Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
14.
A malapena riuscirono a far passare Tatjana e Vitalja attraverso il posto di controllo: non riuscivano in nessun modo a trovare Saša negli elenchi dell’ospedale, e toccò litigare. Telefonarono da qualche parte, verificarono, poi lasciarono perdere: va bene, passate, se è la madre.
All’accettazione tirarono fuori la cartella e dissero che il paziente era in terapia intensiva; Tatjana attraversò il cortile per raggiungere il reparto e proprio in mezzo al cortile vide Uljanka.
Sedeva da sola su una panchina, con una cartellina sottile sulle ginocchia e una sigaretta stretta tra le dita; guardava oltre il vialetto, verso il cassonetto di fronte. Intorno la gente andava e veniva, ma Uljanka era immobile, come fotografata. Mentre Tatjana le si avvicinava, non fece nemmeno una tirata; la sigaretta sottile si consumava invano. Gli occhi di plastica, da bambola, vuoti. Tatjana le si fermò davanti, le mani sui fianchi.
— Non ti vergogni?!
Uljana la guardò con aria svogliata, senza il minimo interesse.
— Siete riusciti ad arrivare?
— Stammi a sentire. Tutti quei certificati di matrimonio non valgono una cicca, sono carta straccia, ecco cosa. Hai messo il guinzaglio al ragazzo. E lui è tutto imbottito di farmaci… Adesso vado lì e chiedo il divorzio.
Uljana scrollò le spalle.
— Sempre la stessa storia, per voi.
— Saša ha versato il sangue, è al fronte, ha difeso la patria, perché una sgualdrina come te, una parassita maledetta, gli si appiccichi addosso? Lui l’ha fatto per noi, per la sua famiglia…
— La famiglia sono io, — le disse Uljana, con aria intontita. — Io e il bambino. Che me ne frega della patria? Ha versato il sangue per noi. Per il suo futuro. Ma ormai non importa più. Non puoi annullare un cazzo. C’erano dei testimoni, i medici. Era perfettamente lucido, abbiamo acconsentito entrambi. E io il divorzio non te lo concedo.
Uljanka era diventata tutta un’altra persona. Inafferrabile. Continuava a guardare oltre Tatjana, verso quel cassonetto. Il mozzicone si spense e le scivolò dalle dita. Tatjana si sentì smarrita: la sua bussola infallibile, quella che le diceva sempre a chi impartire ordini e davanti a chi fare la ruffiana, si era inceppata, girava a vuoto. Ma lei scoprì comunque i denti.
— Se non vuoi fare le cose per bene, andrà come decido io. Vado da lui, da Saša. Non disobbedirà a sua madre guardandola negli occhi. Vedrai, resterai senza niente.
— Ma da lui non ti faranno entrare. Io me ne torno a casa, — Uljana si alzò. — Ciao, zio Vitalik.
— Ciao, Uljan.
— Aspetta! — Le budella dissero a Tatjana di non lasciarla andare da nessuna parte.
E se davvero adesso fosse riuscita a farli divorziare? Se quella si fosse impuntata, avrebbero dovuto andare per tribunali, o cosa? E poi era anche incinta: da che parte si sarebbe schierato il tribunale? E Uljanka, a quanto pareva, aveva imparato qualcosa di suo, qualcosa di speciale sulla forza delle donne, mentre se ne andava in giro per Mosca da loro: altrimenti come avrebbe potuto raggirare Saša a tal punto che lui non esitava a contraddire sua madre? Aveva perso la paura.
— E adesso che c’è?
Tatjana si sedette sulla panchina: non ce la faceva più a stare in piedi. Addolcì la voce.
— Perché dobbiamo farci la guerra, Uljan? Per cosa, poi? Ce ne sarà abbastanza sia per te che per noi.
— Abbastanza di cosa?
— Ma non fare quella che non capisce! Ah, tu…
— Non capisco, Tatjan-Nikolaevna. Mi spieghi.
Come aveva fatto a sottovalutare Uljanka in quel modo? Come se ormai non potesse più piegarla né con le urla, né con le lacrime, né con le minacce. E poi Tatjana sentì anche quest’altra cosa: Uljanka era appena entrata nel pieno della vita, mentre lei e Vitalik erano già sfioriti, appassivano. Sarebbe stato meglio accordarsi con lei da buone.
