Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
6.
Tornava insieme a quelli.
Non vedeva più né con chi viaggiava, né cosa passava. E ormai funzionava una sola radio: quella nella testa di Uljana. Trasmetteva a brandelli, come se ci fossero interferenze, come se qualcuno la stesse disturbando.
Come si fa a vivere tutta la vita in casa con un invalido? Adesso è felice, sotto farmaci, ma quando capirà davvero cos’è diventato, che tipo di persona sarà? Va bene, d’accordo, avrà la pensione, non morirà di fame, ma dovrà pur fare qualcosa? Passare tutto il giorno a girare per l’appartamento sulla sedia a rotelle, guardare la televisione, giocare a domino in cortile con i vecchi: un marito così, insomma? Quando smetterà con le sue punture, di sicuro comincerà a bere, bisognerà sostituire un’anestesia con un’altra; mica si metterà ad allenarsi per le Paralimpiadi? — quindi si darà al bere. E sarà sempre cattivo, Uljana non conosceva invalidi buoni. Prova a immaginarti senza gambe, a fare il giro dell’anello tra il frigorifero e la televisione: voglio vedere se non impazzisci, con una vita così. E chi è il colpevole di tutto questo? Chi ti sta vicino, ecco chi, lui è il colpevole, e lui se la prende. È un peso di cinquanta chili al collo, quanto costa una vita così? Sì, certo, è stabilità, ma è una stabilità come quella in galera: e da un invalido ci si può pure divorziare? Sarebbe una vergogna lasciarlo, e poi con gli alimenti non ti godi certo la vita, con un bambino. Va bene, Sasha è ancora una brava persona, è buono, magari ce la farà, non si inasprirà contro la vita e non si sfogherà su Uljanka — con i suoi moncherini, Dio mi perdoni — per questo torto; ma essere legata a lui così, per sempre… Le era venuto in mente, le era balenato, che «grave» significasse senza un braccio o una gamba, ma lei si era vietata di spingersi oltre con quel pensiero, per non materializzarlo. E invece era successo tutto, e stava lì ad aspettarla, come una tagliola per topi con l’esca infilzata sul grilletto: un pezzetto di lardo, otto milioni di rubli, stupida che non sei altro, e che te ne fai di quegli otto milioni? Sono soldi da funerale, quelli, e per una ferita te ne danno meno, per l’invalidità meno…
Prese il telefono e cercò: quanto danno almeno per l’invalidità? Le cifre erano diverse; allora attivò la VPN, ricontrollò con l’IA, come le aveva mostrato Kristinka. L’IA le diede subito un resoconto: sei milioni, in caso di perdita totale della capacità lavorativa. Be’, va bene, sei… Sei non sono pochi… Ma quei sei milioni li pagano a lui, a Sasha, e probabilmente bisognerà dividerli anche con i genitori, visto che a quanto pare anche loro saranno a suo carico; ma come si divide? A metà? Chiese all’IA come si dovessero dividere i risarcimenti per invalidità di un partecipante all’Operazione militare speciale tra moglie e genitori. Dipendeva dal numero dei figli, ma era chiaro che non spettava tutto a Uljana. Eppure non gli aveva neanche chiesto di sua madre, se sapeva o no che l’avevano ritrovato, le venne in mente all’improvviso. Durante il viaggio per arrivare lì se lo ricordava, mentre masticava i wurstel in pasta sfoglia, se lo teneva a mente; ma appena entrata in reparto se n’era dimenticata. Però nessuno le aveva parlato di sua madre: né Sasha, né i compagni di stanza, né il medico curante, né l’infermiera. Ma anche lui avrebbe dovuto pensare a sua madre, era cosciente, per quanto fosse strano; e poi l’ospedale era militare, quindi da qualche parte dovevano averlo registrato come vivo e ritrovato. L’avrebbero comunicato lungo la catena fino al commissariato militare, e quelli l’avrebbero avvertita, Tatjana. Magari l’avevano già informata e lei non chiamava Uljanka, taceva. Poteva essere che fosse già arrivata anche lei? O magari era alla stazione di Vologda, ad aspettare lo stesso treno, per presentarsi da Sasha al mattino? E se invece fosse già stata da Sasha prima di lei, per prima? Avrebbe dovuto chiedere al medico curante, stupida che non era altro, se non gliel’aveva chiesto; almeno avrebbe avuto qualche certezza, più o meno, ma così… E poi gli otto milioni li avrebbe comunque dovuti dividere, sempre che riuscisse a battere sul tempo Tatjana e a registrare il matrimonio. Ma otto milioni divisi a metà fanno quattro; e se c’è un bambino, le aveva suggerito l’IA, allora a Uljana spettano i due terzi e ai genitori solo un terzo. Due terzi di otto quanto fanno… Ma quanto, quanto? Si riscosse. Che stai a fare i conti? Che calcoli fai? L’hai già seppellito, Sasha, o cosa? Stai già spartendo i soldi del funerale con Tatjana? Ma che razza di stronza sei? E non sei meglio di sua madre. Pensa piuttosto a come ti sorrideva, a quanto era felice di vederti, a quanto era felice per il bambino, a come si tormentava perché senza gambe non avrebbe potuto mantenerlo, crescerlo. Come ti viene anche solo in mente di pensare ai soldi? Soldi, e allora? Che te ne fai? Sei giovane, hai le gambe, le braccia e la fica, Dio mi perdoni; in qualche modo saprai mantenerti, non ti servono quei milioni. Be’, ti comprerai un appartamento, non dovrai più vivere in affitto. E allora? Che cambierà? Certo, avere una casa propria è tutta un’altra vita: tranquillità, sei padrona di te stessa, non dipendi da nessuno. Ma in realtà che cosa cambierà? E a che prezzo? Non a quel prezzo, no? Non dipendere da nessuno, non dipendere più da nessuno, disporre di sé: ecco cosa sarebbe stato, ecco cos’era. Ma