io che le compro il salone» — a quel punto gli si sarebbe storto il muso di sicuro. E magari a Mosca, nella loro inespugnabile Mosca, Uljana sarebbe anche potuta diventare una del posto — facile! E quanto a Vologda, se ci fosse tornata, ancora di più: tutto chiaro, avrebbe potuto mettersi Vologda intera sotto il cazzo, da regina.
• • •
Le faceva male la testa già nel sonno e ancora quando aprì gli occhi. Eppure Tatjana si alzò puntuale con la sveglia che aveva impostato alle cinque e trenta del mattino, senza concedersi di dormire ancora. Era il momento.
Le infilò il manicotto del misuratore di pressione attorno al braccio molle e pompò il sangue nel braccio con la pompetta di gomma. Vitalja, tutto spettinato, sedeva con lo stetoscopio — misuravano alla vecchia maniera — e guardava il quadrante attraverso gli occhiali schizzati, come un macaco sapiente. Vennero fuori 170 su 110; a Tatjana non piacque e gli fece misurare di nuovo. Rimisurarono, e il risultato fu lo stesso.
— È alta, Tan’, — la guardò supplichevole Vitalja da sopra i suoi occhiali da scimmia. — Attenta, ti viene di nuovo un attacco.
— Ci vado lo stesso, — rispose lei con fermezza. — O ci lascia per strada.
— Be’, allora, mi sa che vengo anch’io con te, — decise lui. — Da sola non ti ci mando.
— Ci mancava solo questa. Ci vogliono soldi per tutto, — obiettò Tatjana. — E i bambini?
— Se la caveranno da soli.
Tatjana guardò Vitalja: i suoi capelli biancastri disposti a corona intorno alla pelata, gli occhi trasparenti, i pochi denti gialli per le sigarette e il tè, le sopracciglia aggrottate dalla serietà. E all’improvviso provò gratitudine per lui. Era una sensazione che non conosceva più, dimenticata. Anche a lei, in fondo, faceva paura andare così, nel nulla, da sola. Da Vitalja non avrebbe cavato più latte che da un capro, ma almeno non sarebbe stata sola.
— Va bene, allora, — gli disse con tono brusco. — Muoviti, preparati.
Tanto Sveta l’altro giorno non le aveva comprato i biglietti. Doveva fare tutto da sola. Vitalja non sapeva prenotare dal telefono, così andarono insieme alla stazione a comprarli alle biglietterie. Alla fine arrivarono con un bel po’ di anticipo. Si sedettero in un bar e Vitalja si prese una birra.
— Ma l’operazione, com’è andata, lo sai? — chiese. — Non si sa?
— Non riesco a chiamare. In rianimazione non rispondono. — Tatjana tirò verso di sé la sua bottiglia e bevve un lungo sorso: amaro, freddo. — Appena arriviamo ce lo diranno.
— Tan’… Forse non dovresti bere… roba alcolica. Meglio dell’acqua.
— Lo so da me.
Mosche grasse gironzolavano sul tavolo, bevevano anche loro la birra dalle pozzanghere. Le scacciavi e un secondo dopo erano di nuovo lì. Tatjana scattò con la mano e ne acchiappò una al volo, stringendola nel pugno. La prese e la schiacciò. La buttò via e si pulì il palmo sul prendisole. Quella ancora si contorse un po’ sul pavimento, ronzò, poi si stancò e morì. Le altre mosche non impararono la lezione.
Annunciarono il treno e lei e Vitalja corsero al loro vagone. Salirono e si sedettero. Vitalja si mise a guardare fuori dal finestrino, cosa che gli interessava. Tatjana riprese in mano il telefono. Aprì la conversazione con Uljanka. Lei non si era degnata di scriverle altro. Tutto era rimasto fermo a «serpe».
