Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
4.
Maksim ascoltava musica classica su Radio Orfej; Kirjuha la chiamava Radio Morfej. Là, direttori d’orchestra e conduttori mantenevano per il momento la neutralità e trasmettevano da chissà dove, da una splendida epoca in cui le ultime guerre erano finite ai tempi dei Nibelunghi e da allora il mondo sembrava essere stato avvolto da una pace assoluta. Su Radio Morfej non c’era neppure un notiziario, per non turbare il sonno e la digestione di un pubblico colto e ormai non più giovane.
Le auto si riversavano fuori dal tunnel in fiotti compatti, come dai fori di una grattugia da tritacarne. La carne macinata di metallo si stendeva lentamente sul piatto di cemento del Terzo anello. Eppure c’era stato un esodo, no? Quanta gente era partita! E il traffico non era diminuito. Mosca era del tutto insensibile alle decimazioni: era, è e sarà. Puoi falciarla quanto vuoi: tanto ne ricrescerà altra.
Ma in quel caso, a spiegare le cose non bastava neppure la semplice aritmetica: c’era di mezzo la matematica superiore. Mosca era bloccata perché i satelliti facevano i capricci. Perché ormai il navigatore mostrava ovunque un unico, sterminato Sheremet’evo, e per orientarsi si poteva contare solo sulla propria conoscenza della città, come ai tempi della lontana giovinezza. I tassisti immigrati, cacciati da Yandex, si confondevano e si perdevano, giravano a vuoto di qua e di là come robot a cui avessero disattivato Skynet, e chiedevano ai passeggeri di indicare la strada. E gli ingorghi non comparivano ancora sulle mappe. Ma la gente aveva già disimparato a vivere affidandosi alla memoria, come prima: aveva perso il contatto con la terra, si era abituata al cloud, e la memoria, non servendo più, si era atrofizzata. Ora bisognava reimparare a vivere come un tempo, visto che il futuro era stato bloccato; ma si procedeva a rilento.
Mosca restava imbottigliata nel traffico e malediceva Yandex. La rabbia si accumulava in tutti. Lasciava in bocca un sapore amaro, come la bile; bisognava sputarla addosso a qualcuno. E così si odiavano il navigatore, i satelliti che facevano cilecca. Si preferiva considerare i satelliti come entità autonome, come l’ultimo anello della catena. Ma perché facevano cilecca? Per quale motivo? A questo punto la gente cercava di non pensarci. Perché allora cominciava una catena di deduzioni che finiva con le manette ai polsi.
Su Radio Morfej trasmettevano Wagner.
Wagner… Chissà, magari era un’allusione? Mandavano messaggi in codice, facevano l’occhiolino ai loro, di nascosto. Il Lago dei cigni, naturalmente, non potevano metterlo: sarebbe stato tutto troppo evidente, ma Wagner…
Maksim cercava dappertutto segni di persone che la pensavano come lui: uno sguardo d’intesa particolare, un sorriso scettico riservato ai propri simili, una stretta di mano lunga, quasi segreta e massonica, un «No alla guerra» scritto col pennarello in ascensore o, ai semafori, una scritta aggiunta a mano, sempre col pennarello, allo stencil «Aspettate»: «morirà». Maksim sapeva che intorno dovevano esserci molte persone come lui: gente che, dopo più di tre anni di guerra, non si era ancora rassegnata; per cui era diventata un’abitudine, ma non una cosa normale; gente che faceva resistenza, di nascosto, senza sperare né di sconfiggere il Moloch dello Stato in quella lotta destinata in partenza a fallire, né anche solo di impedirgli granché di divorare le persone — questo era troppo anche per un singolo individuo —, ma semplicemente di tenerlo fuori almeno dal proprio minuscolo appezzamento di responsabilità esistenziale. Salvare sé stessi e la propria famiglia, magari anche qualche sconosciuto capitato lì per caso.
Come ai tempi del tardo regime sovietico, quando ogni intellettuale teneva in tasca una fica: certo, una fica non era un coltello finlandese, ma non partecipare a tutto quel totalitarismo era già una forma di resistenza, perché un totalitarismo senza totalità non è totalitarismo; e poi, alla fine, non era stata forse proprio la mancata partecipazione della gente a far crollare il sovok? In onore di quella fica in tasca, Maksim chiamava sé stesso e quelli come lui «la clandestinità della fica». L’accento sulla «I».
Wagner aveva finito di rimbombare, prepararsi Liszt. Poi Chopin.
Con una colonna sonora così, in generale, era sopportabile. Primo: era anacronistica, e a Maksim andava bene così. Il tempo collettivo si era comunque schiantato contro trincee, campi minati e kill zone per droni, e si era fermato. Invece ascoltavi quella musica e ti sembrava di non essere nella Russia del venticinque, ma da nessuna parte, in una tua dimensione individuale. Primo. Secondo: lasciamo pure che il pianeta si sia inceppato, che il continuum temporale della società sia andato a rotoli, ma tu sei bravo, non sprechi il tuo tempo personale, ti dedichi alla tua formazione: ecco Chopin, ed ecco Schopenhauer. Nella cultura mondiale c’era ancora tanto da scavare; ci si poteva anche seppellire a testa in giù, e non sembrava poi così terribile che tutti i tuoi progetti fossero finiti nel cesso: in questa vita non è detto che si debba sempre andare avanti e in alto, a volte fa bene anche andare in profondità.
A destra e a sinistra c’erano auto cinesi, dall’aspetto futuristico, tutte levigate. Da una parte una bellona tutta vezzi si sistemava il trucco, imbronciando le labbra davanti allo specchietto abbassato; dall’altra un uomo ostentatamente virile manovrava con un dito: bicipiti tatuati, schiena muscolosa. Veniva voglia di presentarli l’uno all’altra: sembravano fatti apposta per stare insieme.
Le auto europee erano finite e ormai si potevano importare soltanto per vie traverse e a caro prezzo, mentre quelle cinesi si trovavano ovunque senza lista d’attesa e tentavano con i prezzi; anche Maksim, suo malgrado, ci buttava l’occhio. Ma solo per strada e di sfuggita: nei loro autosaloni non metteva piede per principio. Le «cinesate», come le chiamava Maksim, avevano conquistato Mosca dopo l’inizio della guerra e per lui ne erano una conseguenza diretta. La Russia era stata scomunicata dalla chiesa occidentale dei consumi per la sua barbarie e il suo cannibalismo, l’industria automobilistica tedesca era stata sottratta: e i cinesi si erano riversati negli spazi vuoti. La Cina non aveva intenzione di punire la Russia per la sua immoralità, anzi, sembrava quasi incoraggiarla: il surrogato cinese non solo era alla portata di tutti, ma, sullo sfondo della goffaggine europea, sembrava anche arrivare dal futuro. Ma era tutt’altro futuro: estraneo, tecnologicamente avanzato, ma disumano. Niente a che vedere con quello che Maksim si era immaginato e aveva progettato per sé.
