Traduzione generata da IA · Originale russo

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Dmitrij Gluchovskij · Registrazione

9.

Si asciugò i capelli, si pettinò, indossò la tuta rosa da casa. Il look da «brava bambina». Andò in cucina da zia Marina, come le avevano detto.

— Cosa posso fare?

— Ecco, metti il pesce sulla teglia e versaci sopra un po’ d’olio d’oliva. Lo inforniamo adesso, il forno è già caldo.

— Ma perché sono solo tre? Kirill non mangia?

— Ha telefonato, dice che va di nuovo al bar con gli amici. È estate, lo sai com’è, è giovane.

— Eccome se lo so.

Uljana massaggiò i persici con l’olio e ci spremette sopra anche un po’ di limone. Zia Marina aprì il forno — una vampata di calore a duecento gradi — e con le mani infilate nelle presine imbottite spinse dentro la teglia.

— Ecco fatto. Ora mettiamo il timer a venti minuti.

— E cos’altro posso fare?

— Per ora niente. Il riso sta finendo di cuocere, poi lo togliamo. Dai, siediti. Magari ti verso un goccetto di cognac?

— No, non bevo. Grazie.

Zia Marina annuì benevola: come a dire, non insisto. Si sedette sul bordo della sedia e sfiorò le dita di Uljana. Colta di sorpresa, lei le ritirò a pugno.

— Come sta Saša?

Glielo chiese con dolcezza, avvolgente. Uljana la guardò di sfuggita e valutò: forse non era dolcezza, ma prudenza. Zia Marina la trattava con le presine imbottite perché anche da Uljana sprigionava una vampata a duecento gradi.

— Saša non sta granché. Cioè, lui fa il coraggioso, insomma… Ma è così.

— È tutto così terribile… — zia Marina scosse la testa.

La sua voce era profonda e piacevole, ma stavolta cigolò come la carrucola di un pozzo. Recitava? No, sarebbe stato davvero troppo. Strano.

— Vorrei chiederti una cosa… Non prendertela con Maks perché si comporta così. In fondo gli piaci.

Certo, come no.

Zia Marina le accarezzò di nuovo il dorso della mano, come se cercasse di addomesticare una bestiola selvatica. Stavolta Uljana non si ritrasse: aspettò di vedere cosa sarebbe successo.

— Okay.

— È la cosa più difficile, lo sai? Questo è un periodo così teso.

— Eccome — convenne Uljana. — Non si può negare.

— Sei sicura che non vuoi bere un goccetto? Finché lui è fuori? — zia Marina la guardò con un’aria interrogativa, quasi supplichevole.

— Sicura. Ma beva pure lei, zia Marina.

— Non posso. Se avessi bevuto con te avrei fatto un’eccezione, ma così… Va bene.

— E perché non può? — chiese Uljana.

— Be’… Con gli antidepressivi fa male — sorrise zia Marina. — Possono esserci effetti collaterali di ogni tipo.

— Ah.

Ora le furono chiari sia il languore della zia sia la sua fragilità e il cigolio della voce; e, per averle confessato quella cosa, Uljana si intenerì, allentò la molla.

— Volevo finire il discorso… È un periodo teso, ma soprattutto… Soprattutto, non è colpa nostra, capisci? Siamo tutti ostaggi. Tu a modo tuo, io a modo mio, Maksik… La colpa è di una forza contro cui siamo solo piuma, niente. Microbi. E in realtà non ce l’abbiamo l’uno con l’altra, ce l’abbiamo con lei. Ma contro di lei non possiamo fare niente, e abbiamo paura perfino di parlarne. E questa paura ci fa stare ancora peggio. E allora ce la prendiamo gli uni con gli altri… Sguinzagliamo i cani. Contro la famiglia, contro gli amici. Con i nostri possiamo sfogarci, dei nostri non abbiamo paura. Vero? Nessuno pensa che così si rischia di perdere le persone più care che ci restano… E se respingi i tuoi, gli amici, così, durante una discussione? In un momento come questo, poi. Non c’è niente di peggio che restare soli.

Uljana annuì. Be’, certo. Le venne spontaneo.

In fondo Uljana non aveva proprio niente da rimproverare a zia Marina. In quelle una volta e mezza che aveva visto la nipote in tutta la vita, si era sempre comportata con gentilezza. A quanto pare voleva bene a mamma Ira; erano sorelle, anche se cugine, e a Uljanka era arrivata un po’ di quell’affetto, dal ramo materno.

— Cerco di far capire tutto questo a Maks. Ma lui è, sai… dentro un carro armato.

— Me ne sono accorta — fece Uljana, e per un attimo si rilassò, posandosi una mano sulla pancia.

— Non è che sei incinta? — le chiese all’improvviso zia Marina.

L’aveva presa alla sprovvista, colpita nel vivo. Uljana fece un versetto, si rannicchiò; provò a piegare all’insù gli angoli della bocca, ma le si piegarono all’ingiù.

Zia Marina capì senza bisogno di parole, si avvicinò e la abbracciò.

— E allora chi è andato a comprare lo spumante? — le sussurrò.

Uljana si limitò a stringersi nelle spalle. Zia Marina la tenne ancora un po’, poi la lasciò andare. Inspirò, espirò. Il forno fece clic.

— E tu, invece, non hai paura?

— Ma che c’è da… — disse Uljana.

• • •

Quando la madre seppe che Saška era rimasto senza gambe, fu finita.

— Lo chiamo, capisci, e gli dico: «Saša, che gioia, ti hanno ritrovato». E lui: «Mamma, non arrabbiarti, ecco… Mi hanno amputato le gambe». Gli chiedo: «Come, te le hanno amputate?». «Sì, una sopra il ginocchio, l’altra quasi fino al culo. Avevo la cancrena, dice. Il dottore non ha voluto lasciarle.»

— Oh, che disgrazia… Che disgrazia… Il mio Sašen’ka… Il mio Sašen’ka… Oh… Oh…

— Ma non ululare così. È vivo, questo è l’importante. Ieri pensavamo che fosse morto, oggi sappiamo che è vivo.

— Ah, Saša, Sašen’ka!