E una serpe lo sei davvero, si disse Tatjana con decisione. Sei stata tu a crescerlo, forse? Gli hai dato tu la tetta? L’hai curato tu quando aveva la rosolia, gli hai spalmato tu di verde brillante i brufoli della varicella, ti sei occupata tu delle bronchiti infinite per tutto il periodo all’asilo, gli hai messo tu gli impacchi di senape? Eri tu a prepararlo per la scuola, tu che nel secondo anno gli insegnavi a memoria tutto «Zio Stëpa» di Michalkov, scommetto che non eri tu! Quando si ruppe le ossa saltando dai garage, quell’idiota, chi se lo trascinò per gli ospedali perché si saldassero bene? Hai combattuto e litigato con lui quando in terza media non riusciva a passare gli esami scolastici? L’hai strappato tu dalle grinfie dei teppisti del quartiere, quando aveva preso l’abitudine di fumarsi le canne con loro? E quando la polizia lo tenne dentro per tre giorni, pestandolo fino a non lasciargli un centimetro di pelle sana, chi lo tirò fuori? Di certo non tu! No, tu sei arrivata a cose fatte, come un’avvoltoia. Hai attirato il ragazzo con la tua fica, e sai che novità: lui non è che avesse tutta questa esperienza, e si è rallegrato. Ma neanche per sogno. Siamo stati noi a crescerlo, noi a educarlo, noi gli abbiamo dato da bere e da mangiare, noi gli abbiamo rimesso in sesto la testa, quindi siamo noi a decidere. Per te è una preda: l’hai acchiappato per non restare zitella; per noi è sangue del nostro sangue, il nostro Sašen’ka, la nostra speranza, il nostro sostegno. E l’abbiamo mandato a servire, sì, perché ormai non ce la facevamo più; altrimenti avremmo tirato avanti così, nella nostra baracca, finché ci restava da vivere. E con la pensione, poi, che cosa avremmo fatto? Passi tutta la vita curva e non ricevi neanche un grazie. E Tatjana, con la sua pressione e le sue crisi, dovrebbe mettersi a raccogliere patate per non crepare di fame da vecchia? È così che dovrebbe andare? Ai tempi sovietici, almeno, non si abbandonava nessuno, non si pagavano i medici sottobanco e non ti chiedevano cifre simili per le medicine; con la pensione si riusciva almeno a vivere con un minimo di dignità. Ma adesso che devono fare i vecchi? Meno male che si ricordano dei militari e sono riconoscenti; ecco, anche Putin parla sempre di loro, li chiama difensori e li sostiene pure coi rubli: così deve fare lo Stato. In fondo ci viviamo, ci alleviamo i figli per lui, cresciamo eroi per lui, perché servano il Paese, perché proteggano i confini, perché difendano noi. Ecco, anche Saška è partito, è partito per noi, non per quella che la dà a tutti, ma per garantirci una vecchiaia tranquilla, a sua madre e a suo padre. Lui almeno ha fatto il suo dovere; che cosa avrebbe combinato nella vita civile? Sarebbe diventato un drogato, ecco tutto. E lei non avrebbe mica voluto sposarlo, se non ci fossero stati tutti quei soldi; non si sarebbe neanche messa incinta, lo sappiamo come sono fatte quelle lì. No, basta! Ma sai dove te ne puoi andare?
Vitalja distolse lo sguardo dal finestrino. Guardò Tatjana. Esitò.
— Ti ricordi, Tan’, quando Saška cadde dai garage?
— Non cadde, saltò giù.
— Insomma, saltò giù.
— E allora?
— All’epoca giocavano alla guerra, mi sa, con i ragazzi di quella casa. Aveva anche un fucile bianco con le ventose.
— Ma credi che non me lo ricordi? E chi l’ha portato in ospedale?
Vitalja si grattò la barba ispida, cercando di ricordare.
— In ospedale ce l’hai portato tu. Ma a casa dalla strada l’ho riportato io. E lui saltella su una gamba sola, si regge a me, piagnucola, e io gli dico: non frignare, fai l’uomo. Poi mi sono ricordato: dov’è il tuo fucile, Sašen’? E lui: l’ho perso. Andiamo a cercarlo? Non ci vado. Come sarebbe a dire che non ci vai? Il fucile costa! E lui: ma no, papà, non ci vado. Perché è un gioco stupido. Ecco.
Il vagone si era arroventato al sole e il finestrino non si poteva aprire: un treno moderno, con l’aria condizionata, solo che non funzionava nemmeno quella. Viaggiavano come in una camera a gas. I vecchi vagoni erano meglio. Entrò la capotreno per controllare di nuovo i biglietti. Tatjana si lamentò del caldo soffocante. Lei allargò le braccia e propose dell’acqua minerale. Ne ordinarono, almeno per ingoiare le pastiglie.
— Me lo ricordo eccome, quel fucile bianco, — sbuffò Tatjana, sventolandosi col menù del vagone ristorante. — Poi è andato a cercarlo e l’ha trovato. Ce l’aveva a casa Dan’ka Vinogradov.
