Traduzione generata da IA · Originale russo

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Dmitrij Gluchovskij · Registrazione

13.

Le avevano detto di andare in reparto. Le avevano detto che avrebbero portato lì Saša.

Si alzò e andò. Anzi, si mise a correre. Aveva un vantaggio su Tatjana Nikolaevna, ma era piccolo e poco affidabile. L’ospedale militare era un meccanismo complicato, come una slot machine in un casinò. Chissà cosa girava lì dentro: sul tabellone mostravano soltanto il risultato finale di tutte quelle casualità a ingranaggi.

Quel giorno non aveva portato né il velo né lo spumante. Tra gli attributi da sposa aveva soltanto il passaporto. Tutto il resto ormai le sembrava una pagliacciata. Bisognava solo chiudere la questione. Avrebbero festeggiato dopo, se ci fosse stato qualcosa da festeggiare.

Riuscì a entrare in reparto e incontrò il medico di guardia. La guardò in modo strano; evidentemente era già al corrente della situazione. Lei gli chiese come stava Saša, se si sapeva qualcosa. Lui disse sepsi e pressione intracranica. Uljana si sedette vicino alla stanza di Saša e cercò su Google cos’era la sepsi, a cosa portava. L’IA la spaventò dicendole che era una cosa seria, e Uljana la chiuse, per non tirarsela addosso.

Decise di fumarsi un attimo quella notizia. Si fermò sul pianerottolo, vicino all’ascensore, dove fumavano tutti, così da non rischiare di perdersi Saša, tirò fuori le sigarette: il melone non la salvava più un cazzo.

Nel corridoio, vicino all’ascensore, c’era un altro ragazzo rasato, steso su una barella in attesa che decidessero dove mandarlo. La guardava di traverso. Dalla stanza di Saša uscirono i suoi compagni, Serij con una benda da pirata su un occhio e Lešij senza un braccio. Notarono Uljana, la salutarono a denti stretti e sorrisero storto.

— Oh, sposina. Il tuo qui non c’è. Mi dai una sigaretta?

— Lo so — disse, facendone uscire una dal pacchetto per ciascuno. — Lo aspetto qui.

— Potresti dover aspettare parecchio. Hanno portato quel ragazzo al suo posto.

— Già che ci siamo, io sono Igor’ — disse quello sulla barella. — Una tirata anche a me, per favore.

Lešij e Serij lo spinsero con la testa sulla barella fin sul pianerottolo, per non fumare davanti alla sala dei medici.

— Saša sta bene — dichiarò Uljana. — Non è al suo posto.

— Be’, che Dio lo voglia — disse Lešij alzando le spalle; il moncone gli ebbe un buffo sussulto.

— Ma tu non sei incinta? — si ricordò Serij. — Che cazzo fumi?

— Mi tocca — gli spiegò. — Non siamo noi fatti così, è la vita che è così.

— E allora perché il matrimonio? — insistette Serij.

— Be’, quando lo portano qui, ci sposiamo — Uljana tirò una boccata. — Vuoi fare da testimone?

— Da testimone? Magari Lešij è più adatto?

— A me personalmente va bene — gracchiò Lešij.

— E tu che ci fai qui, Igorjok? — chiese Serij al ragazzo sulla barella con voce nasale, tenendogli la sigaretta. — Com’è la situazione? Da dove arrivi?

— Che situazione vuoi che ci sia? Sono arrivato da Volčansk. Mi hanno buttato subito qui, dall’addestramento.

— La solita merda. E che reparto?

— Settanta seconda brigata motorizzata.

— Carne da macello, insomma.

— Carne da macello, appunto. Lì è una merda totale: gli ucraini si sono trincerati, sono in ogni casa, in ogni cantina, e i droni FPV sorvegliano tutto. Zero possibilità. Ci hanno schierati e ci hanno detto: se oggi non andate all’assalto, sono cento. Cioè, cento mila. Ma meglio cento che duecento. E ridono.

— Peraltro una tariffa onesta — valutò Lešij. — Umana.

— E noi eravamo tutti novellini, me compreso. Ci è dispiaciuto dare i soldi, così… ci abbiamo provato.

— Non ci capisce un cazzo nessuno — annuì Serij. — E i soldi li hanno appena dati, ti scaldano ancora la tasca. La gente non capisce che là non c’è speranza. E poi?

— E poi, ecco… Insomma, il primo gruppo è entrato nella base e li hanno stesi tutti subito. Uno lì alla radio blaterava: «Trecento, sono trecento, venite a prenderci». Il comandante ha semplicemente spento la radio. Ci guarda e dice: adesso sono già centocinquanta.

— Eh, c’è l’inflazione, che cazzo — scherzò Lešij.