se sei legata per tutta la vita a uno senza gambe, anche se hai un appartamento tuo, cos’è, sarebbe questo il tuo sogno? E se l’operazione andasse male? Il medico curante aveva detto che era un intervento complicato e che poteva succedere di tutto. O non l’aveva detto e Uljana aveva capito così? E che cosa poteva succedere? Magari qualcosa di peggio, gli avrebbero amputato qualcos’altro? Magari sarebbe rimasto inchiodato per sempre al letto, per esempio, e avrebbe fatto i suoi bisogni addosso, e lei avrebbe dovuto pulire. E fare sesso con uno senza gambe, poi? Era un peccato dirlo, un peccato, ma doveva pensarci anche a questo; era ancora una donna giovane e sana, ne aveva bisogno. Il vibratore, per esempio, lo aveva consumato mentre aspettava notizie di Sasha; gli era rimasta fedele, ma un conto sono due mesi, un altro è tutta la vita. Smettila, non è a questo che devi pensare, è vergognoso pensare a queste cose; ma può succedere di tutto. Può succedere che non ce la faccia, e anche questo era vergognoso; persino peggio. Ma perché mai vergognarsi? Uljana aveva solo sé stessa. Che poteva aspettarsi da sua madre, con il suo stipendio? Ancora un anno o due dietro il bancone e sarebbe andata in pensione, una pensione che non ti permette certo di spassartela. Chi la manterrà? La figlia, ecco chi. E va bene, è normale, ma dove prendere i soldi per tutto questo? Eccoli, da lì, se alla fine si sposavano: proprio da quei soldi. E che c’è di male? Chi si sarebbe sobbarcata tutto? Di certo non Tatjana Nikolaevna! A proposito, chissà quanto avevano pagato per casa loro. Avevano comprato un appartamento malandato, sì, ma a Zareč’e, quasi in centro. Si saranno infilati in un mutuo, di sicuro, e dovranno pagarlo ancora per un pezzo; ma Uljana non aveva proprio intenzione di farsene carico: se l’era cercata lei, aveva mandato il figlio nell’esercito per i soldi, l’aveva spedito al macello e adesso s’incazzava. Se avesse visto Sasha sorridere, allora sì che avrebbe capito. Dunque era arrivata o no? Non poteva più aspettare, doveva decidersi e andare subito dal primario, domattina.
Chiese all’IA come si sposavano esattamente i partecipanti all’Operazione militare speciale ricoverati in ospedale. L’IA le diede istruzioni complete: non bisognava andare all’ufficio di stato civile, si poteva registrare il matrimonio anche in un solo giorno, persino direttamente in ospedale; l’amministrazione avrebbe chiamato un funzionario dell’ufficio, non occorreva aspettare un mese. Ora era così per un decreto speciale del governo; anche il presidente aveva parlato della questione: avevano creato tutte le condizioni necessarie. Be’, almeno questo, almeno per una cosa, pensò Uljana sollevata al pensiero che avrebbe fatto in tempo, improvvisamente grata allo Stato, che di solito considerava una trebbiatrice impazzita: scappa, schivalo, altrimenti ti macina. E invece, guarda un po’, si preoccupava delle persone. Grazie, non ci tireremo indietro. E quei tre milioni per l’invalidità non erano mica bruscolini, erano un sacco di soldi: con un anticipo bello sostanzioso, poi si poteva togliere un po’ dallo stipendio ogni mese; in più lui avrebbe avuto la pensione. Non c’era nessun bisogno che morisse, e Uljana non doveva fare la stronza; al contrario, al contrario: lui ce l’avrebbe fatta, e che avrebbe fatto lei, l’avrebbe davvero abbandonato, avrebbe lasciato quel Sasha che la amava così tanto, che aveva chiamato lei prima ancora di sua madre, che di tutto ciò che gli era capitato dall’infanzia fino all’impatto aveva ricordato solo il suo numero di telefono? Avrebbe lasciato lui e sarebbe saltata a godersi la sua bella vita? No, ormai erano legati, dopotutto, e Uljana non l’avrebbe abbandonato: si sarebbe presa cura di lui, e lui non si sarebbe dato al bere. Sì, chi lo sa, magari sarebbe andato davvero alle Paralimpiadi; dipendeva da quanto si sarebbe impegnata lei. Da sola sarebbe stato spaventoso; certo, negli anni Novanta le donne avevano patito le pene dell’inferno con i veterani tornati dalla Cecenia, ma adesso, con tutte queste risorse, non ce l’avrebbero fatta a vivere? Certo che ce l’avrebbero fatta. Doveva solo andare in ospedale domani mattina, di prima mattina, e farsi ricevere subito dal primario, così sarebbe stata sicura al cento per cento di fare in tempo. Che Dio faccia andare bene l’operazione di Sasha, che Dio faccia che tutto riesca!
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Maksim staccò dal piatto comune una fetta di pesce rosso e, mentre la portava nel proprio, annusò di nascosto. No, non era il pesce a puzzare.
Il locale era pieno e allegro. I camerieri, di nuova scuola moscovita — non addestrati a puntino, non servili, non ossequiosi, ma sorridenti con moderazione, come se fossero semplicemente cordiali e ospitali — si materializzavano accanto a te appena ti venivano in mente e svanivano nel brusio del ristorante non appena li dimenticavi. Tutto era organizzato con gusto, dovette ammettere Maksim. Portavano piatti bellissimi, versavano da bere in bicchieri di vetro sottile, mettevano su un’elettronica gradevole. Non se n’era andata da nessuna parte: Mosca fioriva. Mosca ronzava.
Si versò del bianco nel bicchiere e si alzò.
— Allora? Vadik! Quanti anni compi oggi non lo diremo ad alta voce…
— E fate bene! — lo interruppe il festeggiato calvo. — L’età è come il meteo sull’iPhone. Non importa quanti anni dice che hai, conta come ti senti! E io mi sento ventisette!