• • •
Ma quando annunciarono la fermata «Ospedale», tutta la grinta di Uljana svanì all’improvviso, senza motivo. E d’un tratto il suo piano le sembrò idiota, e non aveva un piano di riserva. Quella mattina aveva scritto ad Artur Ivanovič che aveva raccolto tutto, che aveva trovato delle brave persone; gli aveva chiesto un appuntamento e lui le aveva trovato un orario e le aveva dato la bella notizia che Saša era vivo. E lei veniva senza soldi, con un solo foglio a quadretti. E se lui non le avesse creduto? O le avesse detto: manda pure la tua denuncia dove vuoi, che se ne occupino loro. E poi? Quanto ci avrebbero messo a indagare? Chissà che flusso di casi avevano in quel momento… Terroristi, sabotatori ucraini, tutti quegli agenti stranieri: non c’era tempo per tutti. Quanto ci avrebbe messo ad arrivare il turno di Uljana… E poi adesso avrebbe litigato con Artur Ivanovič, e anche col direttore sanitario; come avrebbe fatto a sistemare tutto dopo?
Le gambe cominciarono a cederle, come quelle di un pupazzo di peluche, e le diventò difficile camminare; avrebbe voluto appoggiarsi al muro e sedersi lì. E poi doveva salire le scale, fino all’ufficio di Artur Ivanovič. Ma doveva andarci: non aveva un altro posto dove andare. O quello, oppure tornare a Vologda a mani vuote e con il culo a pezzi. Si trascinò, dunque, sulle gambe di peluche.
Uljana si mise ad aspettare che la chiamassero; cominciò a sudare e, mentre aspettava e guardava i volti sfiniti delle altre donne, perse insieme al sudore anche tutta la sua baldanza. Si sentì venire la nausea. E dire che sperava di cavarsela, che la gravidanza non le avrebbe portato tutti quei disturbi.
— Tsareva!
Uljana si riscosse. Ecco! Non doveva lasciargli vedere che aveva dei dubbi, neanche per un grammo. Se non riusciva a credere di nuovo lei stessa di poterlo ridurre in polvere, Artur Ivanovič di certo non le avrebbe creduto. In fondo era proprio lui il vice del direttore sanitario per quella parte, quella umana. Doveva saperci fare.
Raddrizzò le spalle larghe. Si ricordò di come lo zio Maksim si era contorto il giorno prima, di come zia Marina gli avesse fatto le moine; pensò ad Anatolij Sergeevič e a Vologda, e si caricò di nuovo. Entrò senza nemmeno bussare.
— Buongiorno, — Artur Ivanovič le sorrise con gentilezza, come a una di casa. — Proprio adesso stavo chiedendo notizie del suo Lazarenko.
— E come sta?
— Per ora non consigliano di svegliarlo. L’operazione è stata pesante. Quindi per lei le cose vanno una dietro l’altra. Sta facendo tutto nel modo giusto, può stare tranquilla.
— Capisco.
— Bene, allora.
Tornò alla porta e controllò di nuovo la serratura. Chissà, forse era un suo rituale. Si sedette di fronte a lei.
— È riuscita?
— Sì. Un milione, giusto?
— Esatto. Ce l’ha nella busta, vero? Lasci semplicemente la busta qui, sotto il tavolo, e basta. Poi, sa, torni qui verso le due o le tre. A quel punto arriveranno i funzionari dell’ufficio di stato civile e registreremo il matrimonio. Non proprio in giornata, certo, ma considerate le nostre liste d’attesa… D’accordo?
Artur Ivanovič era tutto morbido e accogliente. Uno così avrebbe dovuto fare il pediatra, non lavorare in un ospedale militare.
— Io non ce l’ho nella busta, — disse Uljana. — Ce l’ho qui.
Tirò fuori dalla borsetta il foglio piegato e glielo porse. Artur Ivanovič aggrottò la fronte, esitò, ma prese il foglio. Lo spiegò. E non appena vide l’intestazione, il suo viso si intorpidì e si distese, come dopo il botox. Tutte le zampette intorno agli occhi si spensero.
— Che sciocchezze, — disse dopo averlo letto.
E tossì: evidentemente gli si era irritata la gola, non poteva farne a meno. Uljana se ne accorse e si sentì un po’ meglio.
— Ho tutto registrato sul telefono. Tutte le conversazioni. Con lei e con Aleksej Alekseevič.
Lui allora prese la sua lettera e la strappò a metà, poi di nuovo a metà, e ancora. La strappò e la buttò nel cestino. Sorrise a Uljana. Ma il suo sorrisetto era traballante.
— Era solo così, per renderle più facile la lettura. Adesso sul sito, proprio sul sito dell’FSB, si può inviare direttamente la denuncia. C’è una finestrella apposita: ci incolli il testo e puoi allegare anche i file, — spiegò lei.