— Mamma! Ti ho chiesto di smetterla!

— Va bene… Va bene… Oh…

— Se continui a ululare così ti verrà di nuovo un colpo al cuore. Smettila, te lo dico.

— Ma come fai a…?

— Io non sto ululando!

— Ma tu, Tan’ka, sei fatta così. Hai la pelle dura. A te cosa vuoi che succeda?

— Basta, mamma! Vai a prendere il valocordin e piantala!

La conversazione era andata così. Tatjana riattaccò e rimase seduta in silenzio. Ce l’aveva con sua madre per averle detto che aveva la pelle dura. Non era giusto dirglielo, in quel momento.

Ma quando Tatjana aveva saputo che Saška aveva perso le gambe, aveva capito una cosa: da quel momento non sarebbe andata come voleva lei, ma come doveva. Doveva andare a Mosca. Doveva stare con suo figlio. Doveva tirarlo fuori da quella situazione. Per il resto della vita, ormai, ci sarebbe sempre stato qualcosa da fare.

Chiese a Svetka di cercare informazioni sui risarcimenti. Se uno perde le gambe, diventa invalido, di prima categoria per giunta. Incapacità lavorativa. Svetka frugò e rifrucò, finché trovò sul telefono che c’erano risarcimenti presidenziali di tre milioni per una ferita grave, un altro milione per l’invalidità e poi, se veniva congedato dal servizio, quasi altri tre. Quando quei milioni cominciarono ad accumularsi, anche se solo nella sua immaginazione, Tatjana si sentì subito sollevata. Così era diverso. Bastavano a estinguere il mutuo e ne restavano anche. Sarebbero stati più soldi di quelli che Saška avrebbe guadagnato in tre anni di servizio.

Prese lei stessa il valocordin e chiamò Uljanka. Doveva farlo, gliel’aveva promesso. Le era venuto in mente di andarci da sola, senza dover sopportare Uljanka seduta accanto a lei nello stesso scompartimento del treno, ma pazienza. Inoltre, era meglio tenerla d’occhio quando sarebbe andata da Saška. Non si sa mai, magari le veniva in mente di piagnucolargli che sua madre l’aveva convinta ad abortire, e Saška era impressionabile. Poteva farli litigare, Dio non voglia. Lui era ferito, non ne aveva bisogno. No, durante il viaggio in scompartimento avrebbero potuto chiarire tutto da donne e fare pace.

E se invece aveva già abortito?

All’inizio aveva sperato che l’avesse fatto. Così Uljanka si sarebbe tolta dai piedi, non avrebbe più puntato Saška, né avrebbe preteso niente. Poi Tatjana si ricordò che adesso lui era senza gambe. Per uno senza gambe non sarebbe stato facile trovare un’altra fidanzata. E invece così la questione era già risolta, più o meno. Una persona di famiglia, che conoscevano. E se si sposavano, tanto meglio: gli avrebbero dato altri soldi presidenziali per l’invalidità, tanti quanti Tatjana pensava di ricavare dalla paga da soldato. Ce ne sarebbe stato abbastanza per tutti, per lei e per loro. Ora bisognava solo rimettere a posto i rapporti. Prendere Uljanka per le briglie.

Ma sarebbe rimasta con lui? Tatjana, appena aveva visto Uljanka la prima volta e aveva saputo del massaggio, aveva capito che non era affidabile. Un centro massaggi o una casa di puttane, cambiava poco. Una volta che capisci quanto è facile guadagnarsi da vivere con la fica, prova poi a tirare la carretta in un allevamento di polli, a respirarti la merda degli uccelli. Col cavolo che ti va. A loro serviva una nuora del genere?

Eppure…

Be’, che succeda quel che deve succedere.

Nel telefono continuava a squillare a lungo, con un trillo da zanzara. Tatjana stava per mandare tutto al diavolo, quando finalmente Uljanka si riprese.

— Sì, Tat’jan Nikolaevna. Buonasera.

— Ci hai messo un sacco! Ti disturbo?

— No, no. Come sta? Ci sono novità?

— Che novità vuoi che ci siano… Lo sai. Senti un po’. Stavo pensando di partire. Tu vieni? Avevi detto che saresti venuta.

— E quando pensava di partire?

— Ecco, anche domattina.

Uljanka rimase lì a pensarci. Tatjana aspettò un po’, poi non resistette: se non vuoi, fai come ti pare. Io almeno te l’ho proposto.

— O hai da lavorare?

Uljanka si animò.

— Sì, lavoro, Tat’jan Nikolaevna! Non posso chiedere un giorno libero da un giorno all’altro. Magari partiamo domani sera? Ci sono i treni notturni per Mosca.

— Ci sono? Non ho ancora guardato.

— Prima c’erano sempre.

Di sera? A dire la verità, anche a Tatjana sarebbe convenuto di più partire di sera. Avrebbero finito con calma la cameretta, lei avrebbe potuto preparare almeno una pentola di zuppa per due giorni, così non avrebbero mangiato roba fredda tirata fuori dal frigo, e poi avrebbero preso il notturno, in effetti. E dove avrebbero alloggiato? Non era detto che riuscissero a trovare qualcosa.

— Va bene, allora partiamo stasera.

Saška poteva aspettare, non gli sarebbe successo niente.

• • •

Uljana tornò a tavola tutta agitata. In un certo senso era riuscita a guadagnare tempo, eppure non bastava. Tutto si stava mettendo in moto in fretta, più di quanto avrebbe voluto, e davanti a lei si apriva un periodo in cui non avrebbe più potuto risparmiare né se stessa né nessun altro.

Appoggiò le mani sul tavolo, ma le tremavano. Le mise in grembo.

Zio Maksim tornò dalla strada con lo champagne inutile; sembrava essersi ripreso, aver sbollito, eppure la conversazione non decollava. Si sentiva il tintinnio dei coltelli sulla porcellana. A casa, quando c’era una lite, Uljana mangiava davanti alla televisione, così il silenzio non le rimbombava tanto nelle orecchie; ma lì la televisione era proibita. Che cazzo l’avevano comprata a fare, allora?