— Io avevo dato tutto ai miei, così al reparto non me li fregavano. Allora lui mi indica: «Vai, tocca a te». Insomma, niente soldi. O andavi, o ti azzeravano lì, se facevi storie. L’abbiamo capito al volo. Be’, sono andato, che dovevo fare? E poi, zac, zac. Sento un ronzio. Ecco, penso, è finita. Quando ti prendono di mira, ti seguono. Sono riuscito a raggiungere una specie di cantina, mi sono buttato dentro, e loro mi hanno lanciato una granata dietro. Per fortuna è esplosa un po’ troppo presto, non ha fatto in tempo a rotolare dentro. Così mi è arrivata addosso una scheggia sola, nella colonna vertebrale, come mi hanno detto dopo. Ma quando mi sono ripreso, le gambe erano di un altro. E io alla radio. Be’, penso, vi rompo i coglioni finché non venite a prendermi, non mi scaricherete come quel povero stronzo. Ho blaterato alla radio per due giorni, alla fine la notte del terzo mi hanno tirato fuori. I ragazzi si stavano ritirando dalle posizioni e a qualcuno, lì, è importato qualcosa: mi hanno recuperato. Comunque, dei quaranta che avevano schierato, ne sono strisciati via cinque, mi pare; gli altri erano fottuti.

— Be’, mandare i novellini all’assalto è normale, — disse Serij tirando su col naso. — Facevamo lo stesso. E che, dovevamo andarci noi? Sono appena arrivati, ancora freschi, quindi vanno mandati avanti loro. Se no poi capiscono come gira, e non te li togli più di torno. Cominciano a fare gli stronzi e poi tocca a noi sistemare tutto. Il capo urla. O loro o voi, arrangiatevi. Volete, andate ad azzerarli; volete, andate voi al posto loro.

— E che devono fare, devono mostrare dei numeri — Lešij sollevò di nuovo il moncone. — Disegnano frecce. O porti risultati, o almeno mostri attività. Hanno i rapporti, tutta quella roba. Si può anche capire.

— Numeri, cazzo — disse Serij con la sua voce nasale, come un flauto giocattolo. — Loro fanno i rapporti, noi facciamo il lavoro sporco.

— E… vi è capitato anche di azzerare qualcuno? — chiese timidamente Igor’ dalla barella.

— Be’, se la situazione è che o loro o tu — squillò Serij —, secondo te?

— Non ne ho idea.

— Ma vedi che sono qui, no? — ridacchiò Serij.

Risero sotto i baffi. Tacquero. A loro non importava un cazzo che Uljana fosse lì accanto ad ascoltare. Forse si erano già abituati a lei.

— Ma qui il reparto di chirurgia è buono? — cambiò argomento Igor’.

— Non ti preoccupare, ti rimettono a posto. Tornerai come nuovo, e ti rimanderanno indietro.

— Io non voglio tornare — disse Igor’. — Preferisco restare a letto, cazzo.

— Io appena mi dimettono torno — si soffiò il naso Serij.

— E dove ti prendono con un occhio solo? — gracchiò Lešij.

— Nello stesso posto. Dai miei, da dove sono venuto. Là è tutto sistemato. Mi trattano bene. E poi, che cazzo cambia? È l’occhio destro, almeno non devo strizzare l’occhio.

Rise di nuovo.

— Ma va’ a cagare — ribatté Lešij. — Io darei loro tutti i soldi che mi sono rimasti, pur di non tornare allo zero. Per che cazzo?

— Ma dai… — lo liquidò Serij, muovendo il sopracciglio sopra l’occhio buono. — Perché sì.

— Spiegati.

— E che cazzo dovrei fare qui? Qui non c’è un cazzo e non c’è un cazzo da fare.

Lešij inclinò la testa di lato: be’, come vuoi. Padrone sei, padrone fai.

Il medico di guardia arrivò di corsa e li sgridò perché avevano portato via Igorjok. Lo spinsero di nuovo dentro. Tornarono in stanza a sdraiarsi. Saša però non arrivava, non arrivava proprio.

• • •

La giornata era di nuovo calda e appiccicosa. Il ventilatore girava in tondo, e il libro aperto sul tavolo tremava con le pagine ogni volta che lui gli voltava le spalle. Maksim avrebbe dovuto pensare al domani, ma invece pensava a ieri. Cercava di capirsi: com’era possibile che non fosse stato lui a mettere Uljana alle strette, ma lei lui? Perché era scappato?

Per paura per Kirill, ecco perché.

Se Uljana avesse minacciato lui, Maksim, non solo sarebbe rimasto, ma avrebbe anche staccato quella maledetta televisione dalla presa, fanculo. Lui, almeno in teoria, era pronto anche all’arresto; si era già immaginato molte volte come sarebbe successo, un giorno, se gli fosse toccato pagare per la sua coerenza. Maksim era andato anche alle manifestazioni: nel 2010, nel 2012 e nel 2014; e quando era iniziata la guerra, lui e Marina erano scesi in strada insieme. Ogni volta era moralmente pronto a essere fermato: portava con sé i documenti, l’acqua, tutto secondo le istruzioni di Meduza. Però non andava apposta a cercare guai per farsi arrestare; l’istinto di autoconservazione entrava in gioco e, se alle manifestazioni vedeva i reparti antisommossa fermare la gente da qualche parte, non permetteva alla folla di trascinarlo fin lì.