— E tu credi, — le disse Artur Ivanovič con lo stesso tono gentile di prima, ma di nuovo rauco, — che all’FSB abbiano contatti migliori tu o noi? Chi ascolteranno? Secondo te?
Uljana alzò le spalle. Non distolse lo sguardo: fissava Artur Ivanovič come per trapassarlo. Sentiva risalire dal fondo tutta la melma che lui aveva smosso, proprio come aveva fatto lo zio Maksim ieri e l’altro ieri. In lei si risvegliava una specie di furore, crudele.
— Io so questo, — cantilenò. — Voi potete avere tutti i contatti che volete, ma qui lo Stato è dalla mia parte. Qui ho ragione io. Il mio fidanzato sta morendo e voi mi estorcete i soldi. E lui ha combattuto. Non c’è discussione.
— Non c’è discussione? Ne sei sicura? — Artur Ivanovič scosse la testa. — Ti fai un’idea ben poco chiara della situazione, cara.
— Allora me ne vado. La invio. — Uljana si alzò. — Tanto non ho soldi, quindi non ho niente da perdere, a quanto pare.
— Hai qualcosa da perdere. Credi a me, hai eccome qualcosa da perdere.
Lo disse in un altro modo, stavolta senza gentilezza. Uljana capì a cosa alludeva e gli sventolò davanti il cellulare.
— A proposito, anche questa conversazione la stiamo registrando col registratorino.
Andò a forzare la serratura della porta. Le martellavano le orecchie, in bocca le era salita una saliva acre: stava per vomitare. La chiave le scivolava dalle mani. Il tempo si era fermato.
— Ferma, — le ordinò lui.
— Cosa? — Uljana si voltò.
— Dobbiamo consultarci. Forse riusciremo a trovare una soluzione. In via eccezionale, — disse lentamente, come se intanto continuasse a riflettere. — Tu, ecco… fatti un giro per il complesso, intanto. Non andare via. Vediamo se riusciamo ancora a risolvere la cosa.
E la sua voce si era già scaldata di nuovo, già voleva di nuovo aiutare Uljana. Gli occhi tornarono a sorridere, con le rughette a raggiera.
— Però non vada via, d’accordo? Uljana Konstantinovna. Altrimenti poi dovremo metterci a cercarla dappertutto!
• • •
Era proprio come se in mezzo al soggiorno ci fosse una bara, con dentro un morto in abito elegante, e non si potesse né scherzare né parlare a voce alta in sua presenza. Ecco l’atmosfera che regnava in casa fin dal mattino.
Prima di riuscire ad arrivare in bagno, Maksim ascoltava per capire chi si fosse già alzato, chi fosse in corridoio, chi in cucina. Non aveva voglia di incrociare nessuno: né Uljana, né Marina, né Kirill. Soprattutto Kirill, dopo quello schiaffo imbarazzante che gli aveva mollato. Si vergognava da morire, tanto più che non si era mai permesso di fare nulla a suo figlio, a parte qualche sculacciata simbolica quando era piccolissimo. E continuava a rivedersi davanti la faccia spaventata e ferita di Kirjuha, quando gli aveva mollato uno schiaffo. Gli era partito qualcosa, come un corto circuito.
Dopo, con Marina non avevano più parlato; erano rimasti in silenzio uno accanto all’altra per tutta la notte. Verso mattina gli era sembrato che non avrebbero mai più imparato a parlarsi. Eppure non riusciva a costringersi a fare il primo passo. Così si era rinchiuso di nuovo in bagno e aveva tirato in lungo, perché loro finissero finalmente di mangiare in cucina, mentre lui si spulciava «Mediazona» e «Meduza». Leggeva, leggeva, leggeva, finché non gli venne la nausea.
— Facile fare i froci col culo degli altri da laggiù, — disse a voce alta, e scaraventò il telefono sul tappetino.
Bussarono alla porta con un’esagerazione melodrammatica. Maksim ne fu persino contento: così poteva interrompere quella stupida gara a chi taceva più a lungo.
— Uno non può andare al cesso in santa pace?! — gridò.
— Guarda che non vivi da solo, qui, — rispose Marina freddamente da dietro la porta.
Ecco, il ghiaccio si era rotto. Poteva uscire.
Eppure non riuscì a guardare Kirill, e anche lui non voleva incrociare gli occhi del padre. Quel giorno sembrava tutto incurvato, chissà dov’era finita la sua solita postura. Maksim se ne accorse e all’improvviso gli venne da piangere: come se da bambino avesse costruito con la sabbia un enorme castello meraviglioso, poi si fosse voltato maldestramente e avesse fatto crollare la torre più alta e più elegante.