Solo zia Marina continuava a guardare Uljana con aria allusiva e a sorriderle sottovoce, come a dire: ecco, questo è il segreto che condividiamo, noi due, su di lui. Ma dopo la conversazione con la madre di Saša, quella corda su cui si poteva suonare Uljana, e che lei faceva vibrare sommessamente, si era tesa troppo e adesso risuonava in una nota acuta e minacciosa. Uljana la sentiva già dentro di sé, zia Marina ancora no.

Sminuzzarono e masticarono tutta l’insalata, poi venne il turno del pesce. Di nuovo le presine, di nuovo il forno, che soffiò come l’inferno: zia Marina tirò fuori i persici con cura, e si sparse nell’aria il profumo del rosmarino. Cominciarono a separarli in lische e polpa. I due calici con le bollicine erano ancora intatti; solo zio Maksim continuava a riempirsi il bicchiere. E più si versava da bere, più gli ribolliva dentro una specie di merda. Si vedeva: il tic lo tradiva. Ora arricciava il naso, ora storceva la bocca, ora strizzava gli occhi. No, non aveva ancora finito il suo numero, capì Uljana.

— E per cosa non abbiamo ancora brindato? — disse lui.

— Alla salute di Saša — rispose lei con fermezza.

— Be’, allora brindiamo alla salute di Saša.

Uljana alzò il calice e ne assaggiò un sorso. Anche zia Marina bevve, con cautela, lanciando al marito un’occhiata di avvertimento. Zio Maksim buttò giù un sorso abbondante, senza risparmiarsi. Poi picchiettò il bicchiere con l’unghia: risuonò una nota acutissima e sottile.

— Sei stata da lui, no? Che dice?

— Cosa vuoi che dica? Si sta abituando. Pensa a come andrà avanti. Già questo è positivo.

— Positivo?

— Be’, sì. Nella sua situazione…

— Ma lui… Insomma… Ci riflette, almeno? Pensa a come è finito in quella situazione?

— Maksim — intervenne zia Marina.

— No, va tutto bene, zia Marina.

— Maksim, gli è arrivata una convocazione. Su cosa vuoi che rifletta? Non poteva fare altro: si è alzato ed è andato. Ancora a guardare tutto dal nostro campanile…

Zio Maksim bevve un altro sorso, si strozzò con le bollicine e fece una smorfia. Non voleva dare retta alla moglie. Voleva continuare a stuzzicare Uljana, voleva ridurre anche lei a lische e polpa.

— E come ci siamo finiti tutti in questa situazione? Lui, va bene, ma tu?

— Io cosa?

— Insomma, ti chiedi come e perché siamo tutti qui, a questo punto?

— «Noi» chi?

— Maksim.

— Noi siamo tu, lui, io, Marina. Tutti noi. Com’è potuto succedere?

— Non potrebbe arrivare al punto, per favore?

Uljana posò il coltello e si allontanò dal pesce, di cui aveva fatto appena in tempo ad assaggiare un boccone.

— Uljash, lascia perdere. Non hai bisogno di…

— Quindi non ci rifletti proprio per niente.

— Zero assoluto — disse Uljana, guardando zio Maksim dritto negli occhi, senza vergogna.

Se per mangiare il vostro pesce devo sorbirmi anche le prediche, allora fanculo. I documenti sono tutti pronti, domani si sposa, col velo usato, registreranno il matrimonio e comincerà tutta un’altra vita; lì nessuno le farà la morale né le dirà cosa deve pensare: lì Uljana non sarà ospite della vita, ma padrona di se stessa.

Anche zio Maksim posò le posate.

— Mi lascia davvero sbalordito, a essere sincero. Ti portano via il tuo ragazzo. Te lo portano via, forse per mandarlo a morire, con qualche pretesto completamente delirante e inventato di sana pianta.

— Maksim! Smettila, non rovinare la cena a tutti!

— Marinočka, davvero pensi che una cena così magnifica si possa rovinare tanto facilmente?

— Ti prego…

— E io prego te! Almeno a casa mia posso chiamare nero il nero e bianco il bianco? Al lavoro, zitto; per strada, zitto! Almeno a casa si può parlare senza paura? A casa non la chiamerò «operazione militare speciale», la chiamerò guerra, posso?

Uljana sogghignò.

— E perché per strada state zitti? Voi non state zitti.

— E tu perché stai zitta? Ti hanno portato via il tuo ragazzo! L’hanno preso e basta, come un servo della gleba! Vi stanno distruggendo la vita, a entrambi. Prendono una persona e la passano nel tritacarne. E non solo la passano nel tritacarne: la trasformano anche in uno strumento… Va bene. No, non va bene! In uno strumento di morte. E ancora non ti è chiaro niente? Ma tu non sei stupida, Uljanočka!

Forse fu proprio questo a darle il colpo di grazia. La pellicola rossa aveva avvolto lo zio Maksim. Se Uljana fosse stata quella di prima, magari avrebbe abbassato gli occhi e continuato a mangiare il suo persico, facendo scorta di proteine e olio di pesce. Tanto che differenza faceva, ormai mancava così poco da sopportare! Fino a domani. Ma l’Uljana che era arrivata a Mosca in treno con quei soldatini fuori di testa, che era andata all’ospedale da Sasha, era ormai un’altra, tutta nervosa.

Vabbè, amen. Era stata ospite, e bastava così. Inclinò la testa di lato e scandì con precisione:

— E perché sarebbe un servo della gleba? Sasha ci è andato di sua spontanea volontà.

Lo zio non se l’aspettava proprio. L’espressione severa da insegnante gli si sgonfiò e gli scivolò via, nonostante tutti gli sforzi per mantenerla. Tiè, beccati questa e firma.

— In che senso?..

— In che senso, in che senso? Nel senso letterale. Ha firmato un contratto.

— Da volontario? Quelli che lo fanno per soldi?

Si voltò verso la moglie, sbalordito. Lei schioccava soltanto le labbra, muta come un pesce. Scosse la testa: non lo sapevo, non lo sapevo… Be’, adesso lo sapeva. Per quanto ancora Uljana avrebbe dovuto tenersi tutto dentro? Ingoiate.