Perciò, agli occhi di Maksim, tutti quelli che si rallegravano delle auto cinesi salutavano da un lato il Grande Firewall, i punteggi sociali e il gulag digitale, e dall’altro lo Sonderweg russo, ogni sorta di khokhloma e di rozzezza paesana, la rottura con l’Europa e, di conseguenza, la guerra stessa. Collaborazionisti, servi del totalitarismo e traditori del sogno di un futuro europeo per la Russia, borbottava Maksim.
Quando restava imbottigliato nel traffico, Maksim sbirciava sempre dentro le auto cinesi con un interesse che sembrava schifato, come se cercasse di individuare le debolezze e i vizi dei proprietari che li avevano spinti a una scelta del genere; intanto, però, si leccava con gli occhi i cruscotti, presi di peso dai film di fantascienza. E i marchi delle auto, con le loro pronunce illogiche (ma perché mai «Hongqi» dovrebbe leggersi «Hongchi»? Per fortuna gliel’aveva spiegato Kirjuha, da solo non ci sarebbe mai arrivato), suo malgrado finiva comunque per impararli e ricordarli.
Lui, invece, continuava a guidare la sua «Audi A6», che ormai cominciava a perdere pezzi.
Forse si arrabbiava tanto con loro solo perché era arrivato il loro tempo, mentre il suo se ne andava. O forse perché la loro scommessa aveva pagato e lui aveva fatto la scelta sbagliata. Era così? Ma no, non era fatto in modo così volgare, non era così sempliciotto. Certo, c’era anche questo, se voleva essere del tutto sincero con sé stesso, ma la componente terrena, personale, era forse il venti per cento; l’altro ottanta era di natura esistenziale e di principio. Va bene, trenta e settanta.
Per il settanta per cento Maksim era triste perché le placche tettoniche si allontanavano, perché l’Eurasia si spaccava, perché la Russia tornava a passare all’Orda. E soprattutto perché si concedeva all’Orda con lascivia, manifestando un evidente sollievo all’idea di potersi finalmente sfilare il severo e stretto vestito europeo, facendo dispetto ai suoi delusi tutori occidentali e, per giunta, accusando proprio loro, solo per schernirli, della propria dissolutezza e delle proprie sregolatezze. Ecco a cosa ci avete ridotto, con tutte le vostre restrizioni e i vostri divieti: ci avete portato allo sfinimento! E poi, con tutta la vostra ipocrisia e le vostre perversioni segrete, avete il diritto di farci la morale? Non siete forse stati voi ad addormentarci con le vostre promesse, per poi approfittare di noi e corromperci nel nostro sonno magico? Ci avete corrotto, signori!
Naturalmente, non c’era niente di nuovo. Era tutto parte della tradizione russa di presentare ogni proprio peccato come risposta a un peccato altrui ancora più spaventoso, come un atto di giusta vendetta dopo il quale, si voleva credere, la favola finiva lì. E tutte le conseguenze di quel peccato, anche le più catastrofiche, venivano attribuite a un’altra storia, del tutto slegata dalla precedente, perché collocata su un altro giro della spirale dello sviluppo storico. Solo che, nei fatti — proprio perché non si voleva indagare le cause e le conseguenze al di là di ciò che conveniva in quel momento —, in Russia quella spirale era tale solo formalmente, per il suo movimento lungo l’asse t; nella sostanza era un anello. Un anello di cemento, colmo fino all’orlo di carne macinata di metallo.
Di quell’eterna favola popolare russa, che il popolo si raccontava da sé, in cui la giustizia consisteva nel trasformare la vittima in carnefice, prima soffrendo fino all’annullamento di sé e poi, al proprio turno, frustando con gran gusto, in cui umiliazione e vendetta erano la coda e le fauci dell’uroboro, Maksim non era né lettore né estimatore. Ma si rifiutava di mettere una croce sul popolo e riponeva le sue speranze nell’Illuminismo, che in Russia non era mai arrivato; dunque, prima di disilludersi del popolo, bisognava ancora tentare con lui quest’ultima risorsa. La Russia si è persa l’Illuminismo, diceva Maksim nelle discussioni con gli amici scettici e apocalittici: ha sostituito l’Illuminismo con l’alfabetizzazione di massa. Hanno insegnato al popolo a leggere, ma non gli hanno dato i libri giusti. Bisognava mettere in mano alla gente i libri giusti e poi farle anche un quiz basato su quelli, perché il materiale venisse assimilato per bene.
Perciò Maksim considerava umilmente il proprio lavoro una porzione del fronte della lotta universale per le menti e le anime; più precisamente, combatteva perché si imparassero le lezioni del passato, perché i carnefici non si spacciassero per vittime e perché sopravvivesse la Gondwana di un mondo globale e illuminato. Non lo diceva a nessuno, non perché fosse un tipo vanaglorioso, o meglio, perché si vergognava di vantarsi; ma, quando era solo con sé stesso, la pensava proprio così. Solo che in quel momento sul fronte occidentale erano in corso dei cambiamenti, e non erano cambiamenti in meglio.
«Hanno rovinato la Gondwana, quei cazzoni», borbottò Maksim ad alta voce. «Che Gondwana hanno distrutto!»
Con quei pensieri disfattisti arrivò al suo negozio. Parcheggiò nel cortile, si guardò allo specchio e all’improvviso vi vide un uomo malconcio dalla vita, che conosceva appena, diverso da quello della foto sul passaporto, fatta a quanto pareva solo poco tempo prima. Un anno ne valeva due.
Sospirò. Scese.
«Buongiorno, Maksim Pavlovič!» gli sorrise la guardia, con familiarità.
«Ciao, Valer», gli sorrise a sua volta Maksim, tendendogli la mano.
• • •
Uljana si svegliò tardi, per via della luna piena. Verso l’alba aveva fatto un brutto sogno, e avrebbe dovuto liberarsene prima; ma anche nel sogno ricordava che fuori l’aspettava qualcosa di ancora più spaventoso, perché era reale.
Aprì gli occhi a fatica, si riprese e rimase sdraiata.
Doveva prendere un biglietto. Per quando? Aprì il sito delle ferrovie, scorse gli orari dei treni senza capire granché, ma sempre più in ansia. Partire di giorno o di notte? Quella scelta semplice la fece accaldare e si liberò della coperta. Che c’era che non andava? Era tutto chiaro: naturalmente, doveva raggiungere Saša il prima possibile, rivederlo. Da una parte. Dall’altra, doveva rimettersi in sesto; non poteva presentarsi da lui come uno spaventapasseri, per di più con quelle notizie e quelle proposte. Ma c’era anche qualcos’altro… Una freccia nera della bussola, che puntava ostinata, facendola tremare, nella direzione in cui Uljana non voleva guardare. Dove?
Stringeva in mano il telefono pesante e fissava lo schermo, paralizzata. Doveva fare qualcosa. Doveva fare qualcosa, per forza.
Chiamare la madre di Saša, ecco cosa.