Sospirò.
— Kirill, — disse Maksim. — Voglio chiederti scusa.
— Ok, — rispose lui, facendo scorrere furiosamente i video di Instagram.
— Senti… Senti, ti do un passaggio, eh? Dove devi andare? Andiamo insieme.
— Ma tu devi andare al lavoro. Non serve.
— Be’, farò tardi. Sono il preside.
— Cosa?
— È una barzelletta.
— Per te è fuori mano. A me conviene la metro.
— A me va bene.
Kirill tacque, schioccò le labbra. Inspirò dal naso. Ma non guardò suo padre.
— Va be’.
Salirono in macchina, fecero retromarcia e si avviarono lungo il prospekt Leninskij, dentro la città ammaccata dall’uragano. Gli operai comunali, tutti vestiti d’arancione, si accalcavano intorno agli alberi abbattuti, li facevano a pezzi, strofinavano via lo sporco con lo shampoo, di fretta: perché entro l’ora di pranzo, non un minuto più tardi, a Mosca fosse di nuovo tutto perfetto.
Kirill non diceva niente. Sul suo telefono sfrecciavano scene di feste, formose signorine in costume si contorcevano ammiccanti; ogni tanto si fermava ad ascoltare senza audio le clip sottotitolate dei comici di stand-up, ma non rideva.
— Anche tu potresti… Darti una regolata con tutto questo divertimento senza fine, a dirla tutta, — disse Maksim, impacciato.
— E che, dà fastidio a qualcuno, o cosa? — Non staccava gli occhi dallo schermo. — A te, per caso? Allora me ne vado.
— Ma che c’entra!
— E allora che c’entra?
— È che siamo preoccupati per te, sai… Io e tua madre.
— E che cosa mi potrebbe succedere, sentiamo? — Kirill lo fissò.
— È che non capisco questa ossessione per i club, i bar… Magari me lo spieghi? È proprio una cosa che ti prende fino alla follia.
Kirill sogghignò e tornò a guardare il telefono.
— È solo la vita, papà. La mia vita. Mi lasci vivere?
— Ma non pensi a quanto possa dar fastidio a certe persone? A quelle che sono là… in guerra.
— Adesso devo pensare anche a loro? A offendere i sentimenti dei partecipanti all’Operazione militare speciale? Ma dici sul serio?
— No, io… — Maksim non sapeva come dirglielo.
— Ma che c’entra, stai parlando di Uljana? — capì Kirill.
Maksim fece un cenno vago con la testa e strinse più forte il volante.
— E che cosa vuoi che faccia?
— Qualunque cosa, Kirill. Non è in sé, capisci? Si trova in una situazione tale che… Come dire… È completamente fuori di testa. E perché, perché le hai detto della tua cartolina di precetto?
Kirjuha finalmente staccò gli occhi dal cellulare. Sullo schermino qualcuno continuava a fare smorfie.
— Ma vi ha messo sotto pressione, o cosa?
— Non è questo il punto!
— E qual è, allora? — sorrise Kirill. — Che altro è cambiato?
— Magari voglio capirlo anch’io: che cosa ci trovi di così irresistibile, là? Che cosa? E non ti stufa mai!
Kirill si voltò verso di lui e lo guardò come fosse un estraneo.
— E cos’altro dovrei fare? Starmene a casa a tremare, o cosa? Papà! Non capisci che è proprio quello che vogliono? Vogliono che o combattiamo, o facciamo il saluto nazista, o restiamo tappati in casa a cagarsi addosso e a prepararci. Vogliono che non viviamo, cazzo! E l’unica cosa che possiamo fare è vivere!
Maksim tolse la mano destra dal volante, si protese verso Kir, gli toccò il polso, ma lui si ritrasse.
• • •
Ci sono certe trappole cinesi per scarafaggi: una scatoletta spalmata di qualcosa di dolce, loro ci strisciano dentro, restano appiccicati e si avvelenano. Una trappola comoda. Quando è piena, la butti via. Uljana ne aveva una in cantina, nel suo studio di massaggi, l’aveva comprata lei. E adesso, a quanto pare, ci era strisciata dentro da sola. «Non vi allontanate», dice, Uljana Konstantinovna. «L’importante è che non ve ne andiate in giro, altrimenti poi tocca venirvi a cercare. Secondo voi, chi ha i contatti migliori all’FSB?»