Ma Maksim non si considerava un rivoluzionario, si considerava una persona con una coscienza civica. Non lo faceva per il Paese: tanto il Paese era comunque condannato, e tutte quelle assemblee popolari e quelle bravate liberali potevano tutt’al più ritardare di un pochino la sua caduta nel baratro. Maksim lo faceva per sé, semplicemente per sapere che, nell’ora fatale, non era rimasto a guardare. Per poterlo raccontare un giorno ai nipoti. Per pulirsi la coscienza, a essere del tutto sinceri. E che c’è di male? Meglio così che starsene rintanato sul divano. Ma lasciamo perdere, quello era lui. «Non posso tacere» e tutto il resto. Ma Kirjuha avrebbe voluto a tutti i costi proteggerlo da tutto questo, tenerlo al riparo. Tanto più che negli anni passati i rischi erano minori e le speranze più ingenue. Allora si poteva anche lottare, o perlomeno fare finta. Adesso invece erano arrivati tempi davvero bui, non aveva senso rischiare il collo. L’aveva cresciuto come un uomo libero e senza paura, ed eccolo lì: l’aveva cresciuto fin troppo bene.

E poi c’era anche quella cosa, quella di ieri.

A quanto pareva, l’incidente era risolto; Maksim non dubitava che Uljana non li avrebbe denunciati, ora che lui le aveva permesso, per così dire, di avere la meglio nella loro disputa. Be’, a una persona serve una vittoria simbolica? Prego, non ci costa niente, capiamo bene che combattono fino in fondo solo quelli che devono per forza dimostrare qualcosa; combattono le persone che qualcuno ha umiliato una volta, e a loro non passa neanche per la testa di essere magnanimi, perché ogni battaglia è l’eco di quella prima, perduta. Maksim, invece, in generale aveva vissuto senza umiliazioni, non solo per una serie di circostanze favorevoli, ma anche grazie alla propria bussola morale (e all’istinto di autoconservazione, già che c’eravamo), o almeno — diciamo — senza umiliazioni gravi; quindi anche in quello sciocco scontro del giorno prima poteva permettersi di mostrarsi indulgente con Uljana. Insomma, era una situazione win-win: tutto restava sotto controllo, Kirjuha era fuori dai giochi. E soprattutto si era chiusa la faccenda del milione di rubli, che ora non andava più dato in tangente ai medici, ma a Uljana, per il suo silenzio. Ne veniva fuori che Maksim, pur sembrando cedere a Uljana, in realtà l’aveva battuta in quella partita tutt’altro che banale.

Maksim allungò la mano e premette il pulsante di oscillazione del ventilatore; finalmente quell’aggeggio smise di girare avanti e indietro come un nevrotico e cominciò a soffiargli in faccia. Il libro, che il diavolo sapeva fin dove avesse sfogliato il vento, smise di agitarsi. Maksim si appoggiò allo schienale della poltrona da dirigente e sorrise tra sé.

E proprio allora lo chiamò Marina.

— Maksim… — disse lei, chissà perché sussurrando. — Dobbiamo parlare.

— Stiamo già parlando — le rispose con calma, mentre dentro di lui qualcosa si immobilizzava.

— Però non metterti a urlare, va bene?

— Va bene. Ieri ho già urlato abbastanza.

— Voglio che tu vada a prelevare quei soldi. Per Uljana.

Maksim alzò gli occhi al cielo, anche se Marina non poteva vederlo. Di nuovo con questa storia? Si schiarì la voce.

— Perché? È tornata sull’argomento oggi? Non sei riuscita a contattare Irina?

— Irina l’ho contattata. Dice che Uljana non è in sé, le ha urlato contro. Hanno litigato. Mi chiede di mettermi nei suoi panni.

— Di mettermi nei suoi panni? Mi stai prendendo per il culo? Aspetta, aspetta… Io avevo avuto l’impressione che ieri ci fossimo lasciati in buoni rapporti, ognuno fermo sulle proprie posizioni, no? Ha capito che da noi non otterrà niente. Fine, questione chiusa.

Lei tacque. Poi si sentì un bip nella cornetta.

— Puoi passare alla videochiamata? — chiese Marina.

— Va bene, dai. Per favore.

Sul display apparve il viso di Marina, immobile come quello di una paralitica. Lei cambiò inquadratura e Maksim capì che in quel momento si trovava nella stanza di Uljana.

— Beh. Molto interessante — commentò.

— Sono entrata… A spolverare. E… Qui, sul tavolo, c’è un quaderno. E nel quaderno…

Puntò la videocamera tremante sulle pagine a quadretti, dove le lettere scritte a mano si scomponevano in quadratini; probabilmente il telefono prendeva male.