Le dispiaceva per il cottage di mattoni, dove avrebbe potuto sistemare nelle varie stanze tutti i suoi protetti; le dispiaceva per tutta la vita che si era inventata: anche se l’aveva messa insieme in fretta, era venuta fuori dolce. Bella come Tatjana non aveva nemmeno osato immaginarla, se non fosse stato per la SVO. E lei che si era messa a sognare, per niente.
— E tu cosa vuoi?
— In che senso?
— Perché hai messo in piedi tutta questa storia del matrimonio? Che cosa vuoi ottenere?
— Non lo so.
— Allora, ti sei trovata un appartamento o cosa? — ipotizzò Tatjana.
— O cosa.
— Ma quanto ti serve, quanto, per un appartamento? Quanto, tre milioni? Quattro?
Uljana scrollò le spalle. Tatjana si affrettò a parlare. Aveva già fatto tutti i conti in anticipo; in treno, proprio, aveva avuto il tempo di rifarli per bene.
— Pensaci un attimo. Il risarcimento presidenziale per la ferita: saranno tre milioni. Giusto? Giusto. Poi un altro milione per l’invalidità; con la prima categoria, ce lo daranno di sicuro. Quattro. Poi ci sono i pagamenti assicurativi, ho controllato: altri due milioni, l’assicurazione militare. E poi ci sarà il sussidio una tantum per il congedo dal servizio. Altri quasi tre milioni e mezzo.
Uljana si coprì la bocca con la mano, come se stesse sbadigliando.
— Quattro, più due, più tre e mezzo: siamo già a nove. Ce n’è per l’appartamento tuo e anche per noi. A te spetta un terzo di tutto, tre milioni. E a me e a tuo padre sei, vero, Vital? E basta.
— E come li dividete, Tatjan-Nikolaevna?
— Come, come? Così.
— Ma non dovrebbe essere Saša a decidere da solo a chi vanno i suoi soldi? È lui che ha combattuto.
Uljana diceva tutto con un’aria indifferente e pigra, come se non ci fosse stata nessuna discussione, nessun motivo per discutere. Come se non fosse in gioco la sua vita, ma un problemino di matematica delle elementari.
— Uljanka… Io qui ti parlo da adulta. E tu cosa mi rispondi? Vitalja! Dov’è il nostro valocordin?
— Non capisco perché a me spetti un terzo, — disse, scuotendo la testa.
— Tu sei una, noi siamo in due: è così secondo tutte le leggi, c’è scritto dappertutto. E poi abbiamo anche due figli a carico, finché non si sistemano, ma vabbè, lasciamo stare…
— Ma anche noi siamo in due, — disse Uljana. — Io e il bambino. Bisogna dividere a metà. Voi siete in due, noi siamo in due.
— Ma il bambino ancora non c’è! Bisogna fare i conti sul giorno in cui verranno pagati!
Non c’è, e magari non ci sarà mai. E guarda come fumi, sembri una locomotiva; mangi pesce crudo e chissà quanto bevi. Come pensi di crescere anche un bambino?
— Non vuoi un nipotino? — disse Uljana lentamente, con una voce da fumata persa.
— Io?
Tatjana esitò: mentire in faccia non le riusciva bene, non era con quello che se la cavava. Uljanka le aveva posto la domanda che lei stessa cercava di non porsi. E nella sua testa passarono immagini in successione, mosse dalla breve esposizione: il cottage e l’agiatezza oppure un nipote non suo; sei milioni oppure quattro; estinguere il mutuo e finire i lavori oppure vivere ancora un po’ anche loro. Ma quel bambino non sarebbe stato soltanto suo, sarebbe stato anche di Saša, e chissà se ne avrebbe avuti altri? Be’, se lui non ne avrà, Svetka ne avrà; Svetka non si farà certo pregare, e quel cretino, poi, sta ancora crescendo; un’occasione così non si ripresenterà più. Le dispiaceva per Saška, ma anche per sé stessa; e poi era anche per lui, quella sgualdrina gli avrebbe spillato i soldi e poi sarebbe sparita, addio e arrivederci, mentre una madre non abbandona il proprio figlio. Avrebbe avuto una stanzetta tutta sua e qualcuno che si prendesse cura di lei, bastava avere i soldi. Buttò i frammenti dei pensieri nella pentola e in dieci secondi aveva già preparato tutto: ecco la sua bella zuppetta.