Così Uljana si sedette ad aspettare come sarebbe andata a finire, proprio in mezzo al cortile dell’ospedale, su una panchina libera accanto a un abete dai rami larghi. Tanto non poteva scappare da loro, e se avessero deciso di farla fuori, l’avrebbero trovata e fatta fuori dappertutto. No, bisognava fare il contrario: starsene proprio sotto i loro occhi, dar loro sui nervi, mostrare che Uljana non aveva paura, che era fuori di testa. Che fossero loro, piuttosto, a pensarci!
Andrà tutto bene.
Bastava credere in se stessa. Ecco, era bastato che Uljana credesse in se stessa, e subito il mondo aveva cominciato a modellarsi secondo i suoi desideri, come plastilina scaldata, proprio come dice il reality transurfing. Doveva solo manifestare che sarebbe andato tutto bene. Che Artur Ivanovič avrebbe ceduto e si sarebbe piegato, che quel giorno li avrebbero sposati, che presto avrebbero dimesso Saša, che avrebbero avuto abbastanza soldi per un bilocale a Odincovo, che in qualche modo se la sarebbero cavata, avrebbero fatto venire sua madre, gli avrebbero dato le protesi dall’esercito e sarebbe cominciata una vita umana più o meno normale. Certo, Saša si sarebbe sorpreso, al risveglio, di scoprire che lui e Uljana erano già sposati, ma era stato lui stesso ad accettare, quindi, in fondo, non c’era nessuna fregatura. Anzi, Saša sarebbe stato contento, ne era certa: si era rallegrato quando aveva visto l’ecografia, e sull’ecografia c’era il suo erede.
Senza immagini era difficile manifestare, così Uljana imbrogliò un po’ per rendersi le cose più facili. Aprì CIAN, frugò, cercò appartamenti alla sua portata. Ne trovò uno: un monolocale in un complesso nuovo, non proprio a Odincovo, un po’ più lontano, però l’intero quartiere era nuovo di zecca, i parchi giochi per bambini erano una figata, l’appartamento però era senza finiture, tutto cemento, ma con vista sul verde. Chiuse gli occhi, cercò di immaginare Saša sulla sedia a rotelle vicino alla finestra, ma non ci riuscì: Saša non si materializzava. Allora passò a un altro appartamento: vecchio, malandato, evidentemente abitato da alcolisti, però con una metratura più decente e vista sul cortile; nel cortile spuntavano dei palazzi di epoca chruščëviana, quindi anche quello era un chruščëvka, pazienza, però lì c’era una camera da letto separata e anche una stanzetta tipo soggiorno. Così Saša poteva stare, mettiamo, in cameretta, e Uljana, se serviva, in soggiorno; c’era insomma lo spazio per stare separati, e questo rendeva tutto un po’ meno pesante: in un bilocale, se mai fosse servito, a lei sarebbe toccato rintanarsi in cucina, mentre in un monolocale non ci sarebbe stato proprio posto, anche se si chiamava con un nome alla moda. Provò a manifestarsi la vita familiare in quel chruščëvka, e di nuovo Saša non le venne: solo un fagotto di lenzuola sul letto, come in un film dell’orrore, così Uljana riaprì gli occhi in fretta, temendo che si materializzasse davvero. Va bene, ecco invece un appartamento non lontano dall’ospedale, un bilocale, ma ci si poteva trasferire subito, appena dopo le dimissioni, e poi era a un piano alto, dalla finestra si vedeva… proprio l’ospedale: ecco il muro di cemento prefabbricato con il filo spinato sopra, ecco i posti di guardia, ed ecco anche il padiglione principale. C’era una loggia, si sarebbe potuto portarci Saša in carrozzina perché prendesse aria, mentre lei era col bambino… Ma Saša continuava ostinatamente a non apparirle, non voleva entrare in quell’appartamento, non ci stava nella loggia. A Uljana si contrasse lo stomaco: prima guardare gli appartamenti era come masticare una gomma dolce, anche se aveva lo stomaco vuoto, almeno aveva un po’ di sapore. Ma lì qualcosa si era guastato, la fantasia si era inceppata e la dolcezza vuota cominciava a darle la nausea. Probabilmente era la nausea da gravidanza, dopotutto.
Balzò in piedi e si mise a correre per il cortile, come se volesse liberarsi da quella melassa avvelenata, ma le zampette affondavano, si aggrovigliavano, si appiccicavano. Ma che cosa aspettavano? Anche Tatjana stava già arrivando, probabilmente, su un treno che sferragliava, e tra poco sarebbe stata alla stazione di Jaroslavskij; o magari era già arrivata, magari era già sull’autobus, o addirittura su un taxi, diretta lì per portare via a Uljana tutto all’ultimo momento, per mandare tutto a monte. No, no, non doveva pensarci, così non si sarebbe materializzata almeno quella cosa. Non avrebbe fatto in tempo a combinare niente, adesso sarebbe andato tutto per il verso giusto, tutto come voleva Uljana.