— Così non si vede niente, Marin. La connessione fa schifo. Che c’è?

— Te lo posso leggere — disse lei, interrompendosi. — C’è scritto: «Alla Direzione dell’FSB per la città di Mosca, denuncia. Da parte di Tsareva Uljana Konstantinovna», poi i suoi dati del passaporto; si è confusa e li ha cancellati.

— E allora? — chiese Maksim, anche se ormai gli si era stretto tutto dentro.

— E poi qui mancano alcune pagine, sono state strappate.

Il ventilatore ronzava terribilmente forte, in modo assillante, ma non riusciva più a smuovere l’aria.

— E allora? — ripeté come un idiota.

— Voglio che tu vada subito a prelevare i soldi. E io le scrivo che siamo disposti ad aiutarla.

Maksim tacque.

— Mi senti, Maksim? — Marina passò alla fotocamera frontale.

— Ti sento.

— E allora perché stai zitto?

— Non lo farò.

Sotto la camicia, dai cavi gli scesero lungo il corpo rivoli freschi che gli solleticarono la pelle. Maksim si asciugò la fronte. Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto nascondersi. Ma dove vuoi nasconderti, idiota? Nella casetta? Non puoi nasconderti da nessuna parte.

— Allora vado io a prelevare i soldi. Ne ho sul conto.

— Sono contrario. Ci sta spezzando! Lo capisci?

— Non m’importa se sei contrario o favorevole, Maksim. Tu non c’entri proprio niente. Tu e il tuo egoismo. Qui non stiamo parlando di te, ma di Kirill.

— Stiamo parlando di tutti noi, Marina — le ricordò Maksim.

— Risparmiati i tuoi ragionamenti per un’altra volta. Se non vuoi aiutarmi, almeno non ostacolarmi, va bene? Non metterti in mezzo. Ti ho chiamato solo per avvertirti. Ho già deciso tutto e farò comunque quello che ritengo giusto.

Ecco, quella sua faccia paralizzata. Chissà quante volte aveva riletto quel foglio prima di chiamarlo? Probabilmente aveva già messo a soqquadro tutta la stanza… Quella sua voce senza vita.

Per un breve istante — come una scarica di elettricità statica — Maksim sentì che Marina aveva ragione, ma non appena la scarica si spense, nel giro di un millisecondo, prese quella cosa, che non era nemmeno un pensiero ma solo un graffietto nell’anima, e la lucidò fino a farla sparire senza lasciare traccia.

— Marina… Ti rendi conto di quello che stai per fare, vero? Vuoi aiutarla a ottenere dei soldi per un omicidio.

— Stai zitta e basta, va bene? Chiudi quella cazzo di bocca. Ti prego. Lui non è un assassino, è una vittima. È una vittima come tutti noi. Gli assassini sai benissimo dove stanno. In alto. Basta, Maksim. Ci vediamo stasera. Grazie mille per l’aiuto.

Lo schermo si spense. Maksim posò il telefono, ma continuò a fissarlo, senza riuscire a distogliere lo sguardo finché qualcuno non bussò alla porta. Maksim quasi sobbalzò sulla poltrona da dirigente: il rumore gli sembrò assordante. Chi bussava così? E perché?

— Maksim Pavlovič?

Una voce femminile, implorante. Galina. Cristo santo, Galina Igorevna, per l’amor di Dio.

— Sono occupato! — gridò.

Galina fece frusciare qualcosa e sparì.

Semplicemente non aveva più la forza di lottare con Marina, si disse Maksim. Avrebbe potuto puntare i piedi, impedirle di prelevare i soldi, tornare a casa e litigare… Ma doveva mettersi a spezzare anche lei, come si spezza un ginocchio? Non ne aveva più la forza. Primo: aveva chiarito con precisione la sua posizione. Non aveva tergiversato né cercato scappatoie, aveva detto a Uljana in faccia tutto quello che pensava, e non una volta sola. E poi… Lei aveva scagliato contro di loro lo Stato con tutto il suo apparato repressivo; non era uno scontro con lei, ma con tutta quella macchina. Non era solo una questione di forze impari: resistere era inutile. Bisognava ragionare diversamente: ritirarsi per salvare le truppe. Ma che stai dicendo? Quali truppe? Che c’entrano le truppe? E poi, Uljana cosa? Che cos’era Uljana? Che cosa avrebbe dimostrato a qualcuno? Lascia che Marina le lanci quell’osso e che il diavolo se la porti. Che lo faccia, tanto lei sparirà dalla loro vita, svanirà da dove era venuta, e in famiglia tornerà la pace, perché, a essere del tutto sinceri, anche su questo Marina aveva ragione: nella vita imperfetta degli esseri umani non c’è niente di più importante della pace in famiglia.