— Ma…
— Capito, — Uljana deglutì, come se le si fosse fermato qualcosa in gola. — I conticini non tornano, vero? Ecco, Tatjan-Nikolavovna. Certo, hai fatto bene a calcolare già tutto per conto tuo. Solo che dovrai… rifare i conti.
Barcollò, provò di nuovo a tapparsi la bocca, poi fece un passo verso il prato, si piegò e cominciò a vomitare. Le usciva di dentro una schifezza verdastra, che puzzava d’acido. Aveva conati, gemeva, cercava di riprendere fiato, e subito dopo un altro attacco la investiva.
Vitalja si spaventò, le corse vicino, voleva darle dell’acqua dalla sua bottiglia, ma Uljanka non riusciva proprio a smettere.
— Magari un medico? Si è avvelenata, o qualcosa del genere?
— Non serve… Non mi serve un medico. È solo… è la nausea della gravidanza.
Alla fine prese la bottiglia da lui e si sciacquò la bocca. Si raddrizzò: era verde in volto anche lei.
— E perché dovrei rifare i conti? — le chiese Tatjana, con sospetto.
— Vengono fuori cifre diverse. Saša è morto.
• • •
Da quando avevano portato via Saša, non aveva avuto altro da fare che telefonare alla terapia intensiva e chiedere come stava. Adesso era sua moglie a tutti gli effetti, così le rispondevano. E le dissero che era morto. Emorragia, intracranica, e anche sepsi, una cosa del genere. Chiese di ripetere. Le dissero la stessa cosa.
Si era fumata un pacchetto mentre Tatjana Nikolaevna la cercava. Non sapeva dove andare. Era troppo presto per l’obitorio. Non le andava di tornare a casa. A quanto pareva, non aveva un posto dove andare. Così se ne stava nel cortile a guardare i soldati vivi. Camminavano, fumavano, chiacchieravano, ridevano. Uno se ne stava seduto a piangere: era venuta sua madre.
Aveva una nausea tremenda. Dentro, non si capiva se nella pancia o in gola, le si era annidata una specie di fottuta cosa sconosciuta; si rigirava da un lato all’altro, le attorcigliava i nervi, cresceva, le stringeva le vie respiratorie e l’esofago: non riusciva né a ingoiare niente, né a vomitarlo. Le saliva già in bocca una gran quantità di saliva, amara e salata; pensava che finalmente sarebbe riuscita a liberarsi, ma quella cosa non voleva uscire, voleva continuare a divorare Uljana da dentro.
Non sei riuscita ad aspettare.
Ad aspettare con quel tuo matrimoniuccio.
E poi si sentiva così vuota. Aveva fatto tutto quello che si era prefissata, ma si era dimenticata perché l’aveva fatto. Il vento muoveva le foglioline, gli alberi sembravano vivi. Il mondo faceva sentire la sua voce: a quanto pareva, fino a quel momento aveva sentito solo il suo borbottio nella testa, e ora si facevano strada tutti quei suoni dell’ospedale. Tristi.
Tatjana arrivò come in sogno. Cominciò a insistere con le sue cose e Uljana dapprima non capì nemmeno perché le stesse raccontando tutto quello. Poi capì: non era ancora al corrente. All’inizio non glielo disse apposta, tanto era ridicola. Ma nemmeno riuscì a distrarsi. Quando Tatjana cominciò a spiegarle la sua matematica contando sulle dita, Uljana si vide all’improvviso allo specchio. Deformata, ma non poi così tanto. Gli stessi metri quadrati, gli stessi rubli. Le faceva pena, le faceva pena proprio lei, e riusciva a capirsi bene; e fino a quel momento non le era sembrato uno schifo fare quei conticini da scuola elementare, anzi, era stato perfino divertente pianificare il futuro. Ma quando Tatjana Nikolaevna le mise tutto davanti con quelle labbruzze strette, quei mozziconi unti, quegli occhietti gonfi, tutto si trasformò di colpo in una merda. Fu chiaro che l’appartamento non era affatto un sogno, solo una scatola di cemento, tipo una tomba. Le girava la testa per via delle cifre e del continuo agitarsi di Tatjana, e alla fine Uljana vomitò: acido, a lungo, tutto quello che si era mangiata negli ultimi tre giorni a Mosca.