— Ma ci avevi detto che era stato chiamato alle armi… Mi avevate detto che era stato chiamato, con la mobilitazione!

Uljana sbatté le palpebre, ma rimase interdetta solo per un attimo.

— E che c’entrano i soldi?

Lo zio Maksim continuava a cercare di tenere a bada la faccia, ma le guance gli tremavano e gli occhi erano rossi e lacrimanti per la rabbia che faticava a soffocare.

— C’entrano eccome, i soldi! Non fare adesso la santarellina innocente! Quanti milioni gli spettano? Cinque? Sette?

— E perché li contate, zio Maksim? Sono forse vostri?

— Per fortuna no…

— Uljana! Ti prego! Non devi agitarti…

Ma lei non voleva che la trattassero con indulgenza, con condiscendenza. Ormai era salita sul ring. Dentro di lei, cazzo, si era svegliato Khabib.

— E secondo te, Uljanočka, perché gli danno tutti quei soldi? Cinque milioni di rubli! Una vita intera non basta a guadagnarli!

— Perché ha rischiato la vita, ecco perché.

— Ma chiunque rischia! Guarda gli operai nei cantieri, se ne stanno lassù in cima e rischiano! Mica li pagano così tanto? No, non è per quello.

— E per cosa, allora?

— Perché, Uljanočka, è andato lì a uccidere altre persone che non gli avevano fatto niente. Altre persone vive, che vivevano tranquille nel loro paese, nelle loro case: è andato a ucciderle e a torturarle. Lo sa anche lui che uccidere è sbagliato, che è un peccato, così l’hanno educato, no? Ma là sono persone proprio come noi! Ucraini. Parlano la nostra lingua, hanno nomi come i nostri, cognomi come i nostri. Le loro case sono uguali, i mobili, i tappeti. E per far sì che lui non ci pensi, che non abbia paura di ucciderli e non si vergogni, gli danno tutti quei soldi. Cinque milioni! Alla Gazprom non li guadagnano, quei soldi! E sai chi li guadagna?

— Chi? E chi?

— I sicari! Gli assassini a pagamento!

A quel punto Uljana esplose del tutto: balzò in piedi e puntò gli occhi in quelli dello zio dall’alto. La sedia cadde, il bicchiere si rovesciò, lo champagne sgasato si sparse sul pavimento.

— Non è andato là per quello! — gridò. — Voi non lo conoscete, io sì! Sasha non è un assassino! È buono! È sensibile! È andato là perché maltrattavano la nostra gente! È andato là per loro!

— Per chi? Per quale gente?

— Per i russi, per chi altri! Ma lo sapete con chi stanno combattendo? Non stanno combattendo contro gli ucraini! Stanno combattendo contro tutto l’Occidente! Parlate di tritacarne, ma sono loro che ci buttano dentro la carne! Gli ucraini comuni! Li scagliano contro i nostri ragazzi! Lo sapete in che condizioni? Gli hanno tagliato le gambe, e che se ne fa dei vostri milioni?!

Zia Marina si nascose il viso tra le mani e tacque. Anche lo zio Maksim si alzò: si scrollò di dosso tutta quella sua cazzo di erudizione, che tanto gli era scoppiata addosso come una cucitura saltata, e si mise semplicemente a urlare.

— Se l’è cercata lui, se gli hanno tagliato le gambe, visto che ci è andato! Se l’ha fatto per soldi, è un idiota, e se l’ha fatto per stupidità, è idiota lo stesso! Basta! Non ce la faccio più ad ascoltare queste stronzate!

— Stava compiendo il suo dovere! Il suo dovere! Non riuscite a capirlo, eh? Certo. Figurarsi. Va bene. Buon appetito.

Schizzò fuori come un proiettile e si buttò sul letto. Tremava tutta, il battito sarà stato a duecento, il cuore le martellava contro le costole. Sapeva di avere in serbo la parola decisiva per chiudere la discussione, e a stento si trattenne dal pronunciarla. Perché allora tutto sarebbe diventato irreversibile.

• • •

Marina chiuse la porta piano, con cura, fino in fondo. Poi tornò al suo posto, posò le mani sul tavolo e si mise a guardarle. Come un ingegnere che si arrende quando capisce che il complesso meccanismo che sta riparando non funzionerà mai più, e che i mesi di lavoro sono stati sprecati. Maksim conosceva quell’espressione distaccata: Marina non gli urlava mai contro, ma sapeva esprimere la sua totale delusione in lui con mezzi infinitamente più efficaci e minimi.

A volte quel silenzio lo colpiva allo stomaco molto più duramente di un litigio aperto, di una scenata. Ma adesso Maksim sapeva con assoluta certezza di avere ragione, e perciò mantenne il silenzio.

— È incinta di lui — sussurrò Marina.

— Ancora peggio!

Ruggì, ma per un istante perse l’equilibrio. Gli furono chiare le occhiate che si scambiavano le donne, tutta quella misteriosa ambiguità, e infine la crisi isterica di Uljana. Lo investì un’ondata di vergogna, ma la ricacciò indietro: che c’entrava la sua gravidanza con il merito della discussione? Niente!

— Puoi capirla, Maksim.

— No! No, non si può capirla! — scosse ostinatamente la testa. — Che cosa c’è da capire, Marin?! E che c’entra? Uno è andato a uccidere per soldi, e l’altra è rimasta incinta di lui… Separiamo le mosche dalle polpette!

— Capirla da donna. Quando sei incinta di un uomo, quando lo ami, è naturale che tu lo giustifichi sempre… — lo implorò Marina. — È tuo! Non può essere cattivo. Sei una persona sensibile, Maksik, come fai a non sentirlo?

— No, no. No, no, no. Un momento! Non è «Mamma, sono innamorata di un ladro», Marin! Qui sta succedendo un’altra cosa! A ogni lampione appendono pubblicità per l’omicidio a pagamento! Da ogni maledetto ferro da stiro lo chiamano eroismo! Qui stanno capovolgendo completamente, completamente la situazione! Ma questo è omicidio! In sostanza è genocidio! E sì, io e te ci siamo disabituati a parlarne, e ormai non facciamo più caso ai lampioni, ma adesso ce lo sbattono in faccia. E ci dicono: è normale. Uccidere è normale. Domani i campi di concentramento diventeranno la norma! E allora dirai anche tu: be’, è rimasta incinta del sorvegliante, si può capirla?! Marin… Lo sai, non mi piace imprecare, ma questa è una caz-zo di follia. Non voglio capirla. Se tu la capisci, presto comincerai ad approvarla. Da lì a farlo il passo è breve.