Chiamarla e parlare dei piani. Chiederle consiglio, mettersi d’accordo per partire insieme. Scoprire, innanzitutto: lui era riuscito a contattare anche lei? E se no? Il numero di Uljana lo ricordava, ma quello di casa? In quel caso avrebbe dovuto dire a sua madre che Saša era vivo!
Ma no, si disse Uljana, dubbiosa. Non poteva essere che non conoscesse il numero di casa; e poi, se c’era qualcuno che doveva chiamare per primo, era sua madre! Sì, l’aveva chiamata. Le voleva bene, anche troppo; le voleva bene e, per di più, ne aveva paura. Quando lei gli aveva proibito di parlare di sposare Uljana, lui aveva abbassato le braccia. Aveva scelto sua madre.
E questo cosa significava? Che lei lo sapeva già, fin da ieri, e non aveva chiamato Uljana, non le aveva detto niente. Quindi neppure un miracolo del genere l’aveva intenerita: come l’aveva rifiutata prima, così la rifiutava ancora. Fin dall’inizio Tatjana aveva deciso di odiarla, così, senza motivo: solo perché Uljana era più grande di suo figlio e per via del suo lavoro. Non era abbastanza buona per il suo tesoruccio.
Perché? Per niente. Perché è una stronza, ecco perché.
Eppure, perché non l’aveva detto a Uljana? Perché non aveva condiviso la notizia?
Solo per antipatia? No, c’era qualcos’altro.
Perché non si fidava. E di cosa poteva sospettare Uljana? Cosa poteva aspettarsi da lei? Che sarebbe andata a Mosca, che avrebbe insistito per sposarsi. Uljana era stata sincera con lei, gliel’aveva detto chiaro e tondo.
Saša dormiva ancora, a quanto pareva. Uljana gli scrisse «Buongiorno», gli mandò dei cuoricini, gli disse che presto sarebbe andata da lui. I cuoricini erano rossi, ma non del colore del sangue. Per fortuna che ci sono le emoticon, pensò Uljana. È più facile mandarle che mettere insieme le parole.
Non riusciva più a restare a letto. Uljana balzò in piedi e si mise a girare per il suo appartamentino come una bestia in gabbia. Si spazzolò i denti fino a farli sanguinare; mentre preparava il porridge si scottò col vapore e si diede una dolorosa botta al mignolo del piede contro uno spigolo. Afferrava il telefono, controllava, lo posava. Continuava ad aspettare che Tatjana le scrivesse o la chiamasse per dirle che Saša era vivo. E niente.
Quindi non voleva parlare.
Mettiamo che Uljana la chiamasse per prima. Le avrebbe confessato che stava andando a Mosca da Saša, che avevano già concordato tutto. Cosa le avrebbe risposto? Di starsene buona e di non immischiarsi. Che avevano già deciso tutto senza di lei e al suo posto, e che non si azzardasse a mettersi in mezzo. La madre di Saša lo pronunciò nella sua testa con tanta chiarezza, con quella sua voce nasale, che Uljana fu scossa da un brivido.
Andò in cucina a prendere dei dolci. Aveva una voglia matta di zucchero. Prima non le succedeva, mentre ora le era venuta all’improvviso, come un’ossessione. Non aveva la forza di resisterle. Così Uljana le si abbandonò e si ingozzò.
Dai, chiamala.
Chiamala e dille che l’hanno ritrovato, che è una gioia immensa, che è vivo, che si trova in un certo ospedale di Mosca; chiedile scusa per tutto quello che hai detto, accettala, riconoscila, proponile di partire insieme. Che ti costa?
Non la chiamò.
Uljana si era mangiata tutte le unghie, ma la madre di Saša continuava a rifiutarsi di chiamarla, non voleva accettarla come nuora. Una stronza resta una stronza. Non aveva chiamato mentre Uljana era dal parrucchiere, non aveva chiamato mentre lei sceglieva i vestiti per Mosca. Perché aveva deciso di spingere Uljana del tutto in disparte, di scaricarla in una cava come si scaricano le scorie dai camion, e vivere tranquilla senza di lei e senza il suo bambino.
«Se è così», sussurrava Uljana guardandosi allo specchio, già con i capelli tagliati, bella e arrabbiata, arrabbiata perché la madre di Saša l’aveva ingannata, «se è così, non ti chiamo neanch’io e non ti avverto che sto partendo. Magari sei già tu sul treno, e io sono rimasta qui ad aspettare tutto il giorno che ti decidessi, che rinsavissi. Ho solo perso tempo, te l’ho regalato.»
Avrebbe dovuto alzarsi subito e prendere il primo treno per arrivare prima di te. Così non avresti avuto il tempo di riempirgli le orecchie dicendogli che sono una troia, una che pensa solo ai soldi, una fedifraga. Ai maschi insegnano fin da piccoli a credere sulla parola alla madre: la parola della mamma è sacra e ha un peso, dubitarne è un peccato. Prova a contrastarla con qualcosa: non la contrasti con niente. Avrà sempre la meglio su tutto.
Uljana scrisse di nuovo a Saša, a quel numero da cui lui l’aveva chiamata. Le risposero che Saša era dal medico, a farsi visitare, ma che aveva chiesto di lei, domandando quando sarebbe arrivata. Valeva la pena di chiedergli della madre, in quel momento? Le prudettero le dita dalla voglia di scrivergli: tua madre sta venendo? O è già arrivata? Uljana esitò a lungo, poi lasciò perdere. Quel che sarà, sarà, si disse. Se non era lui a tirare fuori per primo il discorso di sua madre, significava che non voleva farlo.
E proprio in fondo, guizzò un pensierino viscido, che non era nemmeno riuscito a trasformarsi bene in parole: se tu non hai fretta di invitarla, io di certo non ti metterò fretta. Non sarò io a ricordartela, se te ne sei dimenticato. E non c’è niente di meschino in questo: tu hai la tua famiglia con lei, e io avrò la mia con te. Guizzò e s’interrò nel limo.
Se non lo sa, per ora lasciamo che non lo sappia. Bisogna guadagnare tempo. Bisogna guadagnare tempo con la madre di Saša. Perché altrimenti Tatjana Nikolaevna si sarebbe semplicemente mangiata Uljanka, e la faccenda sarebbe finita lì.
Ecco cos’era successo nel sogno, ricordò all’improvviso. C’entrava Tatjana. Non bisognava dirle niente, perché avrebbe annullato tutto, proibito tutto, rovinato tutto. Nel sogno Tatjana non lasciava entrare Uljana da Saša; le mentiva, dicendole che se Uljana fosse entrata, Saša sarebbe morto. Mentiva, mentiva, mentiva. Voleva solo tenerselo per sé, perché lui la servisse fino alla fine.
Uljana riaprì la pagina degli orari dei treni. Tra quelli decenti restava solo quello serale, che arrivava alle sei del mattino. Comprò un biglietto in uno scompartimento: la differenza rispetto alla platskart era minima. Doveva dormire bene. Doveva presentarsi da Saša armata di tutto punto. Sulla carta le restava ancora un po’ di soldi; per il viaggio sarebbero bastati, se avesse alloggiato dalla zia Marina.