Disse ad alta voce: «Che tutto vada come voglio io», chiuse di nuovo gli occhi con tutte le sue forze e si mise a emettere un ronzio sommesso, proprio come faceva da bambina quando esprimeva un desiderio. Continuò per un minuto, forse, poi il telefono squillò. Sussultò.
Era sua madre.
— Uljà…
— Adesso non posso, ma’. Aspetto una telefonata.
— Come stai, tesoro? — disse con una vocina dolce, fin troppo dolce.
— Così. Saša non sta un granché.
— Oh, poverino. Senti… Mi ha chiamato zia Marina. Dice che avete litigato.
— Non ho litigato con lei, ma’. Sono loro che hanno deciso di farmi la predica, lei e zio Maksim.
— Dice che minacci di denunciarli… Per via di Kirjuša. Non è vero che hai detto una cosa del genere, tesoro?
Uljana rimase in silenzio. La prima cosa che le venne in mente fu dire a sua madre che stava scherzando. Solo per calmarla, perché la voce di sua madre non era severa, era implorante, piena di pena. Poi però ci pensò: erano loro, zio e zia, che volevano farle pressione tramite sua madre, tramite il suo affetto fraterno per zia Marina, tramite l’amicizia d’infanzia; volevano infilarsi dentro Uljana con quella voce melliflua da madre, impietosirla e farla sentire in colpa, ammorbidirla e schiacciarla. Sua madre non aveva neanche fatto in tempo a dire niente del genere, eppure Uljana aveva già capito tutto. Aveva colto il punto: avevano paura, zio e zia l’avevano presa sul serio, e adesso chiedevano di trattare passando per sua madre. Avevano abboccato all’amo, e ora l’esca gli rodeva le viscere. Volevano tornare al passato, quando non avevano paura né dubbi. Quando contavano di più e si sentivano più forti. Furboni.
Col cazzo.
E perché mai avrebbe dovuto liberarli dall’amo? Che restassero lì. Era una bella sensazione, vederli agitarsi, correre qua e là. Una bella sensazione sapere che se ne andavano in punta di piedi nelle loro stesse stanze. E per aver provato a raggiungerla passando da sua madre, quelle stronze, meritavano una punizione ancora più dura.
— Sì, l’ho detto.
— Ma Uljà, tesoro! Sono persone di famiglia! Come puoi fare una cosa del genere? E poi vivi da loro…
— E invece sì, — tagliò corto Uljana. — L’ho detto, ma’. È successo. E sai come si chiama quello che sta facendo con te? Si chiama «manipolazione». Perché sai, in fondo, per loro chi siamo? Delle stupide. Siamo di campagna. Siamo merda. Finché possono compatirci, ci trattano più o meno decentemente. Ma basta che alziamo un pochino la testa e subito: fanculo. «Mi raccomando, restate amiche. Sorelle, e tutto il resto.» Ma a me non va più.
— Uljà, tesoro…
— Vaffanculo.
— Te lo chiedo da madre… Da madre…
— Vedi? Vedi che cosa?! Stronze infide!
— Uljà…
— No! Non Uljà! Ma ti rendi conto di quello che sto passando qui?! Sei dalla loro parte o dalla mia?! Non vuoi neanche chiedermi come sta Saša, che cosa succede col matrimonio?
— Sono dalla tua parte, dalla tua… Come sta?
— Di merda!
Attaccò. Si sentì strana. Era stata una scenata isterica, ma non le era venuta dal cuore, bensì dalla testa; l’aveva evocata dentro di sé come un demone. Però in quel momento le era servita: aveva ridato fiato alla Uljanka che si stava sgonfiando. E sua madre… Ma dove poteva andare, sua madre? In ogni caso avrebbe scelto Uljana, non i moscoviti.
Infilò il telefono nella borsetta come fosse una pistola nella fondina. Fece qualche passo nel cortile, ostentando indignazione. Poi il telefono trillò di nuovo. Stavolta era Artur Ivanovič!
Lo tirò fuori dalla borsetta e le cadde per sbaglio sull’asfalto. Atterrò piatto. Uljana temette che lo schermo si fosse rotto, lo raccolse: era intatto. Grazie a Dio, un buon segno.
— Uljana Konstantinovna? Abbiamo discusso la sua situazione con i superiori, — adesso la sua voce non era più stucchevole, ma piatta, professionale.