— Proprio così — sorrise Maksim. — Sai… Quando conosci una persona da tanto tempo… Sul suo viso vedi proprio quei tratti che conosci da quando era bambino, da quando era giovane. Ecco, io adesso ti guardo e vedo uno studente di terza media. Be’, qualche ruga, non voglio mentire del tutto, ma sei sempre tu. Non solo a ventisette anni: sei proprio quello di quando ne avevi sedici.
— «Figli, vostra madre ha di nuovo sedici anni…» Ahah — gli diede manforte Koljan.
— Sì. E in fondo sappiamo tutti che dentro siamo sempre le stesse persone che eravamo a sedici e a ventisette anni. Ne consegue che i nostri amici — i più cari, quelli della scuola… Dalla prima classe, per inciso… Come noi, qui… Ci vedono per tutta la vita come ci vediamo noi stessi: fuori dal tempo, fuori dall’età. Vedono la nostra essenza. Capiscono che l’età non esiste, che è tutta un’illusione. Insomma, Vadik! Non hai neanche ventisette anni: ne hai semplicemente sette, come me, e io ti voglio un bene dell’anima!
— Bacio! — gridò Koljan.
— Bacio! — gli fece eco, ridendo a crepapelle, tutto il loro tavolo.
Maksim brindò con Vadik, bevve un sorso abbondante e si lasciò ricadere al suo posto. Ecco, finita. Si asciugò il sudore.
A quanto pare, lì nessun altro oltre a lui pensava più che ci fosse qualcosa di inopportuno in quella scena.
Si voltò verso sua moglie: chiacchierava animatamente con Kira, il suo bicchiere, come al solito, era pieno. Quando qualcuno faceva un brindisi, lei ne assaggiava appena un sorso — giusto per evitare che qualcuno facesse domande — e poi lo metteva da parte piano piano. Con le pillole non si poteva bere.
Era da tanto che non uscivano. Ma quello era il compleanno importante di un compagno di classe e ormai era passato il settanta per cento della vita: presto sarebbe finita tutta. Non si erano inventati scuse, erano venuti. Avevano fatto bene? Da persone perbene, cos’era giusto fare?
In realtà, Maksim e Marina potevano permettersi tranquillamente i ristoranti anche prima della guerra e il venerdì e il sabato cercavano di non cenare mai a casa: di solito accompagnavano con un boccone di una nuova cucina fusion alla moda un concerto al conservatorio o una prima in qualche teatro sperimentale. La guerra non aveva toccato i ristoranti; erano rimasti lì, come prima, e il cibo era altrettanto buono. E, a dire il vero, nella loro famiglia i soldi non erano diminuiti granché. Nella Mosca senza guerra si poteva vivere da sibariti proprio come in quella di prima della guerra; tutte le possibilità c’erano, e in quella città vivevano abbastanza persone benestanti da riempire ogni locale fino all’orlo, dentro e fuori. Come dicono le hostess: abbiamo tutti i tavoli occupati. Semmai era cambiata un po’ la clientela: c’erano meno facce levigate da due decenni di europeizzazione e più facce grezze. Sulle terrazze dei ristoranti ormai sembrava sedessero le stesse persone che gestivano le ammiraglie cinesi, e guardavano il mondo con la stessa espressione: trionfante e categorica. E l’appetito, a loro, non mancava affatto, nonostante la guerra.
A Maksim, invece, l’appetito era passato.
E come avrebbe potuto venirgli? Guardando le foto delle città ucraine in fiamme? Le riprese dei droni che mostravano omuncoli contorcersi a terra? Gli infiniti campi piantati di croci? Il fatto che ogni giorno la televisione vendesse alla gente tutto quell’orrore come se fosse la realizzazione della loro stessa volontà? Tutte le altre menzogne interminabili, accompagnate da un sorrisetto disgustoso? L’obbligo di credere a quelle menzogne, o almeno di non contraddirle? Tutto questo gli contorceva lo stomaco; la gola non riusciva ad aprirsi per bene, proprio sì, proprio così: fisiologicamente.
Il primo anno di guerra aveva litigato perfino un paio di volte con degli amici che continuavano ostinatamente a mangiare nei ristoranti, senza voler rinunciare alle proprie abitudini alimentari. Gli aveva detto con cattiveria: sì, i Patriaršie stagni sono sempre lì, non si muovono, solo che adesso al posto del vitello vi servono carne umana. Vi piace, la carne?
Gli rispondevano che non avevano intenzione di rinunciare alla loro vita pacifica — tanto più che il potere voleva portargliela via — e che, forse, quella era proprio la loro forma di protesta! Maksim cercava di far capire loro che al potere, al contrario, conveniva mantenere l’illusione della normalità; che, finché la guerra non era totale, il potere voleva che Mosca e San Pietroburgo sembrassero città pacifiche e grasse, e che lo sterminio delle persone fosse relegato ai margini della coscienza collettiva e affidato soltanto ad assassini specializzati, così che chi voleva voltarsi dall’altra parte e non guardare potesse farlo. E le persone che si facevano vedere mentre masticavano in bella mostra nei gastrobar alla moda normalizzavano proprio la guerra, considerandola — e così facendola diventare — lontana e non spaventosa, dunque tollerabile e ammissibile. Era proprio questo che il potere voleva: rendere la guerra accettabile a tutti.
Il primo anno di guerra molti erano d’accordo con Maksim, il secondo pochi, il terzo nessuno; e al quarto anche Maksim, prego, si era seduto al ristorante. Si contorceva sulla sedia, ma restava seduto. Annusava, ma mangiava.