E quando ebbe finito di vomitare e bevve un po’ d’acqua tiepida dalla bottiglietta di plastica di Vitalja, sentì che non aveva vomitato niente: era rimasto tutto dentro. E anzi, era persino cresciuto un pochino.
Disse a Tatjana di Saša.
Quella si mise a ululare e a lamentarsi, si precipitò chissà dove; Vitalja le corse dietro, pallido, e poi sparirono tutti e due, fanculo al mondo. Uljana si asciugò e arrancò verso l’uscita. Quel giorno non aveva più la forza di andare a vedere Saša. Tanto lo vedeva continuamente davanti a sé. Sulla barella in corsia, tutto sudato, mentre si sforzava di raccontarle qualcosa.
Tornò a Mosca. Era ancora presto per andare dalla zia Marina; che faceva, se ne stava lì a guardare la televisione? Uljana uscì a fare due passi. Si trascinò lungo il Leninskij, senza una meta precisa, solo per ammazzare il tempo. Intorno c’erano grandi case di pietra, con le finestre coperte dalle tende perché gli estranei non ficcassero il naso; sul viale le auto correvano su dieci corsie e a ogni incrocio si spalancava un intero cosmo: altre gole di pietra, altri fiumi di ferro, altre statue, e una folla sterminata. Erano appesi striscioni: «Mosca. La città migliore del mondo». E un cuoricino, tipo emoticon. La gente era pigra, intontita dal caldo, e sotto la camicia di lino o il prendisole alla moda, ognuno aveva di sicuro un tatuaggio come quello sullo striscione. Erano tutti del posto, tutti adoravano la loro Mosca fino a digrignare i denti.
E Uljana arrancava per Mosca come un pidocchio.
Non la salvava niente: né la Moscova, cento volte più larga e maestosa del loro fiumiciattolo di Vologda; né un pezzo di Cremlino, come ritagliato da una cartolina d’auguri; né gli uomini eleganti sulle loro auto aerodinamiche, arrivate dal futuro. Qui era tutto bello: sì, bello, ma frigido; ricco, certo, tutto fuso nell’oro, tutto lucidato a specchio, che cagava e sudava soldi, ma troppo compiaciuto di sé, estasiato dalla propria figaggine e del tutto incapace di notare Uljana. Mosca era occupata: si specchiava nel fiume, non riusciva a staccarsene.
Non saresti mai diventata una dei loro, non aveva senso cercare di insinuarti. Non avresti mai fatto parte della famiglia, né ti saresti appiccicata a loro, né saresti riuscita a trasformarti in una di quelle. Una forestiera eri e una forestiera restavi: potevi guardare la loro parata da dietro le transenne e le schiene dei poliziotti, e poi tornartene da dove eri venuta. E a che serviva andare avanti e indietro per quelle strade, se non ti portavano da nessuna parte?
Vuoi bere il sangue grasso di Mosca? Be’, bevilo, ma cerca di mordere con cautela quella pelle lustra: fa’ attenzione che non le venga prurito, altrimenti ti schiaccia in un attimo. Hai bevuto? Adesso striscia via e digerisci.
Non sei riuscita ad aspettare.
O forse non hai voluto, apposta? Non ci hai messo molto a deciderti, comunque. Perché non volevi uno storpio? E dai, dillo almeno a te stessa, ammettilo: chi ti sentirebbe? Ma che c’è, ti vergogni di te stessa, o cosa? Su, parla, dì le cose come stanno. Taci.
Vide un carretto che vendeva gelati. Era anche molto bello, decorato, come quelli dei vecchi film sovietici. C’era una fila corta, cinque persone. Si chiese: ne aveva voglia? Non lo sapeva.
Qui non c’erano i plombir confezionati; qui era tutto alla moda: la venditrice, con il grembiule e la cuffietta, raccoglieva palline dalla tavolozza dei gelati con un cucchiaio rotondo e con quelle palline colorate, nei coni di cialda, costruiva quasi dei pupazzi di neve interi.
Arrivò il turno di Uljana. I gusti erano mango, pistacchio, stracciatella, limone, cioccolato, cacao, anguria, vaniglia, fragola: c’era di tutto. Pensò di provare pistacchio e petalo rosa, poi aggrottò la fronte. La stracciatella, bianca con le venature nere, sembrava muoversi. Uljana guardò meglio: erano mosche che le camminavano sopra. Passavano dal nero al marrone, dal marrone al rosso. La gente non se ne accorgeva e comprava. La gelataia scacciava le mosche, ma pigramente, tanto per far vedere che ci provava.