— È solo una ragazza…

— Ha trent’anni! Che razza di ragazza?! E lui allora è solo un ragazzino, eh? No. Ascolta, mi dispiace per lei come persona, per il fatto che si sia trovata in questa situazione. Incinta. Va bene, mi dispiace! Ma di lui non mi dispiace. Mi rifiuto di compatirlo. Ha preso i soldi… Punto! E non starò a fare questi stupidi sconti alle incinte. Posso?

— Be’, hanno ceduto alla tentazione… Vengono entrambi da famiglie povere… Uljasha di sicuro. Li hanno attirati in quella trappola. Ha preso i soldi, sì. E allora? La gente fa la fame… E poi le offrono una cosa del genere… Se ti sforzi, puoi capirli… Non gli dicono: andate a uccidere, gli dicono: andate a difendere la patria. La patria!

— No. Non si può! C’è Telegram, ci sono i canali; se non vuoi leggere i media indipendenti, cerca su Telegram, e capirai subito per cosa pagano là… No! Niente comprensione per loro, niente compassione! Niente!

Maksim colpì il tavolo con il pugno, le stoviglie sobbalzarono e tintinnarono, spaventate. Sentiva proprio il sangue bollente che gli scorreva dentro. E avrebbe voluto colpire con quel pugno anche qualcuno. Chi? Sasha, per esempio, se avesse avuto le gambe.

— E cos’abbiamo, oltre alla compassione? — Marina lo guardò ostinata. — Che cosa ci è rimasto? Che cosa ci rende umani?

— No. No, non è così! Che cosa ci è rimasto, oltre alla certezza assoluta? Come te lo spiego? Siamo nella pancia del mostro, capisci? Ci cuociamo nel suo acido gastrico. E quell’acido è l’ambiguità. Ci corrode. E se non ci aggrappiamo alle cose più semplici — al fatto che nel mondo esistono chiaramente il bene e il male, il bianco e il nero, ciò che è lecito e ciò che non lo è — se accettiamo le loro tesi gesuitiche, se cominciamo a vedere il mondo in cinquanta sfumature di grigio, allora per noi è finita, siamo spacciati, ci scotteremo fino a diventare residui informe come tutto ciò che galleggia oltre noi in questa brodaglia fetida. È proprio così che ci prendono: insistendo finché non ci costringono ad accettarlo, proponendoci ora una prospettiva, ora un’altra, finché non trovano il punto di vista da cui l’omicidio non sembra più un omicidio, ma qualcosa di diverso, qualcosa di accettabile. Ma è disumano!

Maksim andava avanti e indietro per la cucina; l’odore acido dello champagne versato riempiva l’aria, e il pesce mezzo mangiato giaceva lì, come se lui e Marina stessero davvero sguazzando nei succhi gastrici di una bestia. Fissò la finestra per non guardare la moglie; poi aguzzò la vista e al posto della finestra vide un acquario buio, nel quale lui e lei erano intrappolati e si dibattevano; di Mosca non era rimasto più niente.

— Disumano è non perdonare, Maksim. Giudicare le persone come farebbe l’Inquisizione, quello sì che è disumano. Senza concedere il diritto al pentimento.

— Sono tutte chiacchiere demagogiche, Marina! Là nessuno ha intenzione di pentirsi, non l’hai sentito? Non capisco perché stai dalla sua parte. Perché non stai dalla mia? E asciuga quello champagne, per l’amor del cielo, perché viviamo in un porcile?!

— Asciugalo tu. Asciugalo, Maksim. Asciuga lo champagne. Perché dai sempre ordini a me? E cos’è che chiami porcile? Sono io, tra l’altro, a tenere in ordine qui. Da sempre. E qui — si puntò un dito alla tempia. — Lo sai. E non sto dalla sua parte. È solo che sai quanti miei conoscenti hanno litigato furiosamente così con i figli, con i genitori, con i mariti? Ho perso il conto! Per tutta questa situazione, per la guerra! Secondo te cos’è più importante: tutta questa retorica o tenere unita la famiglia? A me, scusami tanto, importa di più la famiglia. Perché la famiglia è una cosa reale, è la vita. E per questo, che lo si voglia o no, bisogna scendere a compromessi.

Maksim si avvicinò al lavello, afferrò uno straccio e si mise a strofinare con rabbia la poltiglia acida e appiccicosa.

— Prego. Lo asciugo. Non mi costa niente. Ma guarda un po’, a quanto pare è lei l’unica che tiene in ordine qui… I compromessi… Senti, dimmi una cosa. È un compromesso dello stesso tipo esporre i ritratti degli «eroi dell’Operazione militare speciale» alle fermate degli autobus per il 9 maggio, così da conservare il posto di lavoro? O è diverso? Visto che ne stiamo parlando. Non volevo, ma sei stata tu…

— Maksim…

— E raccontare ai ragazzi delle scuole, ai festival della marmellata, della liberazione di Mariupol, sapendo quanti di quei ragazzi ci sono… Anche questo è un compromesso?

— Non è giusto!