Oggi, naturalmente, Maksim non disse nulla a Vadik della carne umana. Perché rovinargli il compleanno? Aveva fatto il suo discorso. Aveva sudato. Aveva mandato giù. Ecco come si costruisce il consenso, un piccolo compromesso alla volta, si diede una gomitata. D’altra parte… A chi e che cosa aveva dimostrato con la sua austera astensione dai ristoranti? Nessuno si era unito al suo audace boicottaggio della Dolce Vita; i moscoviti continuavano a ingozzarsi come prima. La banda dei roditori non aveva notato la perdita di un combattente.
Mentre tutti ascoltavano Koljan, si versò un altro bicchiere, se lo versò da solo senza aspettare la cortesia del cameriere, e lo bevve in fretta; Marina se ne accorse con la coda dell’occhio, ma non disse niente.
Lo Chablis era eccellente e il grado di abiezione diminuì di un grado, grazie al vino.
A quel punto si alzò Emma. Si tolse gli occhiali, li pulì. Cominciò a parlare, ma le si seccò la gola. Si schiarì la voce. Il festeggiato fece cenno di tacere e tutti si zittirono, voltandosi verso di lei.
— Sapete — disse con chiarezza, ma a bassa voce. — Oggi vorrei alzare il bicchiere anche per un’altra cosa. Per il cielo sereno sopra le nostre teste.
Poi calò un secondo di silenzio. E non soltanto al loro tavolo: sembrava che anche quelli dei tavoli vicini avessero sentito il brindisi. La gente borbottò in segno di approvazione, ma sempre sottovoce, come se durante una veglia funebre qualcuno avesse detto una parola gentile del defunto.
— Al cielo sereno! E a te, Emmka! Sei grande! — le disse Maksim. — Grande!
Batté le mani una volta, poi un’altra, poi una terza, e incrociò lo sguardo del cameriere. Aveva una faccia strana, impenetrabile. Lo fissava immobile, come una telecamera di sorveglianza, forse memorizzando la faccia di Maksim e di tutta la compagnia per poterli identificare in seguito.
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Era uscita un po’ prima per fare due passi. Il prospetto Leninskij scintillava nel buio, sulla piazza Gagarin un uomo di ferro si slanciava verso il cielo blu intenso, illuminato dai riflettori, e finalmente l’aria era fresca. Lungo la strada brillavano i cartelloni pubblicitari: ora i volti degli eroi dell’Operazione militare speciale, ora i marketplace, ora gli operatori di telefonia mobile. A Uljana faceva piacere che qualcuno avesse pensato a fare pubblicità anche per gli eroi, perché era giusto: avevano versato il sangue, bisognava mostrare i loro volti a chi non usciva mai da Mosca, se non per andare a Dubai. Magari un giorno avrebbero messo anche la faccia di Sasha, pensò; sarebbe stato figo, Uljana ne sarebbe stata fiera, e allora? Non è mica necessario morire per diventare un eroe dell’Operazione militare speciale su un cartellone del Leninskij!
Chiamò sua madre. Uljana non voleva rispondere, ma lo fece.
— Ciao.
— Come stai, Uljash?
— Sto bene, mamma.
— E Sasha come sta?
— Sasha… Ci sono stata. Gliel’ho detto.
— E lui? Era contento?
— Non lo so, mamma. Non sono sicura che abbia capito.
— Non importa, capirà. Agli uomini ci vuole un po’ per capire.
— Già.
— E la mia Marinka come sta? E Maksim?
— In forma.
— Ti hanno accolto bene? Come una di famiglia, almeno?
— Sì. La zia Marina ti ha chiesto di te tutto il tempo.
— Va bene. E qui da noi…
Arrivò così al cortile, con la batteria del telefono agli sgoccioli. La prosciugò del tutto mentre finiva di parlare con sua madre. Raggiunse a fatica l’ingresso al buio, alzò la testa: le finestre erano nere. Anche il custode aveva finito il turno, la guardiola era vuota, le tendine tirate. Si sedette di nuovo sulla stessa panchina dove era stata al mattino, ad aspettare i padroni di casa. Erano quasi le dieci, non avrebbero fatto troppo tardi.
Ma loro non arrivavano, non arrivavano. Le brontolava lo stomaco, le si contorceva per la fame. E le veniva anche un po’ da vomitare per il risentimento contro zia Marina, che erano andati chissà dove a far baldoria senza dirle niente.
Al loro posto comparve nel cortile un ragazzo. Parlava forte da solo, rideva e si avvicinava sempre più a Uljana. Lei si irrigidì, pensando che fosse un drogato, ma poi guardò meglio: stava semplicemente parlando attraverso quei suoi auricolari bianchi; un ragazzo come un altro, persino carino. Si fermò davanti all’ingresso di Uljana, concludendo la conversazione, aprì un pacchetto di tabacco di carta e cominciò ad arrotolarsi una sigaretta strana; la sigillò, la lisciò, se l’accese, si accorse di Uljana e le fece un inchino teatrale, ma le sorrise con calore, come a una vecchia conoscenza, e mentre andava avanti e indietro continuava a chiacchierare:
— No, bro, dai, anche tu hai spaccato. Cioè, quella volta che eravate in tre sul monopattino, tu e le ragazze, e siete finiti nei cespugli! Sì! E poi i pulotti dietro di voi… Insomma… Vi avrebbero potuto fare un culo così… Come sarebbe a dire che non ti ricordi? Hai un blackout, per caso? E quello che ballava sul tetto con Dorn alle cinque del mattino chi era? Sì, cazzo, sì! Te lo giuro! Be’, lo capisco, assenzio e Sprite, una scelta originale! Mercoledì ci sarà. Loro fanno il mercoledì, lì. Al «Rovesnik». Suona Diana, sì. Fa quel genere lì, sai, a volte synth-pop, a volte un mix orientale, però il meglio è il venerdì da loro: prendono, insomma, le colonne sonore dei film e ci mettono sopra i beat. Sì. Certo, la prossima volta andiamoci insieme. D’accordo. Be’, tutto qui, bro, ho finito la sigaretta. Aha, abbraccio. Abbraccio.