A Uljana venne di nuovo da vomitare.
Non comprò niente, si allontanò.
E continuò a gironzolare per il quartiere chissà ancora per quanto: a volte si sedeva, a volte si appoggiava da qualche parte, a volte riprendeva a camminare. La zia Marina provò a contattarla diverse volte, ma Uljana non aveva la minima voglia di parlare con lei. E non riusciva neanche ad aprire i suoi messaggi. La madre chiamò ancora, ma Uljana le scrisse che era occupata. Dovevi farti viva prima, mamma. Ormai, che ci puoi fare. L’abbonato non è più abbonato.
E fu solo quando Tatjana Nikolaevna la chiamò che Uljana decise, chissà perché, di rispondere. Ora lei e Tatjana Nikolaevna avevano qualcosa in comune. Doveva ascoltare.
— Te ne sei andata, eh?!
La notizia della morte di Saša aveva svuotato Uljana. Tatjana Nikolaevna invece sembrava essersi caricata, al contrario. Subito, a voce alta.
— Me ne sono andata.
— Non volevi passare all’obitorio a trovarlo?
— A trovarlo? E che c’è da andare a trovare?
— Ho parlato con il dottore.
— E quindi?
— Che tu sia maledetta, ecco! — urlò Tatjana Nikolaevna.
— Hai finito? — le rispose Uljana.
Uljana non riattaccava, la lasciava imprecare quanto voleva. Non replicava. Su, sfogati, sfogati, io ti ascolto. Era come tagliarsi le mani con un rasoio smussato, per far uscire il troppo dalle vene gonfie. La lama sporca aveva causato un’infezione, il sangue marcio risaliva i vasi, graffiava, infiammava le viscere di Uljana, si addensava, si coagulava e non voleva filtrare fuori.
Uljana sapeva già da sola tutto quello che la madre di Saša le stava raccontando. Era stufa di ascoltarla. Anche lei, lì, non aveva pianto, pensò Uljana; aveva solo fatto finta.
— E perché fai tanto la lamentosa? Quando l’hai mandato nell’esercito non ti lamentavi, e adesso invece ti metti a piangere, eh?
Rientrò a casa solo verso sera. Entrò e li trovò già ad aspettarla. La tavola era apparecchiata; erano tutti solenni, come pionieri davanti a Lukašenko durante l’adunata.
— Vuoi mangiare?
— Non mi va.
Non le andava proprio giù niente, sul serio. Si lasciò cadere sul letto, sudata, con la faccia nel cuscino. Il marcio le pulsava dentro, gli occhi erano asciutti. Rimase sdraiata, immobile. Niente la lasciava in pace. La zia Marina bussò alla porta. Uljana non le aveva dato il permesso di entrare, ma lei entrò lo stesso.
— Uljančik… Abbiamo parlato un po’ con Maksim… Non hai letto i miei messaggi, vero?
— No.
— Ecco. Per prima cosa, abbiamo capito che ieri ci siamo scaldati tutti un po’ troppo. Ci siamo detti un sacco di cose… Non dovevamo. E volevamo dirti che, da parte nostra, non avevamo del tutto ragione.
Un angelo, proprio.
Uljana si girò, si spinse su e si alzò. C’era solo la zia Marina; zio Maksim non partecipava alle scuse.
— E quindi?
— E poi, ti abbiamo preso i soldi. Ieri non avevamo tutto quel contante, ma oggi li abbiamo prelevati, l’intera somma che ti serve. Ti prego, prendili.
— Mi servivano ieri, zia Marina, oggi non mi servono più, — le disse Uljana. — Perché non me li avete dati ieri, tu e zio Maksim?
— Be’… È stato tutto così improvviso e… Ti prego, prendili, — la zia Marina tirò fuori chissà da dove un sacchetto regalo di carta, di quelli che vendono nei supermercati, con nastrini dorati e altre pacchianate, e lo porse a Uljana.
— Ma noi ci siamo già sposati, — le disse Uljana.
— Come? — si smarrì la zia Marina.
— Ecco come. Al mondo esiste ancora brava gente.
— Congratulazioni! Davvero… — le sorrise la zia Marina. — Be’, allora questi sono per il matrimonio… Per il tuo matrimonio con Saša… Festeggerete, vero?