E poi, o la va o la spacca.
Come avrebbe deciso Saša.
• • •
La prima metà della giornata passò senza incidenti: Maksim preparava gli ordini, cercava di strappare sconti sui nuovi titoli e si difendeva come poteva dalla fuffa che le case editrici aggiungevano come zavorra ai bestseller. In sostanza, non uscì dal suo ufficio. Ma non si ammazzò neanche di lavoro. Per le librerie l’estate è una stagione morta; l’importante è resistere fino al primo settembre, quando la gente va a comprare quaderni, righelli e gomme e, insieme a tutta quella roba, finisce inevitabilmente per comprarsi anche il libro fresco di stampa, come al solito legato al back-to-school: Pelevin o chiunque sia di attualità quest’anno.
Per pranzo Maksim passò dall’ingresso principale; alle casse sistemò le pile dei libri, accarezzò con paterno affetto i libri per bambini alla moda, pettinò la prosa intellettuale, raddrizzò gli scaffali dei Nobel e dei Booker, controllò la vetrina e le esposizioni: nel complesso, fu soddisfatto di tutto. L’insieme faceva una bella figura. Tutto quello trasmetteva un messaggio preciso.
Uscì in strada e guardò il negozio da fuori. L’insegna «Biblioteca di Babele» e il logo ispirato a Escher stavano benissimo sullo sfondo della città di vetro e miraggi, sorta dalle rovine delle fabbriche. Un po’ surreali, certo, ma non più di qualunque altro scorcio di Mosca.
Qui Mosca era assolutamente quella di prima della guerra, fuori dalla guerra, la solita Mosca estiva, pigra e serena come un gatto al sole. Maksim sedeva sulla terrazza di un caffè nel cortile lì accanto, mangiava l’insalata, lasciava che ciuffi di lanugine bianca gli finissero nel piatto, senza leggere né guardare nulla, serbando l’appetito e il buonumore.
Non voleva dissipare la magia con la nevrosi e la paranoia dei media dell’emigrazione. Finché sembrava che non fosse ancora tutto perduto, c’era gusto a leggerli. Un tempo Maksim sperava di trovare notizie che in tv non avrebbero mai raccontato, di scorgere per primo le crepe nelle gambe d’argilla del regime. Ma pian piano gli fu chiaro che il colosso avrebbe resistito, che quelle gambe, ahimè, avevano uno spessore del tutto inimmaginabile. E così la «Meduza» di turno smise di alimentare quella speranza segreta. Si trasformò in un vaccino contro la rabbia, in un obbligo: cinquanta punture nella pancia, bisogna farle, non si discute, ma non c’è niente di piacevole.
La vita, per il calore della guerra, si era fusa e aveva preso forma, sì, a tratti orribile e feroce. E la «Meduza» di turno metteva troppo in mostra proprio tutto ciò che era feroce e orribile; Maksim capiva perché: doveva farlo, perché nessun altro avrebbe scritto di tutto questo. Ma la vita di adesso non era fatta soltanto di orrori, e non si poteva guardare solo quelli senza finire per desiderare assolutamente di crepare. Insomma, a Maksim diventava sempre più difficile aprire «Meduza» e compagnia bella.
E Kirjuha gli diceva: ma perché la leggi sempre, se sei allergico? Anche Maksim spesso avrebbe voluto fare così: non farsi il vaccino, ma prendere oppiacei; non leggere le notizie, ma Proust, o Franzen, o Fowles, o Joyce — insomma, qualcosa che non avesse proprio nulla a che fare con la Russia e, possibilmente, neanche troppo con la realtà. Cullarsi sulle onde tiepide di Radio Morfeo, come in una culla. Ma proprio per via della situazione di Kirjuha non poteva tagliare del tutto i ponti con la realtà. La realtà era infida e instabile, inaffidabile e imprevedibile, sotto gli oppiacei non c’era modo di attraversarla; bisognava stare sempre all’erta: non aspettava altro che trascinare dentro e inghiottire gli ometti che si erano persi.
Maksim aprì Telegram, stava per scrivere a Kirill, ma si limitò a un messaggio:
«Come va lì? Com’è andato il colloquio?»
Kirjuha non rispondeva, e Maksim aveva già cominciato a preoccuparsi; il dito gli era rimasto sospeso sul tasto della cornetta, ma si immaginò il figlio che sbuffava infastidito, tipo: con l’iperprotezione dei genitori non si ha più pace…
E poi Maksim cercava davvero di non spaventare Kirill senza che ce ne fosse un bisogno urgente. Insomma, cercava personalmente di far crescere una generazione non bastonata. Dentro di sé reprimeva la paura dello Stato fin dove poteva, e a maggior ragione non voleva che l’avesse suo figlio. Fin da quando era piccolo: voleva crescerlo come un uomo libero per un mondo libero. Chi poteva sapere che anche il mondo libero sarebbe finito coperto da una tinozza di rame.
Va bene, non poteva essergli successo niente. Era passata solo mezza giornata.
O forse sì?
In realtà era una sensazione piuttosto agghiacciante. Una volta gli era balenato in mente un paragone che Maksim non aveva avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce davanti a Marina, né di formulare persino dentro di sé: era come una diagnosi di cancro. Te la fanno, e basta: da quel momento vivi all’ombra della morte. Avrai sempre freddo. E un giorno — vicino o lontano — si ricorderanno di te e ti schiacceranno.
Avevano messo gli occhi su Kirjuha, il loro unico figlio meraviglioso. Lui non voleva pensarci, e proibiva ancora a Maksim e Marina di pensarci, ma come si fa a dimenticare una cosa del genere? Lui era nell’ombra, e con lui ci stava tutta la famiglia.
Che freddo.
Ma resistette e aspettò.
«Tutto ok ) ti racconto»
E un’ondata calda, come quelle del Mar Nero quand’era bambino, investì Maksim. Gli spazzò via dall’anima la viscida ragnatela che gli pizzicava dentro, e subito riuscì a respirare un po’ più libero. Avrebbe voluto mandare al figlio un’altra emoji incoraggiante, di approvazione, ma si perse a cercarle e, mentre cercava, si ricordò che i giovani ormai usavano gli sticker invece delle emoji. E concluse che il suo tentativo di parlare la stessa lingua del figlio era comunque una causa persa e ridicola, come tingersi i capelli bianchi per sembrare non un nonno, ma un uomo di età indefinita alle ventenni. Non bisogna appiccicarsi alla gioventù con le palle canute: fa pena. I giovani disprezzano chi li adula.
Eppure scrisse: «Figo!» Finì di masticare, si ricaricò di sole, prese con sé un caffè in bicchiere di carta da sorseggiare sulla veranda con una sigaretta e andò in negozio.
E già dalla vetrina si accorse che c’era qualcosa che non andava.