— Non è giusto? O forse è proprio giusto? A casa abbiamo ripetuto tutti questi mantra: la guerra è un male, la guerra è una cosa orribile, il paese sta precipitando all’inferno, e ci siamo detti che siamo rimasti persone perbene, che siamo rimasti dalla parte giusta della storia, per così dire. Solo che poi al lavoro — ma è solo lavoro, eh! — rifiliamo ai ragazzi delle scuole che a Mariupol i bambini sono felici! Gli addolciamo la pillola con la marmellata e gliela facciamo ingoiare, e loro non capiscono niente e la mangiano. Noi sappiamo cosa c’era scritto sull’asfalto proprio davanti al teatro drammatico di Mariupol quando la nostra aviazione l’ha raso al suolo, ma i ragazzi non lo sanno e non lo sapranno. D’ora in poi Mariupol sarà associata alla marmellata. Giusto? Se ci pensi, è così. Ecco perché hanno fatto la marmellata con i soldi del bilancio comunale. Ma noi non pensiamo a queste cose; inventiamoci un’altra storia: sono tempi difficili, la gente è depressa, bisogna consolarla in qualche modo, e feste e festival fanno bene. Mangiamocela anche noi, questa marmellata. Abbiamo trasformato Mosca in una città-giardino, abbiamo portato diecimila alberi in vaso! E quello che succede nelle cantine di questa città-giardino, o, come si dice adesso, sopra le cantine… Be’, noi non guarderemo là! Guarderemo dove ci sono i fiorellini e dove è tutto bello! Ecco i tuoi compromessi, Marin! E così non perderemo l’appalto del Comune; anzi, il prossimo sarà ancora più ricco, visto che stavolta ce la siamo cavata così bene! Questa è la realtà. Proviamo a essere sinceri almeno con noi stessi, eh?

Marina ascoltò tutta la sua tirata dall’inizio alla fine, poi distolse lo sguardo, si alzò e cominciò a sparecchiare. Raschiò nel secchio il pesce ridotto a pezzi, fece fracasso con le stoviglie e ruppe un calice da vino. Scoppiò a piangere. Alla fine l’aveva portata alle lacrime. Quello che gli ribolliva e gli turbinava dentro pretendeva che la portasse al limite, che la spezzasse, finché non fosse scoppiata in singhiozzi, perché senza le sue lacrime lui non riusciva a scaricarsi: sarebbe rimasto carico di un milione di volt di elettricità statica, soffocato fino a perdere i sensi. Ma poi — un tuono, un lampo, un fiume che si rovesciava — e subito riuscì di nuovo a respirare. E non appena lei era crollata, Maksim tornò in sé e si riscosse.

— Perdonami — disse con un’altra voce, di nuovo la sua. — Non volevo.

— Lo volevi. È da un pezzo che vuoi dirmi queste cose, lo so. Credi che non mi accorga di niente, che non capisca niente? E me lo merito. Ma che cosa posso fare? Presto non resterà più niente in cui la politica non si sia infilata; dove dovrei andare? O così, o senza lavoro. Credi che non mi chieda ogni volta: ma adesso ho superato il limite oppure no? E loro te la servono così, con le buone, capisci? Anche là ci sono persone che non è che siano favorevoli, è semplicemente il loro lavoro. Persone normali. Tutti fanno quel lavoro e piano piano si spingono a vicenda sempre più dentro. È organizzato tutto in modo così subdolo. Voglio dire, gli alberi in vaso non hanno niente di male, no? Se li consideri da soli. La città diventa più bella, perdonate l’espressione: dov’è il crimine? E lo stesso vale per la marmellata, in sé.

— Ad Auschwitz c’era un solo uomo che avvelenava direttamente migliaia di altri con lo «Zyklon B», lo sapevi? Ed era un prigioniero ebreo. Tutti gli altri si limitavano a organizzare il processo… — le disse Maksim. — Non credere che lo dica solo a te… Lo dico anche a me stesso.

— E allora dillo a te stesso. Perché continui a tirarmi fuori quel povero ebreo? E tu, presto, dove andrai a finire? Sì, Maksim, un compromesso. E tu lo sai quanto mi costa questo compromesso… Sai che ormai non riesco più a funzionare senza le pillole… Perché interroghi tutti?

Maksim l’afferrò; lei cercò di divincolarsi, lui tentò di baciarla, lei oppose resistenza. Allora la strinse forte, come un lottatore stringe l’avversario.

— Ti prego, perdonami… Davvero, scusami. Sono solo molto stanco. Sono stanco.

Poi Marina si calmò, ma appena lui la lasciò andare si scostò subito da lui.

— Non si può andare avanti così, Maksim. Bisogna continuare a vivere. Bisogna semplicemente vivere! Capisci?

• • •

Dormire, naturalmente, era impossibile; e anche uscire dalla stanza. Uljana si era rintanata nell’angolo più lontano del letto, quello opposto alla porta, e si era raggomitolata tutta, come se da un momento all’altro dovessero sfondare la porta le forze speciali. Ma nessuno arrivava. Non volevano fare pace con lei, non avevano intenzione di chiederle scusa.

Perché si era attaccato subito ai soldi? Che cosa gliene importava, dei soldi? Era invidioso, forse? Loro vivevano in quel palazzone, andavano al ristorante un giorno sì e uno no, e appena si parlava di soldi: milioni, milioni. Anche prima che Sasha le spiegasse tutto, Uljana sapeva che lui non c’era andato per quello. Non capiva un cazzo di soldi, povero scemo.

Uljana si distese e chiuse gli occhi, pensando che sarebbe calato il buio, ma davanti a lei continuavano a danzare la cucina e la faccia stravolta dello zio Maksim, mentre le dava addosso. Era diventato una bestia quando aveva sentito parlare del contratto. Uljana sapeva che gli sarebbe saltato un fusibile, e ben gli stava: non le andava di nasconderlo ai moscoviti, non voleva vergognarsene.