• • •

La prima a comparire fu una donna qualsiasi, in abiti civili, con un taglio così corto che la gente se lo fa fare solo quando non ha scelta; ai tempi della scuola di Uljana, lo portavano le insegnanti. Una vera donna-topo. Aveva in mano una cartella di similpelle e un tablet. Entrò nella sala dei medici, chiese informazioni e si diresse verso la stanza di Saša. Uljana l’aveva già notata da lontano, dall’altra parte del corridoio. Il cuore le fece un salto: capì subito che razza di uccello fosse.

— Lei è la sposa? — le chiese la donna.

— Sì — rispose Uljana.

— Bene, chiaro. Vengo dall’ufficio di stato civile. Mi hanno detto che il suo fidanzato, Artur Ivanovič, verrà portato qui adesso. Ha tutti i documenti con sé?

— Ma quali documenti? Ho solo il passaporto. E questa ecografia.

— L’ecografia non mi serve. E i documenti dello sposo chi li ha?

— L’ospedale, immagino — disse Uljana, confusa.

— Va bene, verificheremo. Sa che bisogna pagare per la registrazione ufficiale del matrimonio?

— Lo so.

La squadrò come i poliziotti squadrano i tagiki, ma non disse altro. Guardò l’orologio, scosse la testa contrariata, schioccò la lingua e, subito, vicino agli ascensori, cominciò un gran trambusto, come a un segnale.

— Eccoli, li stanno portando.

E solo in quel momento Uljana credette davvero di aver vinto. Di averli piegati tutti: Artur Ivanovič, Aleksej Alekseevič, lo zio Maksim e la madre di Saša. Tutto era appeso a un filo, tutto avrebbe potuto finire malissimo; avrebbero potuto non abboccare alla sua messinscena, e allora Uljana sarebbe finita nel fosso, e sarebbe stata la fine, cazzo. Invece era andata al contrario: eccoli che correvano, si affannavano, ci erano cascati tutti, si davano da fare, tutti ballavano al ritmo di Uljana. Così imparate, stronzi. La fortuna aiuta i coraggiosi, mentre gli sfigati se lo prendono in culo da ogni parte.

Si precipitò da Saša.

Arrivò di corsa — e non lo riconobbe.

Era grigio, con gocce di sudore che gli penzolavano sulle guance, gli occhi sbarrati, le pupille trafitte come da un ago. Aveva una benda rossa in testa, un catetere in mano e, accanto, un sacchetto di plastica appeso a un’asta, pieno di chissà quale brodaglia. La barella era spinta da due medici, dietro di loro camminava a passo deciso Artur Ivanovič. Uljana si accodò al corteo.

— Saša! Sašen’ka…

— Uljas’? — fece scorrere gli occhi sbarrati su Uljana: l’aveva riconosciuta.

— Come stai?

— Sono l’anestesista, buongiorno. Gli abbiamo somministrato naloxone e flumazenil, abbiamo neutralizzato l’anestesia. Avete una ventina di minuti, poi ricadrà nell’incoscienza, quindi non vi consiglio di tirarla per le lunghe: fate quello che dovevate fare e basta, — le rispose cupo uno dei medici, quello con i capelli neri.

— Portiamolo in camera, così la gente smette di fissarlo, — ordinò Artur Ivanovič; non prestava attenzione a Uljana.

— Ci sposiamo adesso, Saš, vero?

— Sì? Facciamolo, — sbatté le palpebre. — Solo che io… Uljas’… Voglio dirti… Voglio solo te… Voglio raccontarti…

— Sì, me lo racconterai. Facciamo in fretta, adesso… E poi mi racconti tutto, d’accordo? Quello che vuoi.

Serej e Lešij aspettavano sulla porta; si scostarono per far passare la barella, poi si infilarono dentro anche loro.

— Ciao, — disse Saša strizzando gli occhi. — Io mi sposo. Proprio adesso.

— Porca troia, sei un pezzo grosso! — gli fece un cenno rispettoso Serej.

— E io farò da testimone, proprio qui, — gracchiò Lešij. — Ci sta?

— Sì… Dai…

La donna-topo si rivolse ad Artur Ivanovič e gli chiese i documenti. Lui tirò fuori una cartellina e da lì alcuni fogli di Saša.

— Qui ci sono le copie, gli originali ve li porterà poi la signorina, — spiegò. — Aleksej Alekseevič chiede di non complicare le cose, abbiamo una situazione particolare.

— Capisco perfettamente.

— Uljas’… Voglio raccontarti una cosa…

— Sì, sì. Adesso. Tra poco, Saš…

Il telefono di qualcuno cominciò a vibrare; Uljana cercò con lo sguardo chi potesse essere così inopportuno, ma incontrò solo il ghigno storto di Serej. Poi la vibrazione le arrivò attraverso la borsa: era il suo telefono. Lo afferrò: Tatjana Nikolaevna. Le riattaccò. Quella richiamò subito, e allora Uljana spense del tutto il telefono, fanculo, perché non desse fastidio.

— Allora, che dite, sposini? — disse senza entusiasmo la donna-topo. — Siete pronti?

— Pronti, — disse Uljana.

Saša taceva, deglutiva, sudava. Il sudore gli colava negli occhi e lui li strizzava. Uljana gli prese la mano. Anche il palmo era tutto bagnato e freddo, ma non poteva lasciarglielo.

— Si parte, — disse Lešij. — Tadaradada… Tadaradada… Ta-ta ta-da-ta ta-da, ta ta da, ta-ta-ta, ta-da…

— Che roba è? — chiese Serej.

— Ma è la marcia nuziale di Mendelssohn.

— Grazie della spiegazione. Altrimenti non ci saremmo capiti un cazzo.

— Bene! Silenzio! Cari Uljana e Aleksandr. Sono lieta di darvi il benvenuto qui, in questo giorno memorabile ed emozionante, che sarà uno dei più importanti della vostra vita familiare, — partì con la solita cantilena la donna dell’ufficio di stato civile. — Da oggi costruirete il vostro mondo speciale, meraviglioso e pieno di sfaccettature, che si chiama famiglia! La famiglia è un’unione d’amore e fedeltà…

— Ci restano circa quindici minuti per fare tutto, — le disse l’anestesista. — Più o meno. Possiamo saltare i preliminari?

La donna-topo guardò Uljana con aria interrogativa: aveva già capito che Saša non partecipava granché. Uljana annuì.

Il telefono di qualcuno cominciò a sparare musica elettronica a tutto volume. Uljana sobbalzò e si guardò intorno. Era quello di Serej, che si avvicinò.

— Pronto? Sì? Chi? — fece una faccia da idiota, fingendosi sorpreso. — Saša? Saš, è per te.

— Chi è? — scattò Uljana.

— Tua madre, — le sorrise Serej. — Saš, c’è tua madre al telefono.

— Mamma? Davvero? — Saša smise di strizzare gli occhi e per un secondo si rilassò.

— Ma come? Saš, aspetta… — Uljana voleva lanciarsi a prendergli il cellulare, ma Serej non lo mollava e portò lui stesso il telefono all’orecchio di Saša.

Saša inclinò la testa fasciata verso il cellulare e guardò di sbieco l’altoparlante. Provò a sorridere a sua madre.

— Mamma… Ciao. Mi sposo, ecco. Sì. Con Uljana.

— No… No… Saša… Nooo… — stridette e squittì il telefono, come un ratto schiacciato da uno stivale.

Uljana strinse i pugni. Serej non le staccava gli occhi di dosso, se la rideva, quel coglione, quel bastardo: aveva fatto tutto apposta, l’aveva organizzato lui. Invece di cavare gli occhi a Serej, quei suoi occhi arroganti, Uljana riprese Saša per mano.

— Perché, mamma? Lo voglio. Lo voglio io. Noi… Avremo un bambino. Ma sto bene… Non sono sotto anestesia. Mamma… Ho deciso… — Saša discusse con sua madre con le ultime forze. — Mamma, stavolta faccio quello che voglio io. Sì. Non arrabbiarti, mamma. Ma perché ti metti a sgridarmi? Va bene, insomma… Ecco… Vieni, mamma. Dai. Ti aspetto. Va bene. Basta.

Guardò Uljana: gli occhi lucidi, bagnati. Con quella cuffietta fatta di bende e tutto gonfio, per un secondo Saša parve bello a Uljana, perché aveva preso le sue difese. Solo per un secondo; poi si ricordò delle gambe e di tutto il resto.

— Vuole parlarti, Ulj…

Uljana annuì. Serej fece un ghigno cattivo, sputò e si risucchiò lo sputo, scosse la testa, ma le passò il telefono: tieni, cazzo, per questa volta. Se lo portò all’orecchio e subito le colò addosso tutto quel pus.

— Che cosa stai facendo?! Che diritto hai su di lui?! Tu non sei nessuno, nessuno! Quando avrai un figlio tuo, allora! Ma adesso… Io ho dato tutto, tutto per lui! Ho dato via mio figlio! E tu che cosa?! Che c’entri tu?! Tutta la vita, tutta la vita ad aspettare di avere almeno qualcosa! Ho dato via il mio figliolo! E tu! Ti prego, ti prego…

Stava piangendo, forse? Voleva impietosire Uljana? Ma Uljana non provava compassione, neanche una goccia. Provava disgusto.

— Ormai è tardi, Tat’jan-Nikolaevna. A quanto pare siete arrivate tardi, — spense il telefono e lo tenne stretto in mano, scansando Serej. — Te lo restituisco dopo.

Tutti la fissavano: la donna-topo dell’ufficio di stato civile, Artur Ivanovič e i testimoni. Solo Saša guardava lontano, verso il muro.

— Facciamola finita, per favore? — chiese. — Mi fa un male cane.

— Cari Uljana e Aleksandr, — riprese la donna. — Nel rispetto della solennità del rito, prima della registrazione ufficiale del matrimonio sono tenuta a chiedervi: il vostro desiderio di unirvi in matrimonio è reciproco, libero e sincero? Risponda, prego, lo sposo.

— Sì, — mugolò Saša, aggrappandosi a Uljana.

Lei gli strinse la manina, umida, quasi gelida.

— Risponda, prego, la spo…

— Sì, — disse Uljana.

— Vi propongo di sancire il vostro desiderio con le firme nell’atto ufficiale…

Il telefono di Serej ricominciò a strepitare, ma stavolta Uljana lo zittì già alla seconda nota.

— Vi propongo di sancire il vostro desiderio con le firme nell’atto ufficiale di matrimonio. Alla sposa spetta il diritto di firmare per prima.

Aprì la cartellina: c’era già il certificato di matrimonio stampato, tutti i dati di Uljana inseriti per benino; non c’era tempo di controllare quelli di Saša. Uljana prese la penna, la mise dove le aveva indicato quella megera e si mise a firmare, ma la penna non scriveva.

— Non si agiti, — disse la donna. — Finirà per bucare il foglio. Ecco, faccia qualche tratto qui.

— Non sono agitata.

Fece qualche tratto sul palmo: la penna sanguinò d’inchiostro blu. Uljana si sbrigò, prima che smettesse di scrivere di nuovo, e scarabocchiò una cosa che sembrava la sua firma. La guardò: di chi era quella firma? Sembrava di un’estranea.

Passò la penna a Saša. Come avrebbe fatto, con quella mano inerte?

— Cerca solo di farla bella, — gli chiese.

Lui si concentrò e scarabocchiò qualcosa.

— Bene. E qui, sui certificati… Sì. Dunque. In piena conformità con la legislazione della Federazione Russa, il vostro matrimonio si considera registrato. Vi dichiaro marito e moglie, — cantilenò la donna-topo, senza cambiare tono.

— Hai insistito fino a spuntarla, — sogghignò Serej. — Che donna.

— L’ho deciso io… — si imbronciò Saša.

— Va bene, va bene… Tu. Che pezzo grosso, — Serej sorrise, gli diede una pacca sulla spalla e poi lanciò un’occhiata a Uljana. — Ridammi il telefono.

Uljana gli schiaffò il telefono sul palmo.

— Sposini, potete baciarvi, — concesse la donna-topo.

Uljana si chinò sul viso di Saša. Sapeva di medicinali. Sfiorò le sue labbra con le proprie. Lui le tese, ma non fu un bacio, fu qualcos’altro. La guancia le si macchiò del suo sudore freddo. Bruciava come alcol. Uljana rimase così per un secondo, poi si raddrizzò. Non sapeva cosa fare dopo.

— Volevo raccontarti… — sussurrò Saša.

— Bene, allora lascio qui i certificati. E per il pagamento…

— Posso parlare con lui? — chiese Uljana.

— Forse aspettiamo, Artur Ivanovič? — propose l’anestesista. — Poi lo riportiamo in terapia intensiva.

— Decidete voi. Noi abbiamo fatto la nostra parte, per così dire. Ecco, congratulazioni, — il vice primario finalmente rivolse lo sguardo a Uljana. — Allora, Uljana Konstantinovna, spero che sia soddisfatta di tutto?

— Sì, grazie.

Lui uscì e tutto il seguito lo seguì. Solo Serej indugiò, come se temesse di lasciare Uljana da sola con Saša. Ma il suo telefono ricominciò a squillare e lui andò a rispondere vicino agli ascensori.

Saša cercava aria con la bocca e vagava con gli occhi in cerca di Uljana.

— Che c’è, che succede? — gli chiese lei.

— Mi fa un male tremendo la testa… Uljas’… Non arrabbiarti… Tu che ne pensi… Se muoio, dove finisco? All’inferno?

— Sciocchino… Ma quale inferno? Non esiste nessun inferno… — gli promise Uljana. — E poi perché dovresti morire, così, per quale motivo? Era di questo che volevi parlarmi, di questa sciocchezza?

— Be’…

— Ti proibisco di pensarci! — disse Uljana, come l’eroina di un film che lo diceva a un eroe, le sembrava in una situazione simile.

— Io ho visto cose… Cose laggiù… Be’… In prima linea e… E in generale. Cose che abbiamo fatto anche noi. Non volevo, Uljan. Non volevo… — emise uno strano suono.

— Saš, smettila. Saš, non farlo.

— No, devo. Voglio, voglio dirtelo. Laggiù facevamo… Io… È una cosa brutta. Sai cosa facevamo laggiù… Mi fa molto male… Fa male.

Uljana gli riprese la mano con fermezza.

— Non serve. Non m’importa cosa hai fatto laggiù. Hai fatto quello che dovevi. C’era la guerra, e laggiù lo fanno tutti. Era un ordine. Tu lo eseguivi, punto. Fine.

— Quei sogni… Li vedo continuamente… Pensavo fossero solo sogni… — balbettò Saša. — Ecco, volevo… Raccontartelo. Continuo a sognarlo… Pensavo che magari, se te l’avessi raccontato, mi sarei sentito un po’ meglio… Sai… Come togliersi un peso dall’anima…

— Saša! — lo interruppe. — Sono sogni.

— Quelli sono sogni, ma quello non è un sogno… Uljas’… Dove sei?

— Saš, stai delirando. Saš… Va tutto bene. Vado a chiamare un dottore, d’accordo?

Saša ebbe paura del dottore. Gli occhi vagavano, come se cercassero nella stanza un’altra Uljana, una che conosceva, una che lo avrebbe ascoltato fino alla fine.

— No, non ho ancora fatto in tempo… Voglio dirtelo, a te. Noi… Sai cosa facevamo laggiù con loro? Cosa facevamo…

— Che differenza fa? Sono nemici! Hai fatto loro quello che si fa ai nemici! Per impedire che venissero qui, da noi! Ma poi non sono nemmeno persone, Saš! Lascia perdere! L’hai fatto e basta! L’hai fatto per noi!

— Sei incinta, vero? Avremo un piccolo… Voglio che lo sappia, capisci… Che sappia com’è, che cos’è… Se muoio. La testa… Mi scoppia…

Strinse gli occhi, poi li riaprì, ma gli rotolavano sotto le palpebre. Allentò le dita, lasciò Uljana; lei lo afferrò di nuovo e cercò di trattenerlo, ma le scivolava via, se ne andava alla deriva sulla barella, in mezzo al mare.

— Sì. Avremo, avremo un piccolo. Non morirai, non te lo permetto, capito? E se… Be’, un giorno, magari… Saprà che suo padre era un eroe. Che suo padre è stato un vero eroe. Che ha difeso la Patria. Fino all’ultimo. E basta. Punto. Capito? È chiaro?

Saša non rispose più: le parole non gli uscivano, poteva solo mugolare. Uljana lo scosse, lui mugolò più forte, poi cominciò a tremare. Capì che stava succedendo qualcosa di brutto, chiamò i medici; quelli arrivarono di corsa dalla sala fumatori, bestemmiarono e portarono Saša verso l’ascensore senza salutare. Uljana riuscì a seguirli ancora per il corridoio, costringendosi a guardare Saša, ma non riuscì a entrare nell’ascensore. Le porte si chiusero con un colpo e nel vano risuonò un ruggito. Rimase sul pianerottolo. C’erano ancora Serej e Lešij. Serej si voltò dall’altra parte, Lešij le chiese una sigaretta.

Rimase un po’ con loro, poi capì che non aveva più niente da fare lì. Cominciò a scendere le scale. Barcollava e aveva una nausea tremenda, ma per qualche motivo le sembrava che non potesse vomitare, che dovesse tenersi dentro tutto quanto.

— Ecco a voi il cazzo di Schrödinger, — brontolò dall’alto una voce simile a un flauto per bambini.

• • •

Riuscirono a mettersi in contatto con Saša quando il treno stava già arrivando in stazione.

Saša aveva una voce sibilante, come quella del vicino di Tatjana quando era bambina. Aveva un cancro alla gola, gli avevano fatto un buco nel collo e lui fumava attraverso quel buco, fischiando. Quando parlava, l’aria gli usciva da lì e con essa tutta la forza della voce; doveva tapparlo. Quel vicino non durò a lungo a fumare. Sentì il sibilo di Saša e si imbarazzò: le ricordava qualcosa. Lo riconobbe e subito se ne dimenticò di nuovo.

Perché pensava solo a Uljana: che crepasse.

— Tanja… Tan’. Allora, funziona?

Per fortuna il treno riuscì ad arrivare in stazione, le porte delle carrozze si aprirono e nell’auto entrò un po’ d’aria. L’aria le fece più bene del capoten. Almeno smise di girarle tutto così tanto. Si alzò con cautela. Le gambe sembravano reggerla.

La capotreno le chiese ancora una volta se dovesse chiamare un’ambulanza, ma Tatjana le disse con fermezza che se la sarebbe cavata. Vitalja la prese sottobraccio e si avviarono piano lungo la banchina. Poi lei si stancò, si appoggiò a una colonna e chiese di nuovo a Vitalja di chiamare il vicino di Saša. Quello rispose e raccontò che ormai era tutto fatto, non c’era più niente da cambiare.

Vitalja la guardò con compassione, ma quello sguardo fece infuriare Tatjana ancora di più. Non c’era da compatire nessuno, bisognava continuare a combattere.

— Ma dove andiamo, allora, Tan’?

— Là. In ospedale. Devo vedere Saška. Andare a trovarlo e rimettergli un po’ di cervello in testa. E voglio parlare con lei, con lei. Pensa di potermi riattaccare in faccia… Vedremo.

Scesero in metropolitana. Si guardarono intorno e si orientarono alla bell’e meglio. Partirono. Il treno sfrecciò nel tunnel, fischiando.

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