E che potevi fare, con tutta quella brava gente. Ti mettono con le spalle al muro e poi vogliono farti la carità. Guerrieri della luce, cazzo.
— E zio Maksim dov’è? Non si congratula? — chiese Uljana.
— Sì, certo, anche lui. Maksim! Maksim, vieni un momento, per favore… Ecco, è da parte di tutti e due.
Zio Maksim arrivò dalla cucina, fece a Uljana un cenno triste con la testa, guardandola da qualche parte in bocca.
— Ma va’, stavo scherzando. Non ci sarà nessun matrimonio.
— Perché?
— Perché Saša è morto.
— Ma davvero?! — si spaventò la zia Marina; zio Maksim diventò addirittura grigio.
— Pensate un po’.
Si scambiarono un’occhiata. E lei li aveva agganciati tutti e due e se li tirava dietro come due orate all’amo. Di Sasha non gliene fregava un cazzo a nessuno dei due, quei pagliacci. Uljana sapeva bene di cosa si stava parlando. E di certo non di Sasha. Lo zio e la zia moscoviti.
— Santo cielo, Uljančik… Noi… Accetta le nostre… Le nostre condoglianze…
— Sì. Sì.
— Merci. Quindi potete tenervi i vostri soldini, i vostri quattrini.
Ma zia Marina restava lì, col suo stupido sacchetto da regalo, incapace di capire perché Uljana non volesse accettarlo. E Uljana aspettava che le arrivasse, che le penetrasse dentro.
— Te lo chiedo, Uljana… Ti prego, prendili. Perché fai così? Devi ancora crescere il bambino… Di sicuro non ti faranno schifo. Se non per una cosa, per un’altra. Con i tempi che ci vogliono per avere qualcosa dal nostro Stato…
Non si stavano preoccupando per lei. Volevano intorpidirla con quei rubli da regalo, comprarsi il suo silenzio. Ma lei non si poteva più comprare. Ormai non si trattava di comprare o vendere, ma quei dolci moscoviti proprio non riuscivano a capirlo. Adesso le serviva un’altra cosa.
Che cosa doveva chiedere?
E all’improvviso le venne in mente da sola, dal nulla, o meglio, da tutto quello che aveva vissuto. E subito le si accese dentro, subito ebbe voglia di sbattergliela in faccia. Non solo di prenderli a calci in culo più forte, ma di strappargli via tutto quel candore abbagliante, spogliarli nudi, come era nuda lei davanti a loro, e poi scuoiare anche loro, perché si vedesse di che pasta erano fatti: carne, e basta, come Uljana, come tutti. Perché finché stavano lì vestiti di tutto punto, accanto a loro, pulitini, lei si sentiva a disagio, si faceva schifo da sola.
— Sapete che c’è? Potrei accettarli.
Il viso di zio Maksim si colorì di rosa, e zia Marina riprese a respirare. Tornò a porgerle il sacchetto, benché Uljana avesse ancora le braccia lungo i fianchi. Ma a Uljana non serviva un sacchettino pieno di banconote. Le serviva la prova che tutti gli esseri umani sono uguali e che non è lei soltanto una merda. Uljana voleva sentire le loro vertebre scricchiolare, mentre ci saltava sopra.
— Io vorrei mettere un monumento a Sasha. Sulla tomba. Perché è un eroe. Un eroe della SVO. Ecco, per il monumento li accetterei, i vostri soldi. Me li date per il monumento? Sarebbero da parte mia e, a quanto pare, anche da parte vostra.
Cominciarono a tergiversare, a fare una faccia storta. Zio Maksim sbuffò addirittura contro zia Marina; a quanto pare, non voleva contribuire nemmeno al matrimonio, ma l’avevano costretto.
— Allora, me li date?
— Uljančik… Noi capiamo…
— Cosa «Uljančik»? Cosa capite? Vi sto chiedendo: li date per il monumento? Senza di voi non si può fare. Dareste una mano. Allora? Così si ricorderanno le sue gesta. No?
— Hai avuto una giornata terribile…
— Mi puoi rispondere, zia Marin? Non vuoi? E tu, zio Maksim? Non vuoi? Perché lui è un… cosa? Un assassino? Come avete detto?