Per aver ucciso! Ma chi avrebbe ucciso, poi? Ha le mani che gli escono dal culo, non riesce neanche a menare bene qualcuno; ogni volta che riaccompagnava Uljana a casa al buio, se la faceva sotto: i ragazzi del cortile la salutavano e a lui, dalla paura, sudavano le mani. Milioni… Ma quanto vale, zio Maksim, quando parti per l’Operazione militare speciale, dove ti ammazzano, in guerra, e tu non puoi fare altrimenti, capisci che non hai il diritto di restare a casa, ti butti per il tuo paese perché si deve, perché qualcuno deve farlo; come quei ragazzi sul treno, ecco: credi che se non ci vai tu, poi loro verranno qui, che siano americani o no, non importa, e allora firmi il contratto. E lo Stato che fa? Lo Stato dovrebbe lasciare le mogli e i figli senza pane? Che razza di Stato sarebbe? Ti pagano, sì, ti pagano: pagano perché quelli che combattono sappiano che, se succede qualcosa, la famiglia non dovrà andare a mendicare, che avrà almeno di che crescere i figli. E poi quei milioni non sono neanche così tanti, guarda come rincara tutto e come i soldi perdono valore; oggi ti sembra: «Cazzo, cinque milioni!», e domani con quei soldi non compri più né una casa né una macchina, né un cazzo di niente. E allora? No, è giusto che paghino, ed è bene che non li abbandonino. Cos’è meglio, che i soldi del petrolio vadano alla gente, o che continuino a costruirci i loro palazzi? È giusto che finalmente vadano alle persone, è onesto. La gente non ha mai visto una somma del genere in vita sua, a differenza di voi qui a Mosca. Con quale metro ci giudicate, che cazzo ne sapete tu e il tuo Kirjušenka? Una volta sola è andato a Vologda, in campagna, a vedere un gallo vero dal vivo, figurati se ha bisogno di quei soldi, lui: suo padre lavora a Mosca, ha un negozio tutto suo, e anche sua madre ha il suo giro. E a Mosca che stipendi ci sono? Ringrazia che non ti abbia colpito dove fa più male; non mi basta quella procuratrice di Vologda, ci mancava che venissi anche tu a rompermi i coglioni. Hai tirato su quel marcantonio, uno scemo, tutte le notti nei club senza mai perdere un colpo. Avrai anche pagato il commissario militare per fargli venire un’amnesia, così non si ricorda se fosse arrivata la convocazione oppure no. E io, invece, come dovrei crescere il mio piccolo tesoro, sentiamo?

Domani farò vedere la foto a Sasha, vedrai come resterà di sasso. Il velo è una tamarrata, certo, ma in fondo fa anche ridere. Mi serve dello champagne, altri centocinquanta rubli; domattina esco e lo compro, e anche dei cioccolatini per lui: l’alcol non può berlo, probabilmente. E poi gli racconto, tra l’altro, la storiella del tizio che ha apprezzato il ripieno della caramella.

Rimase sdraiata. Allora, è tutto? Eppure sentiva ancora tirare qualcosa nella pancia. Pesce, non pesce…

Prese il telefono, ci smanettò un po’, ma non si sentì più tranquilla. Reels e TikTok la irritavano: non le restavano né la voglia di ridere né il minimo interesse, aveva l’anima come una mammella vuota: che la schiacciassi o no, faceva solo male. No, nel telefono doveva esserci qualcos’altro. C’era di tutto, bastava cercare. Si mise a cercare quei nomi che aveva detto lui. Com’era? Meduza? Non voleva ricordarselo, ma se l’era ricordato: persino il nome era viscido. Non trovò niente. Ci pensò, attivò la VPN, cercò con l’IA, con una chat.

La chat le suggerì quel sito.

Subito in alto: GUERRA, GIORNO MILLEDUECENTOTRENTUNO, tutto a caratteri cubitali, tutto rosso. E le notizie: anniversario dell’attacco missilistico russo all’ospedale pediatrico Okhmatdyt. Foto dell’ospedale in fiamme, dei soccorritori tra le macerie, colonne di fumo denso; a Uljana qualcosa si strinse dentro, le salì addosso la paura. Aspetta, ma quello era successo tempo fa, e invece cosa c’è di nuovo? Ecco, le città di Bilytske e Rodynske sono state colpite dai bombardamenti con bombe FAB, due donne sono morte, sette sono rimaste ferite… Ma dai… Poi cliccò su altri link: ancora, la Russia bombarda, Kiev brucia, palazzi, nomi di quartieri sconosciuti, ma le case erano uguali a quelle di Odintsovo, o di una qualsiasi periferia di Mosca. I missili avevano colpito un palazzo residenziale, di nuovo fuoco, di nuovo fumo, di nuovo soccorritori. Una tragedia, una vera tragedia! Ma com’è che a bombardare è sempre e solo la Russia? Combatte una parte sola, o cosa? Poi un altro link la portò a una notizia su Mariupol: la Russia stava ricostruendo qualcosa, ecco, bene! Ma loro si misero a fare paragoni con come avevano raso tutto al suolo durante l’assalto: una città nera e morta, di interi quartieri restavano solo gli scheletri. Quel nero cominciò a traboccare dallo schermo e a insinuarsi negli occhi di Uljana, ad accumularsi, a colarle nel plesso solare, fino a salirle alla gola. E poi c’era un altro link: com’era organizzata la vita in prima linea. Non voleva leggerlo, ma dovette. Dei feriti che non vengono portati via, dei prigionieri ucraini fucilati, delle estorsioni con cui i comandanti tartassano i soldati. Certo, da loro invece non succede, vero?

Naturalmente non c’erano solo bombardamenti. C’era anche la notizia che da qualche parte avevano arrestato qualcuno per alto tradimento, da un’altra parte avevano denunciato qualcuno all’FSB, altrove avevano arrestato uno per una condivisione, perché si era espresso contro l’operazione militare speciale, quasi per un semplice «mi piace»: ecco quanto era terribile vivere lì, non si riusciva letteralmente a respirare.

Continuò a leggere, a leggere, a leggere, a leggere, poi mandò tutto al diavolo. Certo, mettete qui solo notizie su quanto facciamo schifo, noi russi. E allora dove avete nascosto l’articolo sui droni ucraini che hanno colpito la nostra fabbrica? Loro ci bombardano e noi dovremmo starcene zitti, con la coda tra le gambe? Siamo forse degli sfigati? È tutto chiaro con questa vostra «Meduza», il resto non serve nemmeno guardarlo, a dire il vero. Certo, abbiamo cominciato tutto noi, continuiamo noi, bombardiamo noi, siamo Satana, siamo Hitler, fuciliamo i prigionieri, violentiamo i civili e da noi ti becchi l’ergastolo per una condivisione! E che ci vuoi fare, siamo bestie per natura! E sarebbero queste, zio Maksim, le tue notizie equilibrate? Ma questa è proprio propaganda marcia, quando ti rovesciano addosso tutta questa roba in un mucchio! E delle cause dell’operazione militare speciale non volete dire niente? Volete solo imbrattarci tutti di merda, eh? Siete proprio dei fenomeni, bravi, complimenti!