Si avvicinò al cestino, ci gettò con cura il mozzicone, tornò alla porta, appoggiò il portachiavi del citofono, si voltò verso Uljana:
— Non dovete entrare qui?
Era alto, con una folta chioma ribelle di capelli scuri e una bellezza curata, da capitale, quasi non russa, francese, forse. E aveva un viso così, tutto suo, come se si conoscessero da cent’anni: uno con cui era facile attaccare discorso. La camicia estiva bianca gli stava così bene che sembrava fosse arrivato in barca a vela e avesse attraccato davanti a quel portone. All’improvviso Uljana pensò: Sasha, con una camicia del genere, sembrerebbe un cameriere della «Shokoladnitsa».
— Sì, entriamo qui — annuì lei.
— Allora andiamo dalla stessa parte.
In fondo, le era indifferente dove aspettare: lì o al piano di sopra. Era luglio, le notti erano calde. Eppure, chissà perché, le venne voglia di accettare, di seguire quel ragazzo allegro e spensierato verso… Da qualche parte.
— Posso? — si alzò dalla panchina.
— Deve! — Il ragazzo aprì la porta, la tenne con la schiena e invitò Uljana a entrare.
Non sospettò niente di lei. Non la interrogò. Si limitò a farla entrare, tutto qui.
— Hai dimenticato le chiavi? — le chiese già sulle scale: salivano affiancati.
— Non me le hanno nemmeno date. Non me le sono ancora meritate — sorrise lei.
— Nuovi vicini?
— Ospiti inattesi.
— Una basista?
— Una rapinatrice.
Mentre aspettavano l’ascensore e guardavano in silenzio le cifre dei piani cambiare sul display, lui la squadrò in una frazione di secondo — più che sufficiente, naturalmente, per intercettarla. Dall’alto in basso, dal basso in alto, poi di nuovo al display.
I soldati in ospedale sì, la divoravano con gli occhi, ma l’attenzione dei soldati vale zero, sono sempre a corto di tutto. Per i moscoviti di prima categoria, quelli che vivevano dentro la tangenziale, invece, lei era come un vetro opaco: tutti guardavano attraverso di lei, accigliati, e non la vedevano. Questo qui, il primo, l’aveva vista come una persona normale, non come una provinciale. E poi… Le era parso che avesse visto in lei una ragazza. Per un secondo le era sembrato di nuovo che a Mosca anche Uljana potesse comunque darsi una spinta dall’asfalto e spiccare il volo. Le si strinse il cuore, per la possibilità e per l’impossibilità.
— Davvero, grazie, mi hai salvata — Uljana si voltò verso di lui. — Altrimenti sarei rimasta a dormire sulla panchina finché non arrivavano i miei. E invece ecco un principe.
— Il principe sul cavallo bianco — rise il ragazzo, e si sentì che aveva addosso un odore di alcol aromatico, probabilmente roba forte. — E tu, per caso, sei la Bella Addormentata?
— A quanto pare, non addormentata.
Le era persino venuta in mente la risposta: «Non dormo con nessuno», ma si era vergognata a dirla.
— Per caso sei del Leone? — gli chiese; era sicura al cento per cento che fosse del Leone!
— Se non altro, un leone da salotto. Quale piano ti serve?
— Il quinto.
— Cioè, dai vicini? — si stupì lui, e all’improvviso ogni mistero gli svanì di dosso, come se l’avessero spruzzato con l’antistatico. — Uljan, sei tu?! Incredibile!
Uljana rimase impietrita, poi all’improvviso capì anche lei.
— Kirjuša?..
— Ma dai! Tu…
— E tu… Kirjuša, figurati… Sei tutto un Kirill Maksimovič, ormai…
— Cazzo. Come ho fatto a non capirlo…
— E io ti guardavo e pensavo che avessi qualcosa di familiare…
— Quanti anni sono passati, cazzo? Quindici, tipo?
— Di più! Io avevo dodici anni.
— Pazzesco…
Kirill cominciò ad aprire la serratura, ma non riusciva a infilare la chiave perché continuava a voltarsi a guardare Uljana, incredulo. Alla fine la fece entrare e, già sulla soglia, aggiunse:
— Mamma mi aveva detto che eri arrivata… Che qui hai il fidanzato, vero? In ospedale…
Fu come se, al buio, avesse messo un piede in un tombino aperto e, in quella breve sensazione di assenza di peso, le viscere le fossero risalite in gola: la vergogna la raggelò. Aveva appena flirtato con lui, appena allontanatasi da Sasha; e ancora peggio, se Kirill avesse capito che ci stava provando con il primo che capitava mentre il suo fidanzato era ferito. Le salì il sangue al viso, le venne un brivido… Dio, quanto sei proprio…
Kirill la invitò a seguirlo in cucina.
— Vuoi qualcosa? Cognac o qualcosa con le bollicine?
— Mi basta un tè. E un panino, se ne hai.
— Be’, allora tè.
Lui si versò un dito di qualcosa d’ambrato e ci buttò dentro del ghiaccio. Si sedettero a bere il tè.
— E lui come sta? — chiese Kirill. — Il tuo?
— Come vuoi che stia… — disse Uljana. — Gli hanno amputato le gambe.
— Oh. Che casino tremendo — si rattristò lui.
Bevve un bel sorso. Le preparò un panino con la salsiccia Doktorskaja e glielo porse.
Sasha le apparve davanti agli occhi, con il suo lenzuolo vuoto, i suoi occhi da cucciolo e quel sorriso da strafatto. Anche lei avrebbe voluto qualcosa di forte, ma non poteva. Mise tre cucchiaini di zucchero nel tè.
— Quanti anni ha?
— Ventisette.
— Come me, allora? Cazzo.