— La ascolto.
— Abbiamo deciso questo. Non possiamo commettere un illecito d’ufficio, come lei ci chiede. Naturalmente non siamo disposti a sposarla a Lazarenko mentre è privo di coscienza, e nemmeno gli impiegati dell’ufficio di stato civile accetterebbero mai una cosa del genere.
Il cuore accelerò di colpo, come se fosse partita in uno sprint di cento metri.
— Ma perché, quando si poteva, non ci avete… — espirò, inspirò. — Va bene, allora mi muoverò come abbiamo concordato, Artur Ivanovič.
— Mi lasci finire, va bene? Come le ho già spiegato, non violeremo la legge per soddisfare il suo… desiderio. Lazarenko è sotto sedazione, con midazolam e fentanil, dato l’intervento alla colonna vertebrale, per ridurre il carico sul sistema nervoso centrale. Possiamo somministrargli gli antidoti a entrambi i farmaci; riprenderà conoscenza per un po’ e allora potrà sposarlo nel rispetto delle norme di legge. Questa soluzione le va bene?
— Sì! Certo che sì… Grazie, Artur Ivanovič!
— Allora mi mandi una scansione del passaporto e la inoltrerò agli impiegati dell’ufficio di stato civile, così prepareranno i documenti… Ma devo avvertirla di due cose. Primo, questi farmaci hanno soprattutto un forte effetto antidolorifico, quindi, quando riprenderà conoscenza, Lazarenko sentirà dolore. Secondo, lo sveglieremo dalla sedazione prima di quanto sia raccomandato per una corretta ripresa postoperatoria. Questo può influire negativamente sulla pressione, in particolare. In una situazione normale le avremmo detto di no, Uljana Konstantinovna, ma questa situazione non è normale… Come sappiamo entrambi. Insomma… È sotto la sua responsabilità personale.
Uljana si asciugò la fronte. L’afa stava tornando. Il nubifragio del giorno prima non era bastato a far respirare Mosca.
— Posso richiamarla tra cinque minuti e darle una risposta?
— Cinque minuti, d’accordo. Per ora gli impiegati dell’ufficio di stato civile hanno un buco libero. Dopo, ogni lamentela se la dovrà rivolgere da sola. Noi abbiamo fatto quello che potevamo.
Riattaccò. Il tempo era cominciato a scorrere.
E in quel momento avrebbe potuto semplicemente sgusciare oltre il posto di guardia, saltare su un autobus, raggiungere la stazione della metro più vicina, da lì arrivare a Komsomolskaja, riemergere sulla piazza delle tre stazioni, comprare un biglietto alle biglietterie ferroviarie per il primo treno e sparire per sempre dalla loro Mosca, come se niente di tutto quello le fosse mai successo. Artur Ivanovič le aveva offerto una soluzione: se la voleva, poteva prenderla; se no, loro non se la sarebbero presa.
Uljana giocherellò col telefono, toccò senza pensare un po’ di icone. E poi fece questo: chiamò Tatjana Nikolaevna. Il telefono squillò a vuoto per un po’, poi lei finalmente rispose.
— Perché mi chiami, brutta stronza?
— Come va, Tatjana Nikolaevna, sta venendo?
— E che te ne frega se vengo o no?
Uljana tacque, in ascolto. Le parve di sentire il rumore delle ruote del treno sui binari.
— Uljanka!
— Sì, Tatjana Nikolaevna?
— Non ti azzardare, chiaro? Ma ce l’hai una coscienza o no?
— È privo di coscienza, adesso, Tatjana Nikolaevna, — disse Uljana con calma. — Non celebrano il matrimonio con una persona priva di coscienza.
— Guai a te se lo inganni, — disse lei col fiato corto. — Ti maledirò. E ricordati che te l’ho detto.
— Va bene, me ne ricorderò, — promise Uljana.
Avevano fatto una bella chiacchierata. Non le era neanche venuta voglia di urlarle contro. Sono i deboli che ansimano e strillano. «La nostra Tanja piange forte, le è caduta la palla nel fiume.» Prego, maledicimi pure, Tanjus. Tanto ti tengo qui in pugno. Puttana.
Le mani ricominciarono a vibrare, come se ci passasse dentro la corrente. E le gambe diventarono subito elastiche. Uljana si ricordò perché era lì e per che cosa. Restava soltanto chiedere consiglio a sua madre, consultarsi con lei.
La chiamò, ma sua madre non rispose. Si era offesa, forse? E chi era che avrebbe dovuto offendersi, qui!
Va bene. Ormai non importava più.
Tanto era già tutto deciso.