Galina toglieva libri dagli scaffali, voltandosi di continuo a guardare qualcuno alle proprie spalle. Chi? Maksim buttò giù il caffè in un sorso e tirò la maniglia.
— Galina Igorevna, che succede qui?
Lo scaffale era stato sfoltito, sembrava una mascella con i denti spaccati. Ai piedi di Galina c’era una scatola di cartone; dentro erano stati ammucchiati Bykov e Ulitskaja, Zygaar e Sorokin.
— Epurazioni? — scherzò.
— Ci sono quei… — Galina mosse cautamente la testa canuta, indicando il fondo del negozio. — Sono venuti degli attivisti.
— Che attivisti?
— Con i nastri. Di San Giorgio.
— D’accordo. Che vogliono?
— Ecco, fanno casino perché vendiamo libri di agenti stranieri — sussurrò lei.
Maksim annuì: capito. In un attimo tornò tutto ciò che l’acqua del mare aveva spazzato via; dentro, una rete metallica gelida gli strinse di nuovo tutte le viscere.
Bykov e Ulitskaja lo guardavano dalla scatola come gattini che stanno per annegare, dal fondo del secchio. A quanto pare, erano venuti anche per loro.
Il suo negozio non era né centrale né di primo piano, e nella guerra dei mondi non combatteva nelle battaglie principali, ma su fronti periferici. Però tutte le librerie ammiraglie avevano già ammainato da tempo le bandiere, e la loro direzione si era calata le braghe; il piccolo e orgoglioso negozio di Maksim, invece, nonostante fosse oltre la Terza Circonvallazione, teneva duro. Alla «Dom Knigi» sul Nuovo Arbat o alla «Moskva» sulla Tverskaja capitavano in continuazione deputati, procuratori e conduttori televisivi; per non provocarli, avevano da tempo rinunciato agli autori controversi, mettendo bene in vista, al contrario, espositori dedicati alla SVO. Per loro era una specie di amuleto. Maksim cercava di non giudicarli per questo, ma non riusciva proprio a non disprezzarli.
C’era stato, però, il precedente di Akunin. Quando Grigorij Šalvovič fu inserito nell’elenco dei terroristi e degli estremisti, la casa editrice ritirò dalle librerie tutte le copie. La distribuzione telefonò e disse semplicemente che sarebbero passati i corrieri a ritirare tutto insieme alla consegna successiva, benché fosse chiarissimo che Akunin non giustificava affatto il terrorismo, si era limitato a chiamare le cose col loro nome ed era stato, per di più, vittima di una provocazione, probabilmente da parte dei servizi segreti. Da allora Maksim aveva perso un po’ di stima per quella casa editrice — e a ragione, come si scoprì: con Akunin era solo l’inizio, poi pubblicarono anche una biografia di Pasolini con pagine censurate, e in generale fecero di tutto e di più. Avrebbero potuto resistere ancora un po’.
Ma va bene, la parola «terrorismo» era un incantesimo da libro nero, una specie di «Avada Kedavra» dei difensori dell’ordine: appena la sentivi, la ragione si spegneva. Ma quello era terrorismo, mentre l’essere agenti stranieri era un’altra cosa. Non erano la stessa cosa. Quei bastardi gli rosicchiavano a poco a poco il mondo, un pezzo alla volta, come i Langolieri di King. Di questo passo presto non ci sarebbe più stato posto dove stare!
In quel caso, pazienza: non è che puoi discutere con una casa editrice sui suoi prodotti, è una sua scelta. Ma qui la scelta era di Maksim, tutto dipendeva personalmente da lui. Qui non si poteva cedere, si disse: era il momento della verità.
— Rimettete i libri a posto — ordinò. — Me ne occupo io.
Si mise la maschera carnevalesca del capo: aggrottò le sopracciglia, contrasse la bocca, respirò per regolarizzare il battito e andò incontro agli attivisti. Erano due, un uomo e una donna, con fasce al braccio come i membri delle squadre di vigilanza; avevano delle facce orribili. Di quelle che passano davanti a tutti senza fare la fila.
— Buongiorno — li salutò Maksim.
— È lei il direttore? — chiese l’uomo strizzando gli occhi.
— Diciamo di sì.
— Qui vendete libri di traditori della patria, russofobi e agenti stranieri.
— Mi chiamo Maksim — si presentò. — E voi?
— Non ha importanza. Rappresentiamo l’Unione dei lettori patriottici.
— Ma un nome ce l’avrete, no?
— Non è affar suo. Lei ascolti. Qui avete persino Nevzorov! E Zygaar! Pretendiamo che togliate immediatamente tutta questa carta straccia dal vostro repertorio.
— Forse intende dal catalogo? — suggerì Maksim.
— Vendete la patria! — strillò la donna. — Ma non vi vergognate?!
— Vi diamo un’ora per sistemare tutto! — annunciò l’uomo.
Questa era proprio bulgakoviana, si disse Maksim in silenzio. Erano gli Švonder 2.0 o 3.0, l’ennesima versione del proletariato lumpen che odia l’intellighenzia pidocchiosa, nell’ennesimo giro dell’Uroboro russo, dove ormai tutto era diventato farsa: i rivoluzionari, i controrivoluzionari, l’intellighenzia e i pidocchi. Davvero avrebbe preso sul serio tutto questo? Davvero avrebbe recitato la parte che quei pagliacci volevano imporgli?
— Sentite — disse con gentilezza, assaporando mentalmente la parola «postšvonderismo» come una caramella alla menta —, effettivamente siamo un esercizio commerciale al dettaglio. Ma non vendiamo la patria: vendiamo libri e articoli di cartoleria. Nella nostra attività ci atteniamo rigorosamente alla legislazione vigente. La legge non dice nulla sui traditori della patria e sui russofobi, l’ho letta stamattina. Parla di agenti stranieri. E cosa dice sugli agenti stranieri? Che i libri devono essere contrassegnati in modo adeguato, venduti in confezioni opache e non ceduti senza esibire un documento che attesti la maggiore età. Rispettiamo alla lettera tutte queste prescrizioni. Ma non c’è una parola che vieti la vendita delle opere degli agenti stranieri. Certo, ormai hanno il divieto di svolgere attività didattica, questo lo sappiamo. Ma la legge non dice nulla sul dover buttare fuori dalle librerie la narrativa. Né sul bruciarla nelle piazze. Almeno per ora — non riuscì a trattenersi.
Naturalmente sentirono subito la beffa nella sua voce e si infuriarono ancora di più.
— Toglietele — ordinò l’uomo. — O torneremo qui con la procura. Che siano loro a occuparsene!
— In procura, di sicuro, conosceranno le leggi — gli rispose Maksim. — Tornate pure. Sul serio, che se ne occupino loro. Ma vi ringrazio molto per la vostra vigilanza.
— Guarda chi ti sei messo in casa! — sibilò la donna. — Ti sei messo in casa quelli che sono contro la Russia! Contro la SVO! E qui vengono anche i bambini a comprare libri! O sei uno di quelli anche tu?