Almeno non aveva evitato Sasha, come facevano i suoi genitori, e non fingeva che Uljana fosse capitata da loro senza motivo, solo per una visita.
Si alzò, prese una bottiglia dallo scaffale e si versò ancora. Un dito non gli era bastato per mandare giù una cosa del genere. Uljana taceva. Non c’era niente da aggiungere.
— Ti ricordi quell’albero di Natale? Quella volta che sei venuta da noi per la festa, vero? A quella del Cremlino.
— Certo che me lo ricordo! Proprio oggi ci stavo ripensando…
— Mamma aveva preso i biglietti, per noi e per voi. Non ci sono mai andato né prima né dopo. Così tu, davvero, mi fai venire in mente il Cremlino… Avevi un vestito dorato, vero?
— Giusto! Era dorato! — sorrise Uljana, ricordando.
— Ecco! Pensa, mi è rimasto impresso… E poi… Ah, sì, quando mamma mi portò al vostro villaggio. Mi ricordo la cantina e il gallo.
— Quale gallo?
— Boh, uno. Nero. E poi c’era quel tizio che segava la legna con la motosega, e l’odore… di benzina. E di legno.
Forse non aveva nemmeno pensato di giudicarla. Non gli era passato per la testa. C’era dell’altro: lui da piccolo e Uljana dodicenne con il vestito dorato. Kirill sorrise, a lei e a se stesso, e rimase assorto. Studiava la carta da parati. Uljana si inquietò di nuovo: e adesso?
— Mi dispiace per quel ragazzo… E poi… — Kirill si strofinò la fronte. — Ma perché non se n’è andato?
— Dove?
— Be’, fuori dalla Rascia.
— Come?
— Cioè… Come… Non ha il passaporto per l’estero?
— No.
— E perché non l’ha fatto?
— E dove sarebbe dovuto andare? — sorrise Uljana. — Nemmeno io ce l’ho. E poi costa.
— Be’, i soldi. Però poteva scappare. Lo hanno chiamato con la cartolina?
Uljana ci pensò un secondo, intanto sorseggiando il tè. Era una verifica. Ma Kirjuša era dalla sua parte e le stava suggerendo lui stesso la risposta giusta. Voleva che Sasha non facesse il servizio, che scappasse. Ma era solo compassione, oppure era proprio contrario alla leva, contrario alla guerra? Era chiaro che sperava che Sasha fosse andato a servire per forza, con la cartolina. La risposta giusta: l’hanno costretto.
Abbassò la testa in avanti. A quanto pareva, aveva indovinato.
— Cazzo… E comunque. C’è l’Armenia, il Kazakistan… Ti fanno entrare con la carta d’identità. La Bielorussia! Senti, sì… Prendi me, per esempio, così non cerchiamo esempi lontani… A me è arrivata la cartolina. Settembre del ventidue. Ti ricordi quando le mandarono a tutti? Per la mobi-lizzazione. E anche a un altro mio amico era arrivata la stessa lettera della felicità. Insomma, siamo saltati subito in macchina, la mamma ci aveva preparato syrniki da portare e un po’ di panini, e via in Georgia. Quando c’era un milione di persone in coda a Verchnij Lars, eravamo lì anche noi, tutti insieme. Tre giorni in macchina. Ci siamo mangiati tutti i panini, poi per poco non ci mangiavamo a vicenda. Però in qualche modo siamo passati. Pur di non essere arruolati. Perché faceva una paura fottuta.
Uljana gli annuì.
— Capisco.
— Ecco, capisci? Bastava solo spostarsi altrove nel momento peggiore, finché rastrellavano tutti. A loro non importa chi si presenta e chi no, contano solo le teste. Chi si fa vivo, si fa vivo. Quindi non dovevano per forza prendere il tuo ragazzo… Bastava uno qualsiasi… Un qualunque fesso che non capisce cosa succede nel Paese. Cioè… Scusa, non volevo…
Uljana alzò le spalle.
— Insomma, io ho una vita sola, Uljan… Che faccio, la butto nel cesso, sul serio? È tutta una stronzata colossale, quello che raccontano in tv, e io capisco che sono cazzate, e tu lo capisci, e lo capiscono anche loro, ma fanno tutti finta che sia una cosa seria. Però senza offesa! È anche per questo che mi dispiace tanto per il tuo ragazzo. Perché gli è capitato tutto questo? A che scopo? Per nessun motivo e per nessuno scopo. Così, perché il nostro vecchio è impazzito. Come si chiama, hai detto? Sasha?
— Sasha.
— Ecco, ma per cosa fa tutto questo, il tuo Sasha?
La paura di Uljana di essere giudicata dal parente moscovita per il suo crimine di pensiero — per essere una troia, per aver tradito Sasha — si ritirò; e anche il ricordo del vestito dorato, la gioia di quella vicinanza di pochi secondi, di un frammento di infanzia tenera condiviso con quell’estraneo, appassì e tornò a essere una vecchia Polaroid: solo contorni sfocati. E anche il fatto che Kirill si fosse interessato a Sasha non bastava più a scusarlo. Se n’è andato a fanculo, ecco tutto. E perché no? Poteva farlo. Aveva il passaporto per l’estero.
Perché se l’era fatta sotto. Se l’era fatta sotto, non perché fosse stato furbo.
Probabilmente le si leggeva tutto in faccia. Aveva imparato, più o meno, a mentire a parole per tirare avanti, ma Dio non le aveva dato molto talento per recitare. Non aveva ancora fatto in tempo a dire niente, e lui aveva già avvertito il cambiamento, aveva visto tutto anche attraverso il cognac; si agitò e cominciò a parlare a raffica.
— E tu perché non sei rimasto nella tua Georgia? — gli rispose Uljana.