— Io non ho detto questo… Sasha è una vittima… Vittima di questa guerra… E ci dispiace tanto, ci dispiace da morire, davvero… Non abbiamo detto che è un assassino… O l’abbiamo detto, Maksim?
— Beee… Meeee…
Siete vestiti solo di roba bella, ma dentro avete la carne marcia. I vermi vi brulicano già dentro, mentre i pantaloni chiari sono stirati con la piega perfetta.
— Vi dispiace da morire. Ma guarda un po’. Dite cazzate come respirate, — sorrise Uljana. — E io non voglio che vi dispiaccia per lui. Io, per esempio, sono fiera di lui, chiaro? È andato là per i suoi genitori, per me, per il nostro futuro. È partito perché i khokhol non venissero sulla nostra terra, così voi potete continuare a mangiare il vostro cazzo di pesce e a mandarlo giù col vinello. Ma voi non lo volete capire.
— Uljana…
— Allora, sì o no?
Continuavano tutti a tergiversare.
— Be’, allora non c’è altro da dire. Se non volete, fate come vi pare. Allora, che, bitte schön.
Restarono lì un po’ a cincischiare, poi se ne andarono portandosi via anche il sacchettino.
• • •
Si rifugiarono nella loro camera da letto; Maksim chiuse la porta e ascoltò: Uljana era lì fuori?
— Lo fa apposta!
— E allora? E adesso che si fa?
— Vuole trascinarci in tutta questa merda, non lo capisci?
— Maksim. Maksim. Calmati. Dai… Dai, ragioniamo con calma. Cerchiamo comunque di tenere presente che oggi è morto il suo fidanzato. Che ha avuto un crollo.
— Ma lei è calma come un boa! Quello che ha un crollo sono io! Io!
— Teniamolo semplicemente presente, va bene? Io parlavo d’altro.
Marina lo afferrò per le mani, perché smettesse di agitarle così. Lo prese e lo tenne stretto. Lui si sentì a disagio.
— Ti prego. Tanto ormai abbiamo già fatto tutto. Abbiamo già accettato, abbiamo già ritirato i soldi, glieli abbiamo già dati. Ormai è fatta, Maksim. Capisci?
— Li hai ritirati tu.
— Non importa chi li ha ritirati. Glieli diamo. Abbiamo deciso insieme di darle quei soldi e sappiamo perché lo facciamo. Lo facciamo per proteggere nostro figlio. Tutto qui. E perché lei li accetta, cosa vuole sentirsi dire: affari suoi. Sei d’accordo con me?
Maksim si liberò i polsi: non era certo un attacco di panico, era tutto sotto controllo. Marina gli parlava con voce suadente, come se stesse incantando un cobra, e quanto sarebbe stato allettante darle ragione — peccato che non ci riuscisse proprio.
— Non voglio mentire. Perché dovrei mentire? E ti prego, risparmiami le solite stronzate della bugia a fin di bene.
— Non devi mentire. Ti chiedono solo di accettare che sulla sua tomba metta quello che vuole. Mette un monumento, e allora? Ci sarà un qualche monumento ridicolo da un milione di rubli.
— E ci scriverà pure che è da parte nostra!
— Te ne prego, Maksim. Cosa vuoi che scriva? Lo dice solo per farti arrabbiare. Per via di tutte quelle tue prediche.
— Prediche?! Adesso sarebbe pure colpa mia? Sei stata tu, tu a portarla qui! Non sarebbe successo niente se tu non…
— Aspetta… È questo che ti preoccupa? Quello che scriverà? Che qualcuno lo scopra? Ma dai. Non lo saprà nessuno, Maksim. Mai. A chi potrebbe raccontarlo?
— Io lo saprò. Io, Marina! Saprò che mi ha costretto a farlo. Che mi ha costretto a dirlo! A farlo!
— Ascoltami. È tutto il contrario.
— E cioè?
— Cioè: se Kirill verrà mandato in guerra, se lo mandano al fronte, quello sì che sarà un disastro. E Dio non voglia che succeda qualcosa. Ma anche se poi ne uscisse senza un graffio… Sarebbe comunque un disastro, solo diverso. Per sempre. È questo, questo!
— Lo capisco… Credi che io non capisca proprio niente?..
— Ecco. Lei ti offre la possibilità di cavartela semplicemente pagando. Tutto quello che devi fare è ballarle davanti. Allora? Ballale, santo cielo, che sarà mai?