Ma sibilava per la rabbia impotente: aveva capito di non riuscire a pungere Maksim. Adesso non doveva rispondere, lo stavano provocando apposta, per fargli dire qualcosa che facesse la gioia della procura. Correttezza e inflessibilità. Stupidità e coraggio.
— Galina Igorevna, che cosa si è fermata lì impalata? — disse severamente Maksim alla dipendente. — Rimetta a posto i libri.
— Maksim Pavlovič, magari potremmo togliere almeno Nevzorov, per evitare guai? — gli sussurrò. — Quello, poi, è completamente andato!
— Quando sarà lei la proprietaria, potrà toglierli. Per ora decido io qui. Rimettiamoli a posto.
La porta cigolò e sbatté. Quei due scapparono. Vittoria?, si chiese Maksim.
• • •
La stazione di Vologda sembrava un castello giocattolo: prerivoluzionaria, di mattoni, bassa, ma con le torrette, e la torretta principale merlata, con una bandierina in cima. Pareva un dolce di plastica del Cremlino, uno di quelli che si regalavano all’albero di Natale, rosso uguale. La mamma aveva portato Uljana all’albero di Natale del Cremlino di Mosca quand’aveva dodici anni, proprio alla fine dell’infanzia. Era riuscita a salire sull’ultimo vagone della fiaba e se l’era ricordata nei minimi dettagli per tutta la vita. Così, per Uljana, la stazione si fuse con le immagini del souvenir di plastica del Cremlino, del viaggio in una città immensa e senza neve, tutta addobbata di luminarie elettriche, dell’attesa febbrile di un miracolo in una fila interminabile, di un vero Nonno Gelo con la zimarra argentata e azzurra, e della sensazione acuta che proprio allora le stesse accadendo la cosa più importante di tutta la sua vita, passata e futura, che stesse accadendo ciò che ogni bambino al mondo sogna. La stazione di Vologda divenne per lei una specie di succursale del Cremlino, tanto più che era anch’essa di mattoni e anch’essa rossa.
Ed eccola di nuovo lì, Uljana. Gli altoparlanti si abbaiavano l’un l’altro, facendo da eco a se stessi: annunciavano i treni a voce squillante, in modo frammentario e incomprensibile. L’aria odorava del particolare odore delle stazioni, come le chiese hanno il loro odore particolare: incenso di locomotive e unguento delle traversine. Sulla banchina c’erano persone che si preparavano a separarsi e persone in attesa di incontrarsi: si scambiavano, un po’ imbarazzate l’una dall’altra, i rituali della stazione.
«Treno di marca… Numero… Centoventisei G… “Šeksna”… Collegamento… Čerepovec — Mosca… Partirà… Dal secondo binario… Alle ventuno… Cinquantotto… Minuti… Ripeto…»
Fuori c’era ancora luce: il sole del nord galleggiava da qualche parte sull’orizzonte, come un galleggiante. Pozze piatte si stendevano sull’asfalto, inondate di rosso tramonto. Alcuni ragazzi in mimetica fumavano e ridevano. Era una risata che faceva venire la pelle d’oca. Uljana li guardò con la coda dell’occhio e vide tutto. Erano uomini diretti alla guerra.
Arrivò un treno nuovo, bello, luccicante.
Le fiancate erano grigio chiaro, con grandi lettere rosso vivo: «RŽD». La stazione era fiabesca, regale, e il treno era arrivato dal futuro di Mosca per portare via Uljana da Vologda, rimasta indietro rispetto alla vita, verso un luogo dove il tempo correva in anticipo.
Nessuno era venuto a salutare Uljana. Per sua madre era ormai troppo tardi per tornare a casa dopo; l’aveva benedetta al telefono. Vabbè, era partita così.
Nel vagone era pulito, ma poco accogliente: non aveva ancora preso un volto umano, era ancora una macchina disabitata. Era interamente metallico e odorava solo di metallo; al suo interno tutto sembrava elegante, ma in realtà era freddo e impersonale.
Uljana si sedette al suo posto, di fronte a una vecchia imbronciata con uno scialle. Fuori faceva caldo, ma la vecchia aveva freddo e si avvolgeva nello scialle. Subito cominciò a prepararsi da mangiare, senza aspettare che il treno partisse. Uljana la salutò, mise la borsa sotto il sedile e guardò il telefono. Non prendeva. La capotreno corse lungo il vagone e ordinò agli accompagnatori di scendere. Sulla banchina gli altoparlanti ripresero a borbottare. Una convulsione di ferro attraversò il treno e la stazione cominciò ad arretrare. La vecchia si fece il segno della croce e mormorò una preghiera. Via, partirono, i pali cominciarono a sfrecciare. Spuntarono edifici orrendi, quelli che avevano costruito tutt’intorno al castello incantato. Poi passarono sfrecciando dacie e garage. Poi tutto il treno s’infilò nel bosco buio. La capotreno portò il tè in portabicchieri leggeri e sottili, come una volta, ma non come una volta: sembravano d’argento, ma erano fatti quasi di stagnola. La vecchia si divorava da sola uova sode che sapevano di zolfo. Il tuorlo era tutto diventato bluastro.
Superarono Grjazovec.
Uljana succhiò il biscotto servito con il tè e si ascoltò. Dentro di sé non riusciva a mettere in parole granché, ma se si fosse chiesta con sincerità: voglio andare proprio adesso laggiù o non voglio? — per qualche ragione avrebbe risposto: non voglio. Così evitò di farsi altre domande. Sorseggiò il tè e giocò al gioco dei diamanti sul telefono. Le schegge di vetro luccicanti colmavano le cavità nella testa, nel petto. Con quel riempitivo andava un po’ meglio; il vuoto non risucchiava tanto.
— Ma quanto manca al vagone ristorante?
Nel vagone rimbombavano voci e strisciavano scarponi. Uljana non staccava gli occhi dal telefono, la cosa non la riguardava, finché il rumore non si fece davvero forte.
— Ohilà! Buonasera!
Uljana alzò la testa. Due soldati si erano fermati nel corridoio e sbirciavano nel suo scompartimento. Incrociato lo sguardo di Uljana, si infilarono dentro. Uno aveva occhi vuoti, era inquietante, con la scriminatura meticolosamente tracciata nei capelli castani. Si vedeva subito che era un maniaco. L’altro, rasato a spazzola, aveva un’aria sfrontata e si vedeva che era un idiota. La vecchia coprì subito il cibo con una mano. Ma i soldati non erano interessati al cibo della vecchia. Quello sfrontato e babbeo si aggrappò al corrimano, fece una giravolta come una scimmia su un ramo e atterrò agilmente accanto a Uljana.
— Anche tu fino a Mosca?
Quello dagli occhi vuoti si piazzò davanti all’uscita.
— Anche noi. Torniamo da una licenza.
La sua ruvida divisa verde le sfiorava già il ginocchio nudo; le alitava addosso puzza di birra e qualcos’altro di acido. La vecchia si rannicchiò tutta e impallidì. Uljana si scostò. Si mise a guardare fuori dal finestrino.