— Senti, perché non sono rimasto… Be’, lì è dura lo stesso. Si tira avanti a malapena. Certo, gli abbiamo portato il meglio che c’era a Mosca: matcha latte, feste kinky e servizi per portare a spasso i cani, ma la gente lì, in generale, vive nel suo mondo. Tutta Tbilisi è imbrattata di graffiti con scritto «fuck Russians» e «Russi, tornatevene a casa», e ogni conversazione con la gente del posto comincia con me che dico che non sono a favore, che me ne sono andato per la guerra, che vi siamo davvero molto grati e così via. Per i primi tre mesi fare penitenza va anche bene, poi un po’ ti stufi. No, davvero, sono molto grato per l’ospitalità, Tbilisi è una città splendida, la gente, i khinkali, l’Aragvi, la Kura, la chacha, i giovani designer… E capisco tutto, sono nel loro pieno diritto, da duecento anni ne hanno viste di tutti i colori da parte nostra, saranno anche stanchi, però non passa un giorno senza che ti ricordino che sei ospite. Come se ti parlassero, ma intanto guardassero l’orologio, chiedendosi quando te ne andrai, capisci? E poi, a dire il vero, Mosca è molto meglio: sia per la matcha sia per le feste kinky. Insomma… Sono moscovita, cazzo, è la mia patria, mi manca, quanto posso restare via? Voglio tornare nel mio appartamento, vedere mamma e papà, non essere più un ospite…
Uljana aggrottò la fronte.
— E la cartolina? Non risulta ancora valida?
— Sì… La cartolina. E allora? Com’è che funziona: hanno un KPI, quanti uomini consegnare al nonno perché se li mangi. Il nonno dice: ho fame! E loro fanno due conti: allora, ci servono trecentomila persone. Che si fa? Facciamo una lotteria della morte. Mandiamo un milione di cartoline a caso. Ne abbiamo radunati trecentomila, il nonno ha mangiato, gli altri per ora sono liberi. Io sono tornato, è tornato anche il mio amico, e poi altri ragazzi, e niente, nessuno ci ha richiamati. Dopo, mi pare, l’ha detto persino Sobjanin: basta, state tranquilli. È come sempre nella Rascia: parte questo Occhio di Sauron infuocato, da sinistra a destra e da destra a sinistra; chi viene preso dal raggio laser si incenerisce in culo, be’, mi dispiace. E che vi aspettavate? Questa è la patria, figliolo, le regole le conoscono tutti. E quelli che sono riusciti a scappare dicono: oh, bene, ce la siamo cavata, siamo vivi! E continuiamo a far festa. Be’, allora continuiamo a far festa, no?
Continuiamo a far festa, ripeté Uljana in silenzio. E allora?
— Io… — si alzò. — Credo che andrò. Domani devo alzarmi presto, devo tornare in ospedale.
— Ah? Sì… Certo. Capisco.
Anche lui si alzò, per versarsi ancora un po’. Lei mise la tazza vuota nel lavandino, ci pensò mezzo secondo e decise di sciacquarla. Lui sorseggiava alle sue spalle. Se la godeva. Uljana si voltò. Era strano non riuscire a ricordare come, mezz’ora prima, avesse potuto trovarlo bello.
— Buonanotte.
— Aspetta — disse lui. — Tieni, prendi le mie chiavi. Tienile tu. Così, se capita, non devi restare piantata sotto casa.
— Grazie mille.
Si lavò, si rifugiò nella sua stanza e si coricò.
E appena spense la luce, si ritrovò di nuovo davanti a Sasha in corsia. Rientrò da lui dal corridoio dell’ospedale, rivide per la prima volta il vuoto sotto il lenzuolo, i suoi occhi infossati, cerchiati di nero, gli angoli della bocca rivolti all’insù; e quella domanda: «Come farò a crescerlo?»
Quella volta Uljana aveva trovato subito una risposta, ma adesso si smarrì. Era stato facile mentire a Sasha quando era sotto farmaci, ma adesso era sobrio, aveva smesso di sorridere ebete e la guardava severamente, come un morto.
— Ciao. Ho pensato di chiamarti, stavolta, sì. Ti disturbo? Be’, non so, magari stai ascoltando qualche podcast intellettuale. Sì, è così che mi immagino le tue serate. Be’… Prima lavori per la reputazione, poi la reputazione lavora per te… No, volevo solo, come dire, renderti omaggio, perché è successo tutto un po’ di corsa… Sì, tanto di cappello, il set è stato una bomba. E lo stile… Signora, hai trovato in me un ammiratore fedele. Era chiaro subito che avevi dei riferimenti seri. Ma no, i loro giovedì non sono neanche lontanamente paragonabili ai tuoi venerdì! Cazzo, lì mette musica una specie di bestia che fa sesso come un animale, te lo giuro, ti esce fumo dalle orecchie. No, no, tu sei la migliore, senza dubbio.
Uljana era già davanti alla porta, con l’orecchio premuto contro il legno, e sentiva distintamente ogni parola. Kirill chiacchierava in cucina, ma non aveva intenzione di chiudersi dentro: non si vergognava di sua cugina, o magari si era già dimenticato di lei. Si era tuffato nel buco nel ghiaccio, aveva pensato alla morte: brrr! E poi era tornato al caldo.
— Diaaana… E se, tipo, andassimo a cena? Così, tanto per dire. Sì. Domani, per esempio, perché no? «Lucky Izakaya». Sì. E perché no? Un classico intramontabile. Il locale ha un’impronta giapponese, sì, però in generale è fusion panasiatica. E lì, nel cortile accanto, c’è anche quel posto… Aha. Poi potremmo trascinarci fino al «Level Two», giusto un pochino. Ti tenta? Suona «Gedzhu». Ma non è che rifiuti del tutto gli altri artisti, vero? No, una cosa tranquilla. Anch’io devo lavorare. Yoga la mattina, strada la sera? No, ma qual è quella giusta? Sinagoga di giorno? Scherzo. Allora è deciso, prenoto, sì? Evviva!