— Non lo farò! Che vada affanculo con i suoi balli! Non mi umilierò! Davanti a chi, poi? A lei?!
— Questo non cambierà niente dentro di te, Maksim. Insomma… No, non mi sono spiegata bene. Andiamo, le diamo i soldi, diciamo che sono per il monumento e domani lei ripartirà per la sua Vologda. E questa storia sarà finita. E ce ne dimenticheremo.
— Non ce la faccio… Non voglio, Marin… Ti prego… Non voglio avere niente a che fare con questa cosa…
Marina si scostò da lui. Sospirò. Lo guardò… Senza speranza e con compassione. Una compassione in qualche modo offensiva.
— Povero, povero te. Pover’uomo. Va bene. Non vuoi partecipare, non partecipare, Maksik. Non vuoi, non partecipare. Glieli darò io e dirò tutto io. Per me, in fondo, è un po’ più facile. Io sono già con un piede là.
Scosse la testa stancamente, riprese il maledetto sacchetto, abbassò piano la maniglia e uscì nel corridoio.
— Uljančik… Uljana? Ci abbiamo pensato. Certo, va bene. Per il monumento.
— Ah sì? — chiese Uljana, distante da se stessa.
Maksim fu investito dapprima da un’ondata calda: gratitudine per Marina, che si era presa tutto sulle spalle. Poi ne arrivò una rovente: vergogna. Esitò ancora un po’, poi si trascinò anche lui in corridoio.
— Ecco. E naturalmente faremo in modo che di Sasha resti un buon ricordo… Qui si può anche mettere un monumento di granito, con questa cifra ce la fai…
Maksim, cupo, si costrinse a fare un passo avanti, verso Uljana. Poi un altro, e un altro ancora.
— Allora me lo dica zio Maksim, tutto questo. Con voi è già tutto chiaro, — disse Uljana, scandendo bene le parole.
Ormai era quasi arrivato da loro, non poteva mica tornare indietro, scappare. Rimase semplicemente immobile, con la mascella serrata.
— Allora? — gli fece cenno Uljana. — La ascolto.
Maksim strinse i pugni e li riaprì. Ingoiò il moccio. Nella testa gli batteva un uccello, come in gabbia, che voleva volare via.
— Per favore… — scosse la testa pesante. — Non…
La bocca di Uljana si contorse. Forse in un sorriso, forse… Chissà. Maksim non riuscì a guardarla negli occhi.
— Va bene, zio Maksim, — gli disse Uljana. — Vaffanculo, vivi. Date qua i vostri soldi.
— Ecco, ecco! — Marina le infilò in fretta il sacchetto tra le mani, prima che cambiasse idea. — C’è tutto. C’è quanto serve. Basterà per tutto.
Si coricarono senza aspettare Kirill. Ognuno stava dalla propria parte, con una frontiera in mezzo. Restarono in silenzio. Dopo una ventina di minuti Marina sussurrò:
— Dormi?
— No.
— Dopo che te ne sei andato, gliel’ho chiesto… Uljana, non è che hai fatto una denuncia contro di noi, vero? — sospirò.
— E lei? — Maksim si voltò verso Marina.
— Mi ha risposto: «E voi, che ne pensate?» E io le ho detto: «Beh, io penso, Uljančik, che tu non l’abbia fatto, certo che no, sei una brava ragazza, siamo famiglia… Abbiamo parlato solo con tua madre…»
— E poi?
— Ha alzato le spalle.
Rimasero ancora un po’ sdraiati nel crepuscolo, sagome scure. Avevano aperto le finestre per respirare, ma da lì dentro irrompeva la foschia fluorescente di Mosca. Auto sportive sfrecciavano lungo il Leninskij, i motori ruggivano; o forse erano droni ucraini. Nel cortile qualcuno rideva o piangeva.
— Senti? — Marina si sollevò. — Cos’è?
— Cosa?
— Nel nostro bagno. L’acqua scorre e…
Da lì arrivava un gemito, con la voce di Uljana. Aprirono la porta, si misero ad ascoltare…
— Sta vomitando, — disse Marina, allarmata.
Maksim non aveva la minima idea di cosa fare. Marina si accostò alla porta e chiese piano:
— Uljana? Ti senti male? Hai bisogno di aiuto?
— Lasciatemi in pace! — gridò Uljana, con voce soffocata. — Lasciatemi tutti in pace!