Chiuse quella «Meduza», così almeno non le avrebbe fatto schifo. Hanno fatto bene a bannarvi a fanculo, perché questa non è informazione, si chiama manipolazione. Tutto chiaro, con voi. Capito. Vuoi fare, zio Maksim, quello che se ne sta lì con aria intelligente perché sa tutta la verità? Fai pure, ma hai il cervello pieno di vermi. «La verità!» Ma sì, cazzo.

Scaricò nel vuoto il nero che le si era accumulato dentro, se ne liberò: in qualche modo si sentì meglio.

Va bene. Al diavolo tutti quanti. Perché Uljana doveva prendersi tutto questo dentro? Domani era un giorno importante, doveva invece prepararsi a qualcosa di bello. Aveva preparato tutto, mandato la foto all’assistente del primario, le avevano confermato per le dodici… Restava quella spina: la madre di Sasha, come mentirle domani; ma ci avrebbe pensato domani. E poi cosa doveva mentire? Forse non sarebbe stato nemmeno necessario. Poteva dirle le cose come stavano: «Mi scusi, Tatjan-Nikolavna, dopo il modo in cui mi ha trattata l’altra volta, cosa avrei dovuto pensare, secondo lei? Dovevo rischiare? Ecco la foto, non vuole vedere suo nipote? È proprio lui che mi aveva proposto di raschiare via, tra l’altro. Ho fatto bene a non darle retta? O ho fatto male? Ma guardi, guardi, non si volti dall’altra parte. Gli piacciono le caramelle, come a suo figlio. Dovevo rischiare per lui? Se si fosse comportata diversamente con me, se mi avesse trattata normalmente, non mi sarei trovata in quella situazione, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di fare una cosa del genere. E quando ormai ci avete concesso quei soldini dall’alto in basso, noi non ne abbiamo più bisogno. Questa è la vita: ognuno pensa a sé, e non ci sono seconde occasioni. Quindi vada affanculo con le sue pretese. Io prendo quello che mi spetta per crescere il bambino, mi spetta e basta. Non sono io a deciderlo, è lo Stato che decide. E poi, insomma, perché no? Siamo tutti adulti, abbiamo deciso di sposarci, e ci sposiamo. Non sto seducendo un ragazzino. Dovrei chiedere il permesso? In che secolo siamo? E poi ve l’abbiamo già chiesto e lei ci ha mandato a quel paese, Tatjan-Nikolavna, se lo ricorda benissimo dove. E adesso eccovi servito questo gambetto: preparatevi a raccoglierlo»

Si avvolgeva nel lenzuolo e poi si srotolava; ora aveva freddo, ora troppo caldo. Chissà perché, mandò a sua madre l’ecografia. Non erano passati nemmeno cinque minuti che quella la richiamò.

— È tuo, per caso?

— E di chi dovrebbe essere, mamma?

— Ma che amore, guarda un po’! — la mamma si mise a fare versetti, quasi a piangere.

— Mamma… E se… Mi aiuterai con lui? Nel caso, se mi ritrovassi sola.

Quella ci pensò un po’ e disse:

— Tu devi tenerlo, Uljasha. Se serve, lo cresceremo insieme, noi due. Lo sai, tesoro, da quanto desidero un nipotino. Tu partorisci, poi al resto ci penso io.

— Va bene, ma’.

Dopo quelle parole si sentì un po’ più tranquilla.

Già in preda al delirio, sentì Kirill tornare dalle sue scorribande, di nuovo tutto cinguettii e mormorii al telefono mentre andava avanti e indietro per il corridoio; pareva che zia Marina gli stesse anche dando da mangiare. Ci volle un’eternità prima che si calmassero. Avrebbe tanto voluto perdere conoscenza in fretta, così sarebbe già stato domani, ma quanto poteva durare ancora?

• • •

È come se stesse partorendo e sentisse davvero il dolore, proprio quello che si sente durante il parto; chissà da dove lo conosce. Intorno si sono radunati tutti: Kol’ka il Rosso della scuola, Dencik, Stas, insomma, tutti quelli della lista, e lì vicino c’è anche Sasha, con entrambe le gambe, l’hanno guarito. A farle da ostetrico è quel tizio spaventoso, il cliente del salone per colpa del quale Uljana aveva perso il lavoro. Il bambino esce piano, con fatica, ed è imbarazzante che ci siano tanti uomini intorno, che la guardino tutti; al parto dovrebbe assistere una sola persona, il padre, e gli altri che ci fanno lì? Quel cliente, però, è nudo, proprio come quando era uscito nel corridoio da lei e Kristinka, e annuncia che si vede la testa; si sente un pianto di bambino, grazie a Dio, lei continua a spingere, poi le dicono: «Ecco, congratulazioni!» Le porgono il bambino. Vuole guardare: chi è? Alla fine sarà un maschio, Sasha avrà un figlio? Guarda, ma a lui mancano le gambe: una è amputata sotto il ginocchio, l’altra quasi del tutto.

• • •

Aveva dormito troppo.

Aveva messo la sveglia alle otto, ma alle otto, in una caligine appiccicosa, aveva toccato il telefono meccanicamente per farlo tacere. Aveva perso un’altra ora in quella brodaglia e, mentre si svegliava, aveva visto quella scena. Fu come se le avessero rovesciato addosso acqua gelida: balzò subito in piedi.

Corse a lavarsi la faccia.

In cucina, come se non se ne fossero mai andati, erano seduti Kirill e zio Maksim, a fare i piccioncini. Disse loro qualcosa di incomprensibile e si chiuse in bagno. Si schiarì la gola, chiamò Lesha sul cellulare: voleva augurare il buongiorno a Sasha e dirgli che stava uscendo.

— Ehi, sposina. Lui non c’è.

— Come sarebbe a dire che non c’è? Dov’è? — si smarrì Uljana.

— L’hanno portato in sala operatoria. Di prima mattina, proprio.

— Come?! Ma l’operazione era fissata per giovedì!

— E perché te la prendi con me? Che ci posso fare io? L’hanno anticipata, evidentemente.

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