Chiusero la chiamata.
Uljana tornò quatta nella sua stanza, si avvolse nel lenzuolo come un bruco e fissò il buio. Il buio non la accolse per molto tempo, ma alla fine la inghiottì.
• • •
Quando ormai stavano tornando a casa, a notte fonda, il telefono di Maksim squillò in tasca. Lo tirò fuori: «Mitja». Un altro amico di scuola, che con l’inizio della guerra si era finalmente deciso a partire per Israele. Da anni si lamentava che non si poteva andare avanti così, e tre anni prima aveva trovato il coraggio di farlo.
Marina, staccando per un attimo gli occhi dalla strada, lanciò un’occhiata allo schermo e fece cenno a Maksim: parla pure.
— Ciao, Mitjai.
— Shalom, ortodossi! — esordì lui. — Allora, com’è andata la festa per Vadik? L’ho chiamato anch’io.
— Molto carina — disse Maksim.
— Dove siete andati?
— Al «Pandemonium», sulla Nikitskaja. Quello nuovo.
— Scommetto fusion. Cosa vi hanno servito? Patata dolce dello Zimbabwe con caviale nero iraniano e tenero kumquat con aringa giovane di Arcangelo?
— Non me lo ricordo più. Ma era buono, purtroppo.
— Io invece ricordo tutto — rise Mitja. — Di notte sogno quella patata dolce. E le patate novelle coltivate dai novizi di Valaam, con panna montata di latte di bufala. Cos’altro c’era… A proposito, in ebraico «ristorante» si dice «misada».
— È tutto ancora al suo posto, Mit’, — lo rassicurò Maksim. — Vieni.
— No, grazie. Meglio se venite voi da noi.
— E cosa ci sarebbe di meglio? Vi bombardano a tutto spiano, lo fanno vedere persino da noi. Che ci fate ancora là? Tanto valeva andarsene.
— Be’, ci si abitua a tutto — disse Mitja. — Vero, Max?
— Non a tutto.
— A tutto! — ribatté Mitja con sicurezza. — Insomma, com’è andata, quando vi siete ritrovati tutti a tavola? Avete parlato della guerra?
— Della vostra o della nostra? — lo punzecchiò Maksim, cominciando a irritarsi perché Mitja lo trascinava in quelle conversazioni al telefono.
— Della guerra con l’Ucraina.
— Senti… Ne parliamo quando ci vediamo, va bene? Ma l’hai già dimenticato com’è qui da noi?
— Quando ci vediamo… — sospirò deluso Mitja.
— Che cosa vuoi sentirti dire? — gli disse Maksim, cercando di dominare la voce, mentre le viscere gli si contraevano. — Tra i nostri, solo Andrej è diventato zeta sul serio, ma Vadik non l’avrebbe invitato comunque. E poi… Emmka ha fatto un brindisi contro la guerra. Qui tutti capiscono tutto, Mitja. Nessuno è a favore. Ma che cosa possiamo fare adesso? Nessuno può fare niente. Possiamo solo finire dentro, e nient’altro.
Marina gli lanciò uno sguardo d’ammonimento e scosse la testa: anche lei capiva che non era il caso di parlarne al telefono, neanche su WhatsApp. Solo che Mitja non lo capiva. Prima lo sapeva, ma adesso se n’era dimenticato. Non voleva ricordarsene, ostentava la sua amnesia.
— Sareste dovuti partire, e non sarebbe andata così.
— E dove? A differenza tua, io non ho un nonno ebreo.
— Tutti hanno un nonno ebreo — dichiarò sicuro di sé Mitjaj. — Dipende da quanto sei con le spalle al muro. A quanto pare, voi per ora non lo siete abbastanza.
— E poi, in generale — si irritò Maksim. — Perché mai dovremmo andarcene? Questo è il nostro paese. Che se ne vadano tutti dalla Russia, quella banda di pietroburghesi.
— Il nostro paese! — ridacchiò Mitja. — Ma quanto sei un tesorino, alla fine. Il paese del fascismo vittorioso.
— E voi, invece? — lo interruppe Maksim.
— Be’, adesso è akol beseder, come si dice. Però, come due settimane fa, quando gli iraniani hanno fatto casino, non è più successo, almeno per ora. Duecento missili balistici su Tel Aviv. E allora, certo… Prima vivevo in una casa senza mamad, dovevo correre nel miklat, e ogni notte c’era l’azaka; adesso invece è una pacchia: vivo in una casa nuova, con il mamad. È come se ti spostassi semplicemente in un’altra stanza, ti siedi e ti guardi un film.
— E non hai paura?
— Ce l’ho. Be’, paura… non fai in tempo a sclerare. Ma è una sensazione, capisci… È casa tua. Casa, capisci? Il paese è piccolo. Prendi il rakevet e in mezz’ora sei a Gerusalemme, in un’ora a Haifa. Ti hanno attaccato. Hai risposto. Hanno scavato tunnel in tutta Gaza. I nostri sono entrati coi carri armati e li stanano. Quando li avranno stanati tutti, ci sarà la pace. Basta aspettare. E poi c’è anche l’Iran.
— Tutti chi?
— Gli arabacchi.
— Ma lì ci sono dei civili — gli disse Maksim.
— Lì prendono in mano i fucili a tredici anni — gli spiegò Mitja. — Fidati meno della televisione.
— Ma non è la stessa cosa che da noi? — chiese Maksim. — Suona simile.
Marina gli fece capire che sarebbe stato meglio chiudere lì la conversazione. E ormai erano quasi arrivati a casa.
— Non è affatto la stessa cosa — rispose Mitja.
— Però le somiglianze sono tante — gli disse Maksim congedandosi.
Erano passati appena tre anni, e quell’uomo già parlava e pensava in una lingua incomprensibile. Eppure, quando viveva a Mosca, in qualche modo si capivano al volo.