— Otto ore di viaggio! Ti annoierai da sola, dai, no?
— E a noi non piace annoiarci — gli diede man forte quello dagli occhi vuoti.
Un terzo soldato, biondo e con le spalle larghe, che era già passato oltre, tornò indietro e si sporse sopra la spalla del compagno anche lui, per vedere come sarebbe andata a finire o magari per partecipare. Quello che vide gli piacque. Si fece largo anche lui, spinse da parte la vecchia, le prese un uovo senza chiedere, lo picchiò sul bordo del tavolino e cominciò a sgusciarlo, scrutando con aria padronale anche Uljana, come se volesse scartare pure lei. Lei vide tutto con la coda dell’occhio, da donna, senza voltarsi. Con tipi così bisogna fare attenzione, come con i cani randagi.
— Se ti vergogni per la vecchia, vieni con noi fino al vagone ristorante, ci divertiamo! Che te ne stai qui da sola a sbavare sui biscotti come un’orfanella? Brava… Ti diamo da mangiare per bene, ti facciamo bere, e poi…
Era come camminare su una corda sopra una voragine: doveva rifiutare con gentilezza, in modo che non avessero nulla da rinfacciarle, ma rifiutare con fermezza, senza lasciargli appigli o speranze. Non cadere né a destra né a sinistra. Come con una banda di ubriachi molesti di notte, solo ancora più cauta. E non guardarli negli occhi.
— No, grazie.
— Ma perché sei così scontrosa?
Passavano delle persone, anche uomini robusti, e davano un’occhiata nello scompartimento, ma non vedevano niente di strano. L’uniforme verde faceva quell’effetto su tutti, creava intorno a loro una zona cieca. Quei soldati avevano il diritto dalla loro parte, e la gente in abiti civili aveva paura di rivolgergli la parola. Le loro uniformi odoravano di guai: fumo, ferro, alcol, mente malata, cadaveri. Tutti sentivano quell’odore, nessuno voleva intervenire per Uljana.
— Ma che ti costa? — le mise una mano sul ginocchio.
Lei si ritrasse di scatto.
Paura e paralisi. Doveva fare qualcosa, subito. Doveva difendersi da sola, visto che nessun altro voleva farlo. Girò la testa e li guardò entrambi come guardava i teppisti del cortile: sono fuori di testa, lasciatemi stare.
— Perché non mi interessa! — rispose. — Andate avanti, dove stavate andando.
Lo disse, e fu come se dal vagone fosse tornata di colpo laggiù, in cantina, con Kristinka, l’ultima sera di lavoro. L’ormai familiare presentimento di qualcosa d’irreparabile si addensò di nuovo. L’impotenza le solleticò dall’interno ogni muscoletto, non ebbe più la forza di tenere la schiena dritta. Eccola di nuovo sui binari, il treno le correva incontro; solo che stavolta non le avrebbe rovinato i progetti per il futuro, le avrebbe mandato in frantumi tutta la vita, l’avrebbe spiaccicata sui binari. E lei non avrebbe potuto fare niente, nessuno l’avrebbe aiutata.
La vecchia sussultò, come se cercasse di andarsene, ma non se ne andò e rimase zitta.
— E perché subito ti metti a fare la stronza, bella? — partì quello che le si era appiccicato addosso. — Noi, se è per questo, partiamo per la guerra con i ragazzi. A difendere la patria, capisci? Gente come te. Altrimenti arrivano gli Yankee e ti strappano come un cane fa a brandelli una borsa dell’acqua calda.
Si scambiarono occhiate animate. Forse si stavano immaginando gli Yankee che strappavano Uljana? E la cosa li entusiasmava.
Erano spaventosi, sì, ma era stata la guerra a renderli così. La stessa guerra per cui era partito Saša. Quindi non erano più spaventosi di Saša. E poi perché mai avrebbe dovuto sopportarli lì, voltarsi dall’altra parte, rimpicciolirsi come quella vecchia, rintanarsi nel suo guscio, se lui era laggiù?! La rabbia le ribollì dentro.
— E tu non preoccuparti per me, — gli disse Uljana con rabbia. — Il mio ha combattuto per me. Voi cercatevi qualcuno per cui combattere. Da un’altra parte.
E subito qualcosa cambiò sui loro volti. Fino a quel momento vi si leggevano crudeltà, ferocia, la voglia di arraffare un po’ di vita all’ultimo e la consapevolezza di come strapparne un pezzo in fretta, prima che il treno arrivasse: attraverso la nebbia della vodka, attraverso l’impudente furore carnale; ma a quel punto si bloccarono. La lussuria svanì, e ogni certezza andò in pezzi. Gli aveva fatto passare l’appetito. Rimase soltanto la crudeltà, con in più lo smarrimento e l’incredulità.
— E dove avrebbe combattuto, il tuo, sentiamo? — chiese quello in ordine.
— A Časiv Jar. Per un mese è stato «disperso in azione», l’hanno appena ritrovato, e adesso vado da lui all’ospedale di Mosca.
Si scambiarono un’occhiata. Conoscevano quel nome: Časiv Jar.
— E allora… Come sta? Il tuo? — disse all’improvviso, con una voce umana normale, senza spavalderia, senza ubriachezza e senza corazza, quello col berretto da poliziotto.
La teneva ancora premuta al ginocchio con la gamba, ma ormai quel contatto non era più inquietante né più disgustoso di quello con la gamba di uno sconosciuto sull’autobus. Come se la vita avesse semplicemente schiacciato un compagno di viaggio qualsiasi.
— L’hanno tirato fuori per un pelo.
— Be’… Si capisce. Va bene, allora… Buona fortuna.
Lo scemo cominciò ad alzarsi dal suo posto. Anche il biondo, senza aver finito l’uovo, si preparò ad andarsene. Solo quello, il più spaventoso, non voleva arrendersi.
— Che ospedale? — continuava a interrogarla. — Sai l’indirizzo?
— Vishnevskij. Una filiale nella regione.
— E se controllassimo?
— Controlla pure. Lazarenko Aleksandr Vital’evič.
Uljana li guardava — fissava ciascuno negli occhi con insolenza, non aveva più paura di niente. Provava una sensazione… di avere tutte le ragioni del mondo e una forza immensa. Una forza al mille per cento, e mille per cento ragione. Sasha le aveva trasmesso la sua certezza, per quella certezza aveva pagato col sangue, non coi soldi, e il suo sangue ora era per Uljana come un talismano. Grazie a Sasha era diventata invulnerabile.
— Ma dai, Ženek. Basta. È una brava ragazza, è una dei nostri.
Alla fine anche quel maniaco dagli occhi vuoti rinunciò a lei, seppure controvoglia, lanciando a Uljana dal corridoio un ultimo sguardo concupiscente, ma non come un uomo guarda una donna: come un lupo guarda la gola di una pecora.
Il biondo la salutò con un inchino da pagliaccio:
— Bella! Per le uova, grazie di cuore!
Lei gli fece il segno della croce.
— Che possiate stare bene, laggiù, — riuscì a dire.
— Magari bastasse non crepare, — le sorrise lui.
Uljana si limitò a fare loro un cenno. Si scontrarono nel corridoio per vedere chi sarebbe uscito per primo, poi sparirono. Uljana sorrise trionfante alla vecchia: non riuscì a trattenere l’orgoglio. Aveva fatto sua tutta la baldanza di quei ragazzi. Sentiva di essere sul punto di scoppiare. Aveva tutti i peli ritti. Le correva lungo le braccia una tensione elettrica tale che sembrava potesse prendere una lampadina da duecentoventi volt tra le dita e farla accendere. Le veniva voglia di gridare o cantare, mandarli affanculo mentre se ne andavano e sbattere la porta.
Era una sensazione straordinaria.
Una sensazione tale che aveva ordinato a un treno da diecimila tonnellate di fermarsi, e quello si era arrestato docilmente. Che era salita nella cabina del macchinista, si era messa ai comandi, aveva premuto tutti i pulsanti, e il treno l’aveva portata là dove voleva. E che, se adesso fosse spuntata una stronza sui binari e avesse cercato di sbracciarsi per fermare Uljana, migliaia di tonnellate d’acciaio, alla cui testa ora c’era Uljana, avrebbero spazzato via lei e qualsiasi altra creatura, mentre Uljana, nella cabina della locomotiva, non avrebbe sentito nemmeno niente. Zac — e avanti.
— Hai fame? — le chiese premurosa la vicina.
— Già.
• • •
Si misero a bere il tè. Maksim, che aveva continuato a sperare di superare la giornata senza cognac, alla fine ammise a se stesso che non ce l’avrebbe fatta. Aprì il mobile bar, trovò a colpo sicuro la bottiglia giusta senza guardare e la strinse tra le dita, fresca. Se ne versò un dito, sospirò, poi ne aggiunse ancora un goccio.
Marina lo osservava attentamente, senza chiedere nulla. Maksim assaggiò, si bruciò la bocca e strizzò gli occhi. Il liquore gli scese dentro e, uno dopo l’altro, cominciarono a sciogliersi i nodi: alla gola, nell’esofago, al plesso solare. Sorrise, espirò. Non gliene importava più se quegli attivisti sarebbero tornati o no. In qualche modo si sarebbe sistemata da sé. In fondo aveva fatto la cosa giusta: secondo coscienza. E, già che c’era, anche secondo la legge.
— Kirjuha ha detto a che ora pensa di tornare a casa?
— Lo sai che non deve rendere conto a me. E poi è estate… Ogni giorno c’è qualcosa di aperto, tutte quelle feste…
— Estate, — convenne Maksim.
— Lasciamolo divertire.
Marina lo disse con un’aria così triste che Maksim riemerse dalle avventure di quella giornata, che per tutto quel tempo aveva rivisto e rigiocato in testa a ripetizione, e si accorse di sua moglie. Per quasi tutta la cena era rimasta in silenzio, senza distrarlo dai suoi pensieri; solo allora gli parve che fosse un po’ corrucciata: tesa, forse?
— Va tutto bene?
— Sì.
— In che senso, «lasciamolo divertire», Marin?
— Eh? No… Intendo che possiamo divertirci tutti finché ne abbiamo la possibilità. Lasciamolo divertire.
— Sei sicura che vada tutto bene?
— Sì, certo.
Maksim annuì. Ma c’era ancora qualcosa che non era stato detto, e ora lo sentì. Era rimasto sospeso tutta la sera, in attesa.
— Ci sono altre novità?
— Ecco, stavo per dirtelo… L’ho saputo solo adesso. Ti dispiace se Uljana resta da noi un paio di giorni?
— Uljana?
— La figlia di mia cugina. Irina. Te le ricorderai mai, quelle due?
— Quelle di Vologda, vero?
— Quelle di Vologda. Le Tsarev.
— Ma certo che può stare da noi, che problemi ci sono? — acconsentì Maksim. — Quando arriva?
— Domani, ecco. Di mattina.
— Accidenti. Proprio domani?
— L’ho saputo anch’io solo adesso. Le è capitato un imprevisto… — Marina esitò.
— Che imprevisto?
Aggrottò la fronte: stava cercando di ricordarsi la faccia di quella Irina Tsareva, ma non ci riusciva per nulla al mondo.
— Ha un ragazzo… il fidanzato. Come dire… L’hanno arruolato. Per la guerra. Al fronte. E poi è stato ferito. È ricoverato all’ospedale Vishnevskij. In chirurgia. Lei va da lui, a trovarlo.
Marina tacque e guardò il marito, in cerca di una reazione.
Maksim cominciò a capire perché a cena ci fosse stato tanto silenzio: Marina stava pensando a come introdurre il discorso.
— Ferito in guerra? — ripeté ottuso. — Intendi proprio lì, al fronte?
Indicò il televisore spento.
— Sì.
Maksim scosse la testa. Non sapeva cosa dire. Gli salì la nausea: la guerra, in qualche modo, era uscita dal televisore spento ed era filtrata fin dentro la loro cucina. La guerra che Maksim odiava tanto e di cui aveva tanta paura. Perché Marina aveva impostato la conversazione in quel modo. E ormai sarebbe stato strano rimangiarsi ciò che aveva detto. Maksim restò in silenzio.
— Era venuta a trovarci, non te lo ricordi? Uljana. Quando era piccola.
— Marin, lo sai come la penso…
Maksim evitava chiunque sostenesse la guerra come si evita un appestato. All’inizio aveva ancora discusso furiosamente con quella gente, poi aveva capito che tanto non li avrebbe convinti, e in seguito discutere gli era diventato perfino spaventoso; o forse era proprio quest’ultima cosa la causa, e la prima la conseguenza. Ma in questo caso… E allora, che c’entrava quella Uljana?
— E io la penso proprio come te, ma di cosa stiamo parlando… Lei che c’entra? È solo una ragazza, — disse Marina ad alta voce.
Solo una ragazza. Si è innamorata di un ragazzo e l’hanno mandato in guerra. L’hanno portato via, per poco non l’hanno ammazzato, e adesso è ricoverato a Mosca, ferito, ripeté tra sé Maksim senza emettere un suono. Chi c’è da giudicare? Di certo non lei. Semmai, si può provare compassione per lei. La guerra passa sopra la gente, le ossa fragili scricchiolano. Adesso doveva farsi forza: superare la paura della guerra, il ribrezzo che gli faceva e quel timore sciocco e superstizioso di invitare lui stesso la guerra a casa propria, come un vampiro.
— Solo per parentela, Maksik? Va bene?
— Sì. Va bene, sì. Certo.
Se per Marina era importante… Una nipote. Va bene, che ci poteva fare. Va bene… Va bene! Sarebbe rimasta e poi se ne sarebbe andata. Sarebbe rimasta e poi se ne sarebbe andata.