Traduzione generata da IA · Originale russo

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Dmitrij Gluchovskij · Registrazione

15.

— Vologda! Vologda, siamo arrivati! — disse la conduttrice, affacciandosi nello scompartimento.

Uljana staccò gli occhi dai reel e guardò fuori dal finestrino, un’unica lastra senza vasistas: scorrevano garage di silicato e palazzi di cinque piani. Il treno entrava dolcemente a Vologda, come un bisturi. Controllò ancora una volta la borsa, per vedere se le avessero rubato i soldi, e si alzò.

Erano arrivati.

Il vagone si fermò quasi di fronte alla stazione da fiaba, un dolce regalo del Cremlino. La gente cominciò a riversarsi sul marciapiede, a sgranchirsi le membra intorpidite. Qualcuno era venuto ad aspettarli. La madre di Uljana non poteva lasciare il negozio.

Davanti alla stazione c’era un gruppetto di uomini in divisa militare, di età diverse. Uljana li guardò appena e capì: quelli li stavano ancora portando laggiù. Per il momento erano solo uomini normali, con addosso una mimetica, non morti viventi ambulanti.

È comodo, dopotutto, trasportare la gente in treno: ce ne stanno tanti tutti in una volta.

Gli uomini in divisa non fecero caso a Uljana. In quel momento non emanava nulla di femminile, proprio niente. Già quella mattina, mentre si lavava i denti nel bagno del vagone, si era vista allo specchio e aveva visto una zia. E niente, non si era nemmeno spaventata. In generale, se ne fotteva di tutto.

Da quanto tempo non veniva a Vologda? Una settimana?

Eppure le sembrava di non esserci stata fin dall’infanzia. Dopo Mosca, qui era tutto un po’ polveroso, silenzioso, vuoto, molto tranquillo. E quella tranquillità le piaceva. Le piaceva che le macchine andassero piano, che la gente fosse spenta, che per strada ci fossero così poche voci da poterle ascoltare una per una e capire le parole, che non si impastassero tutte in un’unica massa. Le piacevano le crepe nell’asfalto, con l’erba che ci cresceva; le piacevano i panzoni con il borsello a tracolla, le donne sudate con le facce rosse, le ragazze magre con la faccia da maschiaccio; soltanto i ragazzi appena rasati, con gli occhi trasparenti, non le piacevano: le ricordavano Saša.

Andò a casa, si sedette. Poi si sdraiò a guardare i reel. Quando le capitava un oroscopo, Uljana lo saltava subito, senza interesse. Anche i reel divertenti erano tutti stupidi, non le strappavano un sorriso. Si alzava solo per vomitare.

Poi le scrisse Kris e la invitò a bere una birra. E soltanto allora, in qualche modo, la giornata si colorò. Aveva voglia di vedere Kristinka e di ascoltarla. Kristinka per Uljana era come un cucciolo per un senzatetto.

Uljana si rimise insieme e cominciò a truccarsi. Si fece gli occhi, si fece le labbra. Si mise il mascara. Sembrava una maschera. Mentre si truccava, si dimenticò perché lo stesse facendo. Ma alla fine si presentò all’appuntamento tutta in tiro.

Invitò Kristinka al bar. E che, i soldi li aveva: li aveva presi in prestito da Saša, quelli del monumento. Presero una Baltika a testa. Kris guardava Uljana come se non fosse mai andata via, come ai vecchi tempi. A Uljana andava bene così.

— Mi dispiace tanto per lui — esclamò, quando Uljana le parlò di Saša.

— Già.

— Beh, allora senza brindare, eh?

E così, in un certo senso, avevano commemorato il morto. Ma Kris non riusciva a parlare a lungo della morte: le traboccava troppa vita. E Uljana non sapeva cosa raccontare. E poi, insomma, non era quello il motivo per cui erano lì.

— Va bene, e tu che mi racconti?

— Che ti devo dire… Insomma, con quello è finita, chiaro; qui intanto è saltato fuori un altro, l’ho conosciuto per strada, Denis, ecco. Anche lui, come si dice, non è proprio un genio, fa l’autista di consegne, però è bello pompato, è piacevole da palpare. Cioè, gli chiedo delle serie e lui non ne ha vista mezza, è proprio il classico cazzo-figa-Džigurdà, capisci? Però per l’estate può anche andare, per fare un po’ di baldoria, perché stare da sola è una rottura, insomma…

Uljana annuiva, le sorrideva perfino, per non far capire che non riusciva a seguire bene quello che diceva Kristinka. Ma comunque, starsene semplicemente seduta accanto a Kristina era già una cura. Kristinka agitava le ali, si sfregava le zampette, guardava qua e là: in tre giorni si era ripresa e tutto la interessava. Uljana la guardava, pietrificata nel suo ambra, e cercava di ricordare com’era, e a che servisse.

— Solo che non c’è niente da mangiare — sospirò Kristinka —, ma per il resto, in linea di massima, va tutto una meraviglia. E tu, invece, che farai adesso?

Uljana non doveva fare niente. Poteva semplicemente bighellonare. Ma si immaginò sdraiata tutto il giorno a scorrere reel e le venne di nuovo la nausea.

— A proposito, che ne è del nostro salone? — chiese.

— Niente. Ci sono passata davanti, c’è scritto che è in vendita, attrezzature comprese. Ma qui, in tre giorni, non lo compra nessuno, adesso.

Tre giorni prima Uljana si era divertita da matti a immaginarsi mentre andava da Anatolij Sergeevič e gli sbatteva i soldi in faccia, e lui restava di stucco. Magari potesse provare di nuovo quella sensazione. Tieni, stronza, licenzia pure me, adesso. Da oggi qui comando io e decido io. E tu, forza, raccogli in fretta le tue cose e sparisci dalla mia vista! Uljana si mise in ascolto. Come l’eco di un «Ehi!» che risale dal fondo di un pozzo, così in lei risuonò debolmente la vecchia attesa di poter calpestare Anatolij Sergeevič. Ma era pur sempre qualcosa, almeno un suono.

— Lo ricompro — disse a Kristinka. — Lo ricompro e ti riassumo. E ti pagherò il doppio.

Kristinka si illuminò tutta dalla gioia.

— Sul serio?!

— Sì.

— Uljanyč! Posso baciarti? Se vuoi, anche con la lingua!

Si abbracciarono.

Kristinka le si strinse addosso con tutto il corpo, tremante di felicità. A quanto pareva, con quei soldi si poteva fare qualcosa di buono. Uljana non la lasciava andare, si scaldava al suo calore.

• • •

All’agenzia funebre, Tatjana si preoccupò all’improvviso che vestissero Saša in modo tale da far capire a tutti che stavano seppellendo un invalido senza gambe. E lei non voleva che la gente se ne accorgesse. Non perché si vergognasse di Saša, ma semplicemente… voleva fargli ancora una cosa bella, per l’ultima volta. Seppellirlo da bello.

Così cominciò a litigare con loro, perché mettessero altri due cuscini e li sistemassero come se fossero gambe, coprendoli poi con una copertina. Quelli le dissero che era previsto un solo cuscino, per la testa, e che era già di raso; se voleva, poteva portarne uno da casa. E Tatjana portò da casa due bei cuscini di piume, appena comprati, e con quelli fece le gambe a Saša sotto la coperta.

Lo avevano anche sistemato e pettinato con cura, perché non si vedessero le cicatrici sulla testa, e gli avevano nascosto la fronte sotto una coroncina di carta con l’immagine di Cristo. Lo seppellivano in uniforme da parata, che lei e il padre gli avevano comprato, e la madre di Tatjana gli mise tra le mani la propria icona di San Nicola Taumaturgo.

Era steso nella bara, imbellettato, ma gli occhi erano infossati, e per via di quelli non sembrava addormentato. Tatjana sedeva accanto a lui e continuava a ricordare: la varicella, la rosolia, le lumache sulle foglie di cavolo, quando si era perso nel bosco, i due in matematica, e «Zio Stëpa». Ammirava il bambolotto di plastica nella bara, ma quel bambolotto non era Saška. E dov’era allora il suo Saška?

Da nessuna parte.

Gli sistemò di nuovo le medaglie sul petto, accarezzò una mano estranea. Controllò che da sotto la carta non spuntasse la brutta cicatrice marrone. No. Era tutto bello, tutto decoroso. Come si deve.

Non voleva ricordare, ma le tornò in mente come Saška l’aveva guardata davanti all’ufficio di leva, vicino all’autobus dove lo aveva accompagnato. La guardava come se fosse uno scherzo, come se da un momento all’altro avrebbero annullato tutto e l’avrebbero lasciato tornare a casa per pranzo.

Poi arrivarono tutti, sollevarono la bara sulle spalle, la caricarono sull’autobus e partirono verso il cimitero di Kozicino. Quando svoltarono dalla strada principale, l’autobus cominciò a sobbalzare sulle buche e anche le persone sedute vicino alla bara ondeggiavano a destra e a sinistra, mentre la bara era fissata bene e restava dritta.

Arrivarono al cimitero, e lì c’erano tutte quelle tombe! Con le bandiere bianco-azzurre-rosse. Sembrava quasi non un cimitero, ma una parata. E le corone, le corone. E le fotografie, le fotografie. Tutti volti maschili. E da qualche parte in fondo, vicino agli alberi, avevano preparato un posto per Saška. Insieme a tutti gli altri, nel Viale degli Eroi. Per Saška era già tutto pronto, bisognava solo calare la bara, e loro stavano già scavando ancora più in là.

Appena scesero dall’autobus, la madre si mise a piangere disperatamente.

— Ecco, Sanečka, quanta gente è venuta a salutarti, ti vogliono tutti bene, e tu non lo vedrai — gli disse.

— Mamma! Almeno cammina dietro alla bara, invece di sorpassarla! — la zittì Tatjana.

Anche a lei Saška faceva una pena tremenda, ma in quel momento Saška aveva soprattutto bisogno che tutto si svolgesse con dignità. Era pur sempre un combattente, un caduto. Bisognava seppellirlo con decoro, come si deve. Lei aveva fatto tutto quello che poteva: Vitalja si era messo a bere appena l’aveva saputo, e addio a lui. E a chi toccava occuparsi di tutti i preparativi? A Tatjana. Tocca a Tatjana pagare i becchini, confermare il posto, mettersi d’accordo con il prete, dare una bottiglia ai scavatori e pensare a tutto il resto. E anche se avesse voluto piangere, le venivano in mente delle sciocchezze. Si era seduta apposta davanti alla bara per tempo, per lasciarsi sopraffare dal dolore, e le era tornato in mente qualcosa di completamente diverso.

Ecco, erano arrivati. Raddrizzò Vitalja, diede uno scappellotto a Tema, rimproverò sua madre. C’era un uomo in uniforme dell’ufficio di leva; si avvicinò al momento della sepoltura, insieme al prete.

Era una bella giornata per un funerale, non faceva caldo; a tratti le nuvole bianche coprivano il sole, il fogliame frusciava sugli alberi che costeggiavano il campo delle tombe, nascosto alla strada, e gli uccelli cinguettavano. In una giornata così, alla dacia si sta bene.

— Ecco, Saška, ora starai qui — disse Vitalja al figlio, quando portarono la bara.

— Lazarenko Aleksandr è caduto nell’adempimento del proprio dovere militare durante l’operazione militare speciale — disse con voce tonante il militare. — Difendendo la nostra Patria dal nemico. Eterna memoria all’eroe.

Strinse la mano a Vitalja, cedette la parola al prete e si diresse verso altre persone come loro, a duecento metri di distanza.

— Con i santi dona il riposo, o Cristo, all’anima del tuo servo Aleksandr — cantò il prete. — Là dove non c’è malattia, né dolore, né lamento, ma vita senza fine.

Il prete era giovane, biondo, portava gli occhiali; aveva una barbetta rada, come se non se la fosse mai rasata, e una bella voce bassa. Lesse la prima parte, poi suggerì sottovoce a quelli che gli stavano accanto:

— E adesso tutti insieme… — e diede il tono, come a indicare le note. — Eterna memoria!

— Eterna memoria! Eterna memoria!

Fu solo perché Tatjana teneva d’occhio tutti che vide Uljanka da lontano. La riconobbe dalla statura e dall’andatura. Uljanka si affrettava, camminava senza riguardo per il luogo, niente affatto composta, come se fosse uscita a comprare il pane. Arrivò di corsa, si fermò, non salutò. Era vestita in modo indecente, quasi in jeans. Tatjana non le fece una ramanzina solo per rispetto al funerale. Le permise di restare lì. Non guardava Tatjana, guardava Saška. Qualcuno doveva averglielo detto, Vitalja probabilmente.

Finirono la preghiera.

E mentre cantavano, Tatjana capì una cosa. E quella cosa cominciò a pungerla da dentro, a tagliarla così tanto che non riuscì a tenersela dentro, benché si fosse ripromessa di non rovinare il funerale. Si mise alla testata della bara di Saška e, quando Uljanka le si avvicinò per dare a Saška un bacio d’addio sulla fronte, le sibilò:

— Ma tu mi hai mentito. Hai detto che saresti partita un altro giorno. Se non mi avessi mentito, l’avrei trovato ancora vivo. Avremmo potuto parlare con lui, ci sarebbe stato tempo.

— Di cosa? — le chiese Uljanka senza guardarla.

— Di te. Ti avrei dissuaso, e adesso sarebbe ancora vivo. Se non fosse stato per il tuo matrimonio, il nostro Sašenka sarebbe vivo!

Uljana alzò le spalle.

E fu solo allora che gli occhi di Tatjana si aprirono, l’acqua le sgorgò da dentro e lei scoppiò in un pianto dirotto.

• • •

Avevano chiesto a Kiriucha di tornare a casa un po’ prima, stavolta; Marina aveva arrostito in forno la carne di maiale all’aglio che lui adorava fin da bambino, e aveva fatto rosolare anche le patate. Ma lui arrivò comunque in ritardo e la carne si era raffreddata.

Entrò di corsa, tutto agitato. Il telefono all’orecchio, faceva le fusa con trasporto:

— Scusami, gattina, oggi resto a casa. Dopo ieri sono un pixel spappolato. Ma domani risorgerò e ti prometto che al tuo set sarò nella fan zone con i bastoncini luminosi e un porn star martini! I’m your biggest fan, lo sai! Sì, madame Diana, potrai punirmi. Dai, ti prego, perdonami. Vivo sognando il momento in cui ci rivedremo.

Finalmente si lavò le mani e schizzò in cucina.

— Wow! Tutto questo banchetto è per me?

— Ma certo! — gli sorrise Marina. — Hai fame?

— Da lupo.

Si avventò sulla carne di maiale della sua infanzia e cominciò praticamente a ringhiare di piacere, mentre Maksim si versava di nuovo del whisky.

— Magari basta? — gli chiese Marina.

Lui bevve un altro sorso, ancora bello grosso, da fargli male, e disse al figlio:

— Kirjuša… Io e la mamma volevamo parlarti.

— Forza, parlate! — concesse Kirill.

— Pensiamo che tu debba lasciare il Paese.

— Ancora con questa storia! E perché, di grazia?

— Perché… C’è la convocazione. E poi Uljana… Chi può saperlo, Kirill. Chi può saperlo.

Kirill smise di strappare la carne con i denti e posò le posate.

— Ma siete seri? Per quanto tempo?

— Beh… In generale, devi andartene. Per sempre.

— Non posso, papà! — rise Kiriucha.

— Non per sempre — intervenne Marina. — Non per sempre! Finché le cose non si saranno calmate…

— Non me ne vado da nessuna parte — protestò Kirill. — Ma siete impazziti, o cosa? E dove dovrei andare?

— Non lo so, dove vuoi. Potresti andare prima in Georgia, seguendo la via già battuta…

— Non voglio andare in Georgia! — il sorriso gli si era congelato sulla faccia. — Che cazzo dovrei fare lì?!

— Beh, non in Georgia, in Thailandia! A Bali. Guarda quanta nostra gente c’è a Bali — Maksim bevve un altro sorso. — E sono tutti contenti!

— Non voglio andare a Bali, cazzo! Lì è una noia mortale! Invecchiano tutti, lì! Non voglio trasformarmi in un fungo!

— Parigi, New York, Londra… Tutto il mondo è aperto, Kirill! Tutto il mondo!

— Ma chi conosco laggiù? Non conosco nessuno! New York? Ma sei fuori di testa?! — La voce gli si spezzò.

— Io… Era solo un esempio… — si imbarazzò Maksim.

— Mi hanno preso per un lavoro! Volevo dirvelo… Pensavo che la cena fosse per festeggiare… Ho passato il terzo colloquio, con il vice direttore generale… Mi prendono per duecentocinquantamila! Me! Mi prendono! E poi ci sono possibilità di fare carriera…

Maksim bevve di nuovo un sorso.

— Ci sono possibilità dappertutto, Kirjuha… Hai passato questo, passerai ovunque. Sei un cervellone…

— Io non vado da nessuna parte — disse all’improvviso il figlio, con una voce del tutto diversa, dura, adulta.

— Ci andrai — rispose Maksim con la stessa voce. — Ci andrai eccome. O parti, o vai nell’esercito.

— Ma che stronzata! Quanto ancora? Ho una ragazza qui… Qui ho tutto. Gli amici… Perché mi cacciate via?

— Perché qui non tornerà mai più la normalità!

— Ma qui, adesso, va bene! A me piace tutto!

— Va bene? E noi non vogliamo restare qui a tremare per te! — gli gridò Maksim.

— E allora non fatelo! Non statevene lì a tremare! Sei tu che te la fai sotto! Tu, non io! A me andrà tutto bene!

— Diana verrà da te. Se ti ama. E poi… Le ragazze… Beh, le ragazze… — disse Marina per la prima volta.

— Mamma! Ma tu che c’entri?! Perché ti intrometti nella nostra conversazione?!

— Non osare parlare così a tua madre! — ringhiò Maksim. — Non osare, ti è chiaro o no?!

— Ma vai a fanculo, papà! E tu come le parli? E adesso vorresti pure insegnare a me! Te ne stai qui a bere come un porco e poi vieni a…

Allontanò da sé il piatto con le fette di maiale, scattò in piedi e fece per andarsene, ma Marina allargò le braccia e lo fermò.

— Ti prego! — lo supplicò. — Ti prego!

— Che cosa «ti prego»? — tuonò Kirill con voce profonda. — Che cosa?!

Era un’altra persona, non Kiriuša; uno sconosciuto.

— F-fottuto moccioso! — ruggì Maksim. — Non hai mai fiutato la polvere, ecco perché! Che ne sai tu? Noi abbiamo i riflessi, capisci? Dalla nascita! Col latte di nostra madre… «Te la fai sotto!» La vostra generazione deve ancora farseli, quei riflessi! Ma niente, ve li farete… Non avete scelta!

— Ragazzi…

— Quali ragazzi, un cazzo! Guardalo, che faccia da adulto! E non ha voglia di pensare a un cazzo! Ha solo voglia di scopare!

Marina tirò su col naso.

— È solo un periodo così… Dobbiamo soltanto aspettare che passi… Non durerà per sempre… Presto sarà finita. Presto, me lo sento. Non può andare avanti a lungo… Quello che sta succedendo è contro natura. E lui non potrà resistere così a lungo. Se ne andrà, o morirà, e tutto tornerà, sarà come prima. Dobbiamo solo resistere… aspettare che passi. Proteggere noi stessi. Gli uni gli altri. Ragazzi… Ve lo chiedo, vi prego.

Kirill ebbe un fremito. Si divincolò dall’abbraccio di Marina, si liberò, sbuffò. Scappò in corridoio e sbatté la porta d’ingresso. Maksim si versò altro whisky.

— E-ecco che stronzo — disse, incerto.

Anche Marina se ne andò. Maksim si alzò, andò alla finestra e la socchiuse. Entrò l’aria calda d’estate, insieme al dolce tanfo di Mosca. Nel vetro scuro si rifletteva lui, Maksim, con la faccia storta.

— S-stronzo — ripeté Maksim con odio e si schiaffeggiò.

• • •

La fila per la ginecologia era corta: la clinica era privata e piccola, Uljana ne aveva trovata una in modo da non incontrare nessuno per strada; in un quartiere che non era il suo. C’era una certa tagika, o forse kazaka, una ragazzina di forse neanche diciassette anni e un’altra donna incinta.

Mentre aspettava il suo turno, Uljana continuava a giocare sul telefono con i diamantini: bisognava abbinarli per colore e forma, così da azzerarli a file. Un bel gioco: non pensavi ad altro, non ti distraevi, mica come con i reel. Uljana era arrivata lontano con i diamantini, era persino entrata nella classifica dei migliori giocatori.

Ecco, la chiamarono.

Uljana si lisciò la gonna e tirò su col naso. Che medico sarebbe stato? Dzagoev Timur Michajlovič.

Dentro c’era un uomo avanti con gli anni, i baffi neri spruzzati di grigio e gli occhiali da intellettuale. Sembrava una persona piacevole, ma uno così avrebbe potuto anche fare il direttore di qualche azienda: a prima vista non si sarebbe detto che fosse proprio un medico. Non aveva un’espressione particolarmente comprensiva. Forse era un bene.

— La ascolto.

— Voglio interrompere la gravidanza — disse Uljana guardandolo negli occhi. — Ho letto che fate l’aspirazione, in giornata, vero? In ambulatorio. Deve essere tutto fatto in giornata.

— Sì, sì, aspetti — il dottore la fermò con un gesto gentile della mano. — Cominciamo almeno a parlarne. L’aspirazione! Si rende conto che lì dentro c’è un esserino? Ha le manine, le gambine, gli occhietti… E lei vuole l’aspirazione. Forse ha anche un’anima. Di quante settimane è, se posso chiedere?

— Sono alla tredicesima settimana.

— Quanto?

— Tredici — gli ripeté Uljana.

— Tredici! Ma che dice! No… A questo punto non possiamo proprio più farle niente — si agitò sulla sedia. — Noi arriviamo solo fino alla dodicesima, oltre non possiamo. E di sicuro non si tratterebbe di un’aspirazione… Sarebbe un aborto vero e proprio! Ma, come le ho già detto, non ne abbiamo il diritto.

Uljana si era preparata a quella conversazione. Teneva la borsa sulle ginocchia, fece scattare la chiusura e la aprì.

— La pago oltre il tariffario — disse a bassa voce, ma con sicurezza.

— Oltre il tariffario! Ma lei… Perché ha deciso di farlo, poi?

— La gravidanza è difficile — rispose Uljana. — Nausee, e tutto il resto.

— Ma mi faccia il piacere! Cara mia… Le nausee! E allora? Passeranno, è una cosa temporanea. Non è certo un motivo! E poi… Tredici settimane. Ha già le ditina delle mani e dei piedi, e sembra proprio una persona. Sarà così… — mostrò una misura con le dita. — Sarà già lungo otto centimetri.

— Lo so. Leggo su Internet.

Fuori riusciva ancora a mantenere la calma, anche se dentro qualcosa le martellava le costole, sempre più forte, sempre più in fretta.

— Dopo la dodicesima settimana, nel nostro Paese è consentito solo per motivi sociali…

— Io ho motivi sociali — Uljana si aggrappò al suggerimento.

— E quali sarebbero?

— Sono una madre single. Il padre non c’è.

— Sa quali sono i motivi sociali? Hanno ristretto parecchio l’elenco — disse Timur Michajlovič, scrutando Uljana con attenzione. — Adesso l’unico motivo sociale è lo stupro. Spero che non le sia successo niente del genere?

— No.

— E il padre? Del bambino.

— È morto.

— Posso chiedere in quali circostanze?

— È morto nell’Operazione militare speciale — pronunciò Uljana la formula che prima funzionava.

Il medico cambiò espressione.

— Non possiamo. La prego, non dovrebbe nemmeno…

Uljana infilò una mano nella borsetta e ne tirò fuori una mazzetta: centomila rubli. Stretta da una fascetta di carta della banca. I soldi dello zio Maksim, quelli di Saša. La posò sulla scrivania e lesse ad alta voce la scritta sulla fascetta:

— Centomila.

Timur Michajlovič fece un balzo all’indietro alla vista della mazzetta.

— Forse non capisce, ragazza? Qui ci convocano tutti dal governatore e ci istruiscono: non si può più fare. Ci hanno detto di dissuadere tutti. E tanto più se si tratta di un combattente dell’Operazione militare speciale! Ma che le prende? È fuori di testa?

Uljana frugò nella borsetta e posò sulla scrivania un’altra mazzetta uguale.

— Duecentomila.

— Non posso, ma non mi sente? Ci fanno delle ispezioni, ci chiuderanno per sempre se pratico un aborto alla vedova di un combattente dell’Operazione militare speciale!

— E allora non lo scriva da nessuna parte. Lo faccia e basta. Trecentomila, ecco. Bastano?

Si alzò di scatto.

— Le sto dicendo che non importa se sono trecentomila o no: qui si tratta del fatto che verranno a chiudermi il posto con la procura! Perché mi provoca? La visita è finita, grazie!

Uljana gli lanciò altre due mazzette. Timur Michajlovič le guardò, insieme al mezzo milione di rubli sulla sua scrivania. Scosse la testa da una parte e dall’altra.

— Non capisce in che tempi viviamo? Muoiono tanti uomini! Non solo il suo! Il Paese deve rimpiazzarli… Ci sono programmi appositi, lo dice il presidente. E poi non è per niente ortodosso. I valori tradizionali, la famiglia… E lei? È credente?

Uljana cominciò a tremare.

— Non lo voglio. Non lo voglio. Quanto vuole? Perché mi fa… Perché? Ne ho ancora, guardi, ancora, è tutto, non ne ho più, cos’altro vuole? Non lo voglio, non voglio continuare a portarmelo dentro, voglio che lo tolga, che cosa c’è di così difficile da capire?! Cosa?! Me lo tolga da dentro! E non mi servono soldi, niente! Ma che hai da fissarmi? Sei scemo, o cosa?! È il mio corpo, voglio toglierlo! Aspirazione o non aspirazione, che ti importa, i soldi non ti bastano?!

Il dottore raccolse dalla scrivania tutte le mazzette di banconote sparse, le tolse la borsa e ci ficcò dentro tutto. Le afferrò un braccio, la tirò su e la trascinò verso la porta. Lei opponeva resistenza, ma lui era più forte.

— Signora… Calma! Qui non sono più io… né lei… A decidere, ormai, non siamo noi… Mi sente? Basta! Silenzio! Non dipende più da noi!

— Tanto lo farò comunque, con te o senza di te! Credi che non ci siano altri medici?! Guarda un po’, il paladino dei principi! O hai solo paura di cagarti addosso? Hai paura, eh?!

— Basta… Basta. Mi scusi.

La spinse fuori nel corridoio, si piantò sulla soglia, tutto rosso, sbarrando a Uljana la strada per rientrare, e gridò alla ragazza alla reception:

— Katjušenka… Katja! Non prendere questa. Sì… Ha rinunciato alla visita.

• • •

Poi Mosca si era impigrita del tutto, i flussi di gente si erano assottigliati e chi non aveva un posto dove andare in vacanza bighellonava senza vita. Nel fine settimana Maksim e Marina si erano trascinati fiaccamente alla dacia, invischiati nell’ozio come in una marmellata troppo dolce, senza avere intenzione di tornare in città. Ma Galina Igorevna aveva telefonato dal lavoro e aveva detto che era arrivata una lettera con i timbri ufficiali. La lettera diceva che il giorno dopo era stata fissata un’ispezione della procura in seguito ai reclami dei consumatori.

A Marina Maksim disse soltanto che al lavoro c’era stato un altro piccolo imprevisto, si preparò e partì per la città. Era successo tutto in modo così repentino, quasi di riflesso, e solo quando si ritrovò sulla Simferopolka, nel flusso degli altri villeggianti, per un secondo riemerse dalla corrente dei suoi pensieri — nei quali stava già calcolando dove mettere tutte le pubblicazioni di agenti stranieri del negozio — e guardò la situazione come dall’esterno. Eppure aveva deciso di andare fino in fondo, difendendo il suo assortimento; era stato lui a chiamarsi addosso quell’ispezione e, a quanto pareva, era moralmente del tutto pronto ad affrontarla. Continuava anche a essere convinto di non aver violato alcuna legge, che qualsiasi ispettore sarebbe inevitabilmente giunto alla stessa conclusione e non avrebbe potuto contestargli niente.

Dove stai andando, e perché?

Per fortuna almeno l’avevano avvisato con un giorno d’anticipo, borbottava in parallelo dentro di sé una seconda voce, cupa e in dissonanza con quella della ragione. E se invece fossero venuti proprio quel giorno, avessero spaventato la povera Galina Igorevna, messo tutto sottosopra, trovato Nevzorov, Bykov, Šul’man, e magari da qualche parte in magazzino ci fosse ancora anche L’estate in cravatta da pioniere: allora che succedeva? Per fortuna gli avevano dato modo di rimettere ordine, nascondere tutta la roba proibita, portarla da qualche parte, fare lo gnorri.

Nasconderla solo per il tempo dell’ispezione, si disse severamente un Maksim all’altro. Sì, per il tempo dell’ispezione, naturalmente. Semplicemente perché non c’era nessuna ragione particolare per andarsela a cercare, semplicemente perché non serviva attirare proprio adesso un’attenzione eccessiva sulla sua attività, su di lui, sulla sua famiglia. Non sapevamo con certezza se ci stessero studiando al microscopio o no, e se quell’ispezione non fosse parte di un controllo più ampio, giusto? E perché aiutarli, se il nostro compito è ostacolarli in ogni modo? Alla fine Marina aveva ragione, e non era stata nemmeno lei a inventarselo: tre generazioni di intellettuali sovietici avevano vissuto così, erano sopravvissute e avevano aspettato tempi magari brevi, ma più felici: la cosa importante è salvare sé stessi. E se gli avessero chiuso il negozio, a chi sarebbe servito? Quando le acque si fossero calmate, avrebbe potuto continuare a vendere sottobanco i libri degli agenti stranieri; non era necessario esporli sugli scaffali in modo così provocatorio. Ma prima dovevano calmarsi le acque, naturalmente.

Certo, la legge era dalla sua parte, ma le leggi cambiavano ogni giorno, e in quel Paese delle meraviglie avevano imparato persino ad applicarle retroattivamente: primo; secondo, la legge lì valeva solo per i nemici, come aveva lasciato detto Franco; e se gli ispettori avessero voluto — e l’avrebbero voluto, sicuro — sarebbero venuti insieme a quegli attivisti, che gli avrebbero suggerito qualcosa, e gli avrebbero contestato qualche altra cosa che non c’entrava affatto con i libri, per esempio aver screditato l’esercito. E lui si trovava già in una posizione vulnerabile, perché tentare la sorte? E cosa c’entrava la paura? La paura, appunto, ti spinge a comportarti in modo irrazionale, impulsivo, mentre qui era il contrario: puro calcolo razionale, una ponderata valutazione dei rischi. Era come una partita a scacchi che Maksim giocava contro un grande maestro: si potevano sacrificare pezzi per non perdere la partita; c’erano diverse strategie, si poteva anche tirarla per le lunghe e aspettare che gli altri giocatori sfiancassero il grande maestro, finché non avesse commesso un errore. E riuscire a strappare un pareggio, con la situazione attuale, sarebbe già stato un risultato eccellente.

Poi si fermò a un semaforo rosso, ormai in città, e per un secondo tornò lucido. Ma come poteva non essere paura, se era proprio paura? Sentiva come si era chiuso in sé, sentiva la fretta, sentiva la rabbia per quel semaforo che restava rosso così a lungo, che non lo lasciava andare alla sua libreria, come se lo trattenesse per impedirgli di fare in tempo a togliere dagli scaffali i libri sbagliati. Cos’era, se non paura?

Resisteremo, terremo duro, aspetteremo di sicuro: è morto quello, morirà anche questo, come scrivevano i partigiani di uno sgangherato movimento clandestino con un pennarello sulle pubblicità cittadine, si disse Maksim con un cenno del capo. Ma quelli che avrebbero aspettato sarebbero stati ancora gli stessi che avevano sperato di farlo?

Poi scattò il verde e Maksim ripartì.

Parcheggiò storto, salutò Galina Igorevna con aria sbrigativa, la mandò in pausa e andò a prendere in magazzino una scatola di cartone. Cominciò a raccogliervi con cura dagli scaffali tutti i titoli sospetti, senza fretta, cercando di mantenere il controllo. Erano tutti bei libri; Maksim aveva sempre scelto personalmente l’assortimento, affidandosi soprattutto al proprio gusto. E di certo non aveva intenzione di buttarli: voleva solo portarli da qualche parte, anche alla dacia, per nasconderli e proteggerli dall’ispezione della procura, dalla repressione. A pensarci, c’era persino qualcosa di poetico, forse. A pensarci.

• • •

Uljana si era già preparata a tornare a Mosca: a Vologda i ginecologi erano tutti intimiditi, mentre a Mosca, con i soldi, si poteva comprare tutto; nel cercarne uno, aveva perso tempo. Poi era andata a trovare sua madre.

Aspettò che sua madre chiudesse il negozio di alimentari e si avviarono verso casa. La madre le raccontava tutte le sue faccende nell’orto, le rendeva conto dei vicini e, nel frattempo — Uljana lo sentiva — continuava a guardarla così… Come si guarda un’orfana.

Arrivarono, misero su il bollitore. Uljana entrò nella sua stanza, quella da cui si era schiusa. Era tutto intatto, come se fosse ancora una studentessa. Prima che cominciasse tutta quella vita di merda. Si sdraiò sul suo vecchio letto. Si rialzò: troppo stretto.

— Hai qualcosa di più forte? — chiese alla madre.

— Che cosa? Vuole qualcosa di più forte! Guarda un po’! E poi chi lo fa nascere?

— Non voglio partorire. Non lo farò.

— Uljash… Be’, c’è del cognac. Ma come fai a non volerlo?

Uljana si versò un bicchierino, lo bevve e subito se ne versò un altro. La madre scuoteva la testa, ma non discuteva. Aspettava. Uljana buttò giù il secondo. Le venne di nuovo la nausea. E adesso, puttana, sopporta.

— Non voglio portarmi dietro tutto questo.

— Portarti dietro cosa?

— Mi farà ricordare.

— Di Saša? — chiese la madre con comprensione.

— Di tutto, mamma! Di tutto!

— Ma che cosa si può fare, ormai? È successo.

— E io magari vorrei che non mi fosse successo niente di tutto questo, ma-mma!

— Su, su… Piano, piano… — la madre le si avvicinò e la abbracciò. — Dai, fallo per me, fammelo nascere, poi ci penso io a occuparmene. Mi piacerebbe coccolare un nipotino.

— Mamma, non mi senti? Ce l’ho lì dentro, e mi viene da vomitare per questo.

— Ti sento, ti sento. Ma il bambino non è fatto soltanto di Saša; è fatto anche di te, Uljash, per metà. Come fai a… E poi c’è anche un po’ di me.

— E allora? Che cosa ci sarebbe di bello?

Stava per versarsi il terzo bicchierino, ma la madre la fermò. Scosse la testa e le disse:

— Il bambino non c’entra, Uljana. Perché punire lui?

• • •

Per il primo settembre avevano invitato Tatjana alla scuola dove andava Saška. Alla cerimonia d’apertura. Erano saltati fuori dal nulla, l’avevano chiamata e invitata. Avevano detto che sarebbe stata una cerimonia solenne e che doveva vestirsi bene. Volevano, a quanto pare, rendere omaggio alla memoria di Saška.

Una settimana prima aveva proibito a Vitalja di bere, così almeno alla cerimonia non sarebbe stato tanto gonfio e avrebbe avuto un aspetto presentabile. Lei invece era andata a farsi tagliare i capelli e li aveva tinti di nuovo di rosso, più o meno come li portava da giovane. Poi con Svetka aveva passato un bel po’ a provare vestiti in negozio, finché non ne avevano scelto uno bello. Non si era agghindata così neanche per il matrimonio: era pur sempre un’occasione!

Vitalja si mise i pantaloni e la camicia, lei glieli stirò; non metteva quei pantaloni dalla festa per il suo compleanno. Lo pettinò e almeno non era più vergognoso farsi vedere. E così andarono.

Era proprio la stessa scuola che frequentavano Svetka e Tema, prima che si trasferissero nel nuovo appartamento. Dopo tanti anni conoscevano tutti gli insegnanti per nome e patronimico, a ognuno portavano cioccolatini perché non fossero troppo severi con i loro scapestrati. Eppure si sentiva in imbarazzo! Prima ci si andava da madre di un somaro, a supplicare, e invece questa volta era un’altra cosa!

La mattina era calda, quasi estiva, le foglie non avevano ancora cominciato a cadere. I bambini di prima elementare arrancavano con mazzi di fiori quasi più alti di loro: le bambine con i grandi fiocchi bianchi, i maschietti con la frangetta; alcune madri li tiravano per mano, qualcuno piangeva. I ragazzi più grandi, sciolti e spavaldi, fumavano, bestemmiavano, si baciavano dopo essersi separati per le vacanze. Quanto tempo era passato da quando anche Saška era stato un liceale così, in procinto di iniziare la decima classe? E la prima? Anche quella sembrava ieri.

La preside riconobbe Tatjana e si avvicinò lei stessa per salutarla: e pensare che una volta era così severa, faceva paura anche solo avvicinarla!

— Allora, buongiorno. Lei è — diede un’occhiata alla lista — la mamma di Saša Lazarenko, giusto? Tatjana Nikolaevna? E Vitalij…

— Gennad’evič. Siamo i Lazarenko, sì.

— Ah, ecco. Da questa parte, per favore. Qui ci sono tutti i genitori i cui figli sono… morti nell’Operazione militare speciale. Vuole dire qualche parola? Su Saša?

— Oh, ma che cosa potrei dire? Va bene, dirò qualcosa.

C’erano lì anche parecchi anziani, di età diverse, e alcuni non erano nemmeno diventati grigi. C’era chi era annerito dal dolore, altri invece sembravano stare bene: le persone sono diverse. Tatjana pensava naturalmente che sarebbero stati lì solo lei e Vitalja, non aveva capito bene l’invito. Ma anche così era giusto, era giusto che fosse così: non avevano ucciso soltanto Saška, il figlio suo.

Si avvicinò un uomo con la cravatta, il distintivo di Russia Unita e anche il nastro di San Giorgio; fece loro un cenno di saluto. Doveva averlo mandato l’amministrazione cittadina.

Misero i bambini di prima elementare in fila. Se ne stavano lì intimiditi, spalancando gli occhioni e cercando le mamme tra la folla. La preside aprì la cerimonia, si congratulò con i piccoletti per l’inizio della loro nuova vita scolastica e disse che cominciava una nuova, importante tappa, che la scuola sarebbe diventata la loro nuova grande famiglia. Poi parlò l’uomo col distintivo.

— Cari bambini! Come sapete, il nostro Paese sta attraversando un momento difficile. Perché possiate studiare, crescere e svilupparvi serenamente, i vostri padri e i vostri fratelli maggiori combattono contro il nemico nell’ambito dell’Operazione militare speciale in Ucraina. Respingono l’attacco nemico, per così dire, sulle lontane frontiere, affinché non arrivi fino alle nostre case. Perché voi possiate crescere tranquilli, diventare uomini e donne adulti e diventare a vostra volta difensori della nostra Patria! E qui sono presenti i genitori di alcuni, se capisco bene, ex alunni di questa scuola, caduti eroicamente combattendo per noi. Evgenija Borisovna — si rivolse alla preside —, la prego di dare la parola ai padri e alle madri di questi eroi.

La preside guardò i genitori e scelse Tatjana e Vitalja, invitandoli a mettersi insieme ai dirigenti davanti alla fila degli alunni. Erano imbarazzati, ma si fecero avanti. Per primo, in quanto uomo, diedero la parola a Vitalja.

— Vitalij Gennad’evič Lazarenko! Il padre di Saša Lazarenko, che quest’estate è caduto da eroe… Prego. Come ha fatto a educare una persona così straordinaria, un patriota, un difensore?

Tatjana si irrigidì subito, si mise sull’attenti. E non a torto. Vitalja alzò le spalle; all’inizio non sapeva cosa dire, ma poi si decise.

— Ecco, insomma. Di Saška… Una volta, quando era ancora un ragazzino, proprio come questi bambini qui. Mi ricordo che giocavano alla guerra nel nostro cortile, intorno ai garage… — cominciò.

— Lascia perdere, dai! — lo interruppe Tatjana, spostandolo da parte. — Non è questo che vuole dire. Vuole dire che noi siamo molto fieri del nostro Saša. Che lo abbiamo cresciuto così fin da piccolo. È sempre stato molto coraggioso, ha sempre amato la sua patria e la sua famiglia. E noi siamo molto grati al nostro presidente, all’amministrazione cittadina e anche al ministero della Difesa per il sostegno. Perché non ci hanno abbandonati. Abbiamo ancora un figlio, e quando sarà grande andrà anche lui a servire: non può essere altrimenti, perché questa è la nostra famiglia. Perché la vocazione di ogni uomo è difendere la propria patria!

Evgenija Borisovna fu la prima ad applaudire, poi l’uomo col distintivo guardò Tatjana con rispetto e si mise ad applaudire anche lui, poi si unirono tutti gli altri insegnanti e infine i genitori. Tatjana si sentì così piena di calore, così emozionata, così felice come, a quanto pareva, non le era mai successo in vita sua.

• • •

Arrivarono a Šeremet’evo con due macchine: Maksim e Marina per conto loro, e Kirjuha con Diana in taxi. Kirill aveva insistito. A quanto pareva voleva ancora parlare con lei di qualcosa, mettersi d’accordo su qualcosa, come se fino a quel momento non ne avesse avuto abbastanza. Una brava ragazza, pensò Maksim: si frequentavano da meno di una settimana, eppure era lì, ad accompagnarlo all’aeroporto.

Arrivarono e scoprirono che tutti i voli erano in ritardo: avevano chiuso lo spazio aereo per via dei droni ucraini. Pazienza. Parcheggiarono, entrarono nel terminale, salutarono Diana e si sedettero in un bar un po’ in disparte, per non mettere i ragazzi inutilmente a disagio. Diana aveva il mascara colato e si vergognava di farsi vedere da loro.

— Che ne è della tua ispezione? Non si sa niente?

— È sempre la stessa storia, Marin. Da ieri non è cambiato niente.

Marina sospirò e gli sfiorò la mano con le dita. Lui gliele strinse e le accarezzò. Lanciò un’occhiata di sfuggita a Kirill: lui non guardava suo padre. Non si parlavano.

Restarono così tre ore all’aeroporto. Avevano già mangiato il tom yum alla Kofemania. E avevano studiato per filo e per segno l’assortimento delle edicole di libri… Ma sul tabellone compariva soltanto «in ritardo». E benché avessero preso un volo con scalo e un ampio margine tra le coincidenze, quel margine ormai non bastava più. Maksim cominciò ad agitarsi, temendo che i biglietti andassero completamente sprecati.

— Ma non vi siete ancora rotti le palle?! — non riuscì a trattenersi, invocando per l’ennesima volta il tabellone.

— Chi? — chiese Marina.

— Ma loro chi? E che c’entra l’aviazione civile? Colpite gli obiettivi militari, perché devono soffrirne le persone?

Lei lo guardò, ma non disse nulla. Poi finalmente cessò l’allarme e venne il momento di salutarsi. Si avvicinò a Kirjuha e spalancò le braccia.

— Allora?

Quello scosse la testa. E così Maksim rimase piantato lì, con le braccia aperte. Marina sussurrò qualcosa al figlio, che si schermì. Beh, se non voleva, pazienza. Era per il suo bene, prima o poi avrebbe capito. Marina baciò Kirill tre volte, alla russa, gli fece il segno della croce e tornò da Maksim, mentre Diana accompagnò Kirjuha fino ai controlli dei passaporti, fece la coda con lui e lo lasciò andare solo davanti alla cabina, dopo un lungo bacio.

Chissà, pensò Maksim, magari era stata una storia vera, di quelle che durano tutta la vita? In fondo ogni storia che dura tutta la vita comincia con qualche sciocchezza da nulla.

— Il prossimo! — abbaiò loro la guardia di frontiera dalla cabina.

Kirill si voltò ancora una volta verso Marina e le fece un cenno: basta, dai, andate! Poi consegnò il passaporto. Ma Maksim non voleva andarsene.

E Kirill restava lì, mostrava qualcosa sulle dita a Diana, sorrideva, scherzava. Ma il tempo passava e passava, e il passaporto non glielo restituivano, mentre sulla cabina della guardia di frontiera era accesa una spia rossa. Poi lo chiamarono alla feritoia; lui si chinò e, piegato in avanti, cominciò a rispondere alla guardia. Ma la polizia di frontiera dipende dall’FSB, si ricordò Maksim, chissà perché.

— Perché lo sta interrogando? — si preoccupò Marina.

— Marina, e io che ne so? Se vuoi, andiamo a chiedere…

Lo tenne lì a lungo, a lungo; passarono cinque minuti, sei… Poi si alzò e uscì dalla cabina con il passaporto di Kirill. Era ancora una ragazzina, ma la divisa la faceva sembrare più grande.

— Aspettate qui — ordinò all’improvviso, con voce d’acciaio, e sparì.

Kirill si guardò intorno smarrito, come uno che sta sprofondando nel ghiaccio e cerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi; e il suo sguardo si aggrappò a quello del padre.

• • •

— Mamma! Chiamano dalla banca! — gridò Svetka.

— Saranno truffatori!

Ma Tatjana si avvicinò lo stesso, anche se sospettava di tutti: aveva disimparato a fidarsi della gente. E invece no. Chiamavano davvero dalla banca, non chiedevano niente; dissero che sul conto era arrivata una somma dal Ministero della Difesa, quattro milioni e qualcosa. Tatjana rimase di sasso e si misero a controllare: a quanto pare c’erano anche altri pagamenti, di cui non le avevano parlato subito, e adesso era arrivata la loro quota come genitori, due terzi.

Dopo aver controllato e averci creduto, si mise a cercare quella rivista con la villetta di mattoni. Credeva che l’avessero buttata, rivoltò tutta la casa; alla fine saltò fuori in macchina. Le si tolse un peso dal cuore.

Guardò le cifre: a quel punto bastavano, purché vendessero la casa della madre. E chi glielo chiedeva, alla madre? Insomma, alla fine era andato tutto abbastanza